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Vittorio Veneto. 2.4.2002
Caro Risé,
vado direttamente al punto, al motivo che mi ha spinto ad inviarti
questa lettera. Lo scorso 28 febbraio nel programma “Diario di guerra e di
pace”, che va in onda sul canale televisivo “La 7”, Gad Lerner, nel mio
sconcerto più totale, ti ha attribuito le seguenti parole che riporto qui
testualmente: «Parlo da amico dello stato di Israele, mi sono rotto il cazzo, mi sono rotto il cazzo dinanzi all'estremismo spaventoso di quell'apparato
militare di quella gente, non dico di quella razza perché se no comincia
il casino». Lerner sembrava leggere queste parole da non so bene quale
rivista, come se fossero parole tue, senza peraltro che il co-conduttore
della trasmissione, Giuliano Ferrara, eccepisse qualche cosa.
Il mio sconcerto deriva dal fatto che mai, mai, mai ho trovato in una
sola pagina dei tuoi libri o dei tuoi articoli scientifici, nei tuoi
contributi al dibattito culturale, e neppure nelle conversazioni private
che talvolta abbiamo avuto, idee o parole come quelle che ti ha affibbiato
Lerner. E’ soprattutto una questione di contenuti, ma anche di stile.
D’altra parte, correggimi se sbaglio, mi sembra che tu abbia sempre avuto
una particolare sensibilità per la questione ebraica e ancora per quella
israeliana, che in questi mesi è drammaticamente d’attualità.
Sono perciò a chiedere: cosa è successo? Lo potresti spiegare? Mi è
impossibile credere che quella dichiarazione sia tua e, certamente, non
prendo per oro colato quello che ci propinano i programmi televisivi
cosiddetti informativi. Al tempo stesso immagino che i programmi si
preparino in modo rigoroso e perciò fatico a ritenere che sia stato un
semplice equivoco. Che sarebbe già, comunque, un fatto gravissimo per due
professionisti dell’informazione come il verboso Gad Lerner e il silente
Giuliano Ferrara. E’ già capitato numerose volte, d’altronde, che
intellettuali che esprimono valori e verità scomode ai più, vengano
infamati con accuse tali da metterli fuori dal dibattito politico e
culturale. E cosa c’è oggi di più infamante dell’accusa di razzismo?
Con sincera stima,
Paolo Marcon
, redattore del sito
www.claudio-rise.it
Varese 04/04/02
Caro Claudio ,
in quanto redattore del tuo sito, sento la necessità di avere un
chiarimento su una questione di non poco conto.
Sull’emittente televisiva “La 7” è andato in onda, il 28 febbraio 2002, il
programma “Diario di guerra e di pace” condotto da due
presentatori: Gad Lerner e Giuliano Ferrara. Ad un certo punto del
programma Gad Lerner ti ha citato dicendo parole che, nel ripeterle, mi
lasciano molto perplesso oltreché infastidirmi e cioè: “ un intellettuale
che è Claudio Risé uno psicanalista, un intellettuale di un certo peso e
ad un certo punto dice «parlo da amico dello stato di Israele mi sono
rotto il cazzo, mi sono rotto il cazzo dinanzi all’estremismo spaventoso
di quell’apparato militare di quella gente, non dico di quella razza
perché se no comincia il casino»”.
Conosco molto bene tutte le tue opere (che ho letto e studiato più volte
parola per parola): sia quelle di taglio psicanalitico, riguardanti la tua
ricerca sull’identità maschile che quelle di carattere più sociologico o
polemologico pubblicate per il corso di Polemologia presso l’Università di
Trieste. Ho letto tutti tuoi articoli e le recensioni pubblicate in Italia
e all’estero negli ultimi anni. Partecipo solitamente alla maggior parte
delle tue conferenze delle quali ho accurate registrazioni… Credo infine
di conoscerti come uomo, pur nel dovuto rispetto, e come persona pubblica.
Per questo, nelle citazioni fatte del tuo pensiero nella sopraindicata
intervista c’è qualcosa che non mi torna. Mi spiego meglio.
Nelle tue ricerche sull’identità maschile uno dei punti centrali, direi
basilari, è il tuo sostenuto, inaggirabile e rigoroso monito rivolto
all’essere umano di genere maschile (e quindi a tutti gli uomini che
collaborano con le tue ricerche) ad assumere un preciso atteggiamento
etico, garante del controllo dell’aggressività e della violenza. Questo
monito è anche indirizzato ad evitare nel quotidiano così come nelle
relazioni internazionali l’identificazione e persecuzione di una serie
ininterrotta di capri espiatori. Addirittura nell’opera da cui
traggo questo passaggio (Il maschio selvatico) tu hai rilevato,
condannandolo senza ammende, l’aspetto fortemente negativo dello
squadrismo fascista, caratterizzato da un aspetto oscuro, violento, che ad
un certo punto ha fatto irruzione nella storia in modo terribile e
distruttivo nei confronti degli altri esseri umani. E’ stato molto
importante per me, che non ho vissuto quel periodo storico, ricevere
indicazioni su quanto è accaduto; naturalmente per uno scopo che tu hai
sempre sottolineato: evitare la ripetizione di simili violenze,
scegliendo invece la strada che mette prima di tutto l’impegno a favore
della comunità e il rispetto dell’alterità, nella legalità.
Vorrei dunque
capire cosa c’entra uno scrittore che insegna nei suoi libri queste cose
(e che mi ha spinto anche a leggere autori notoriamente antifascisti), con
un intellettuale che, secondo le parole di un presentatore televisivo, va
in giro a buttare messaggi antisemiti, contro il popolo ebraico, contro
altri uomini.
Ma c’è altro. Negli ultimi anni hai pubblicato numerose
recensioni per favorire la diffusione in Italia (ed in ambienti in genere
sordi e ostili) delle opere di grandi filosofi, sociologi e pensatori di
origine ebraica. Ho avuto così l’opportunità di conoscere il pensiero di
autori come Zygmunt Bauman che ha trattato questioni vitali come il valore
della comunità e del rispetto della legge, Levinas con le sue importanti
riflessioni sull’incontro con l’altro essere umano da riconoscere nella
sua inviolabilità e sacralità, oppure Hans Jonas che ha spiegato con
accuratezza (e dolore) il significato della persecuzione nazista contro
gli Ebrei condotti ad Auschwitz. A me sembra che questa formazione, a cui
ho potuto accedere grazie al tuo lavoro di ricerca, conduca in una
direzione completamente diversa (opposta) a quella verso cui mi guiderebbe
un fanatico razzista. Mi conduce verso l’amore per gli altri esseri umani,
non verso l’intolleranza.
Non capisco neppure come un docente universitario di Polemologia che nei
suoi libri sulle cause dei conflitti bellici moderni (penso in particolare
a La Guerra Postmoderna) abbia potuto dare con estrema precisione
il profilo scientifico delle guerre degli ultimi 50 anni, mettendo a
disposizione un insieme di fecondi saperi alle Organizzazioni
Internazionali, proprio per evitare ulteriori sanguinosi scontri, ecco,
non capisco come la stessa persona abbia potuto liquidare un grave evento
(l’inasprimento del conflitto tra Israele e Palestinesi) con una frase
volgare e che non mi sembra appartenere in nulla allo stile dello
scienziato di cui ho studiato i libri.
Per concludere,
vorrei proprio avere un chiarimento. O tu scrivi sui tuoi libri
argomentazioni che poi nelle interviste confuti e rigiri per convenienza.
Oppure il presentatore Gad Lerner, nella trasmissione suddetta, ha detto
una menzogna (che in quest’ultimo caso non potrebbe essere un lapsus). Per
correttezza vorrei chiedere queste cose anche a Gad Lerner, e sapere se
anche lui ha letto i tuoi libri. Per correttezza.
Con stima
Antonello Vanni,
redattore del sito
www.claudio-rise.it
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Cari amici,
vi ringrazio per le vostre doverose richieste di chiarimenti, prova di un
rapporto di amicizia autentica, non ipocrita.
Il fatto è che,
come potete controllare consultando il N.1 di Officina (via Piemonte 32,
00187 Roma, tel O6.42012004) , la rivista citata da Gad Lerner, col tacito
assenso di Giuliano Ferrara (il quale si è ben guardato dal pubblicare su
Il Foglio la mia smentita, che l’avrebbe costretto a dissociarsi), io
non ho, nell’intervista a Officina, mai pronunciato quella frase. Non
solo, ma non ho mai parlato di ebrei, né di sionismo.
Non l’ho fatto per una ragione che riguarda, prima che le mie convinzioni,
la mia storia personale, e di cui infatti non amo parlare. E considero il
fatto di doverlo fare, ora, e poi nel processo che ho chiesto contro Gad
Lerner (e chiunque altro ha collaborato in quel linciaggio televisivo
sulla base di un palese falso), una tremenda violenza cui vengo
sottoposto, proprio perché mi costringe a parlare della mia vita, di mie
emozioni profonde, che mi sembra orribile condividere a comando, per
difendermi da una palese diffamazione. Ma qui siamo.
Allora: quando avevo due- tre anni, sul lago Maggiore, di notte, a poca
distanza da casa mia, altri bambini, ma ebrei, assieme ai loro genitori,
furono buttati nel lago, con una pietra al collo, dai soldati delle SS. Le
case vuote degli ebrei mai più tornati, i loro giardini inselvatichiti, in
cui non penetrava più il sole, furono poi quinte maestose, e tragiche,
della mia adolescenza, dei suoi giochi, e delle sue disperazioni. Ecco
perché, cari amici, mi ha fatto molto male sentirmi attribuire una frase
del genere, dal video, da un individuo che non mai conosciuto, all’interno
di una commedia politico-mediatica di cui la lettera che segue
(dell’autore dell’intervista in questione ) vi fornirà qualche elemento, e
che non ha nulla a che vedere con l’amicizia ad Israele, moltissimo
invece col cinismo e la violenza. Quella violenza che si afferma di
deprecare e che invece si pratica senza esclusione di colpi (come in
questo caso). Linciando, per ragioni di video (video show, video business,
video altro), un professionista che se sta a casa sua, non ha mai detto o
scritto quanto gli viene attribuito, ed anzi sull’argomento la “sente”
(non direi la pensa, perché si tratta appunto di un sentire, che risale al
clima , irripetibile, di quegli anni, l’inizio della mia vita), in modo
del tutto opposto. Perché io, verso gli ebrei, non ho giudizi. Ho solo, ed
ho avuto per tutta la mia vita, dei sentimenti. Di amicizia, di
fratellanza, di infinita ammirazione per la capacità da essi dimostrata
di ricostruirsi la loro patria, la loro lingua, la loro cultura : il
capitolo su Israele nel mio Psicanalisi della guerra è solo una
timida testimonianza di questo sentire. Di solidarietà per quei bambini
che si inabissavano, di notte, nelle acque nere del lago, e che saranno i
miei fratelli, per tutta la vita.
Con questo, caro Antonello, io, come gli Ebrei che hanno costruito la
loro patria col lavoro, ma anche con la dinamite e col sangue, non sono
né un santo, né un non violento. Anzi, come tu sai, e anche qui ricordi,
lo specifico dei miei lavori sul maschile è proprio quello di riconoscere
alla violenza una sorta di centralità nella psiche maschile. Ciò
costringe l’uomo che vuole essere tale (e non solo un animale, più cattivo
degli altri), ad uno straordinario sforzo di autoconsapevolezza e
trascendimento dei suoi obiettivi, che da personali devono diventare, come
sono diventati nei momenti alti della storia , transpersonali, destinati
agli altri. Solo così, mettendo anche la propria violenza e le enorme
energie , fisiche, spirituali e intellettuali ad essa legate, al
servizio degli altri, della trasformazione del mondo, e non dei propri
interessi personali, l’uomo, maschio, diventa uomo. Altrimenti è solo un
ridicolo, e drammatico, mixing di falsità, di indiscrezioni, menzogne;
avido di sciocchezze. Socrate ( ma anche Nietzsche) avrebbe detto: uno
schiavo.
Questa pulsione (ma è molto più di questo) della violenza, deve, oltre
che essere trasferita dal piano personale a quello transpersonale, venire
accuratamente differenziata. Un conto è la rozza, e spesso crudele,
tracotanza della Marcia su Roma ( o dei Mille di Garibaldi, o delle
Brigate Garibaldi della Resistenza ), e un conto è la persecuzione
antiebraica, da quella nazista, a quella comunista, a quella islamica (che
esiste, da decenni, e di cui ho avuto nel corso della mia vita numerose
testimonianze dirette, ed autorevoli ). Sono fenomeni assai diversi;
basta dire che l’organizzatore militare della Marcia su Roma, Italo Balbo,
si batté poi in tutti i modi contro le leggi antiebraiche, e mantenne
finché poté l’avvocato Ravenna, capo della Comunità ebraica, nella carica
di Podestà della sua città, Ferrara. Un conto è un’azione
politico-militare violenta, che può rendersi necessaria nel corso della
storia ( Simone Weil, profondamente ostile all’arroganza della violenza,
partecipò alla Resistenza), e un conto è la persecuzione razziale, per non
parlare dei tentativi di genocidio e sterminio.Così come riconosco, in
tutto il mio lavoro, l’impossibilità di eliminare la prima, e quindi la
necessità di “pulirla”, trascenderla, donarla per così dire alla Comunità,
così ritengo specifico dell’uomo moralmente e psichicamente integro
battersi senza quartiere contro la seconda. Con un’onestà proporzionale
all’importanza della posta in gioco.
Ora seguiamo con attenzione lo svolgimento degli avvenimenti.
Per l’ordinamento della giustizia in Italia, tra quando una diffamazione
viene compiuta, e il momento in cui i giudici cominciano a discuterne,
passano anni. Vediamo quando la Procura della Repubblica di Milano ,
inviterà un giudice ad occuparsi del falso di Lerner, e quando questo
effettivamente accadrà. E’ anche questa un’osservazione istruttiva su
come funziona la violenza.
Con amicizia,
Claudio
Cosa è in realtà successo. Il racconto
dell’autore dell’ “intervista scandalo”.
Caro Risé
mi sento responsabile di
quanto le è accaduto, anche se quello che le è accaduto è palesemente
assurdo. Lei mi ha concesso un'intervista per il mensile Officina, mi ha
detto il suo pensiero circa la guerra in Afghanistan, circa l'attentato
alle torri gemelle, circa il destino del nostro Occidente. In quell’intervista
( riportata da Officina assieme ad un altro suo scritto, Libera nos a
malo, che dietro sua autorizzazione abbiamo ripreso dal suo sito,
citando la fonte ), Lei non ha mai - come chiunque la conosca può ben
immaginare, pronunciato la frase "gli ebrei mi hanno rotto il cazzo", etc.,
attribuitale da Gad Lerner durante la trasmissione condotta assieme a
Giuliano Ferrara su la 7. Di quella frase, che apparentemente
Lerner leggeva dalla rivista, scorrendo la sua intervista,
nell’intervista non c’è traccia. Quella frase, che peraltro – a mio
avviso- non aveva odiose implicazioni antisemite ma riguardava gli
accadimenti bellici dei Territori, l'ha pronunciata invece Giampiero
Mughini, nella stessa rivista, ma ad un altro intervistatore, e diverse
pagine dopo la sua.
Lerner però l'ha attribuita a lei, e l'ha fatto con l'intento di farle
del male. Ma perché Lerner ha fatto quello che ha fatto? Scartata
l'ipotesi della svista - sarebbe clamorosa e poi avrebbe rettificato -
mi viene da pensare che lei, caro Risè, abbia costituito un falso scopo.
Il vero obiettivo di un'azione del genere è chiaro: creare subito un
cordone sanitario intorno a una rivista che fin dal suo primo numero
cerca di rompere gli schemi e di connettere esperienze di pensiero
diverse, chiamando a ragionare le destre e le sinistre europee intorno a
temi comuni . Un peccato mortale in un paese come l'Italia dove gli schemi
consolidati creano preziose e stabili rendite di posizione. Gli
intellettuali che avevano offerto un contributo di idee, oltre che la loro
immagine personale, a un’iniziativa di tal genere andavano subito
intimiditi: e così è stato, nominando nel programma televisivo, oltre a
lei che ha ricevuto il colpo principale, Marcello Veneziani e Massimo
Fini. Serviva però un argomento: l’antisemitismo andava benissimo.
Purtroppo però nei vostri pezzi non ce n’era traccia. L’unica cosa che
poteva offrire un certo “coup de théatre”, a condizione di isolarla dal
contesto dell’intervista in cui si trovava, era la frase sopra citata, di
Giampiero Mughini.
Tuttavia Mughini direttamente non poteva essere
colpito : Lerner gli è stato amico, e lo stesso Mughini è amico di
Ferrara e collaboratore del giornale da Ferrara diretto, Il Foglio. Sicchè
il colpo per educarne altri cento è toccato a lei, noto per essere un
“battitore libero”, del tutto estraneo a consorterie editoriali e
politiche.
Mi sento dunque responsabile di quanto le è accaduto. Anche
se quanto le è accaduto resta assurdo.
Riccardo Paradisi
Caro Riccardo,
non si prenda responsabilità che non la riguardano. Chi è responsabile, e
di cosa, lo dirà, speriamo, il Tribunale. Sono invece sicuro che questo
brutto episodio rappresenti per lei, che inizia ora la professione
giornalistica, una proficua iniziazione. Quando si è visto, così da
vicino, fare il male, si è poi tenuti, per tutta la vita, a comportarsi
diversamente. E pagarne i prezzi. Come lei dimostra di saper ben fare,
con la sua lettera. Molto coraggiosa per un giornalista praticante,
nell’Italia dai sodalizi intoccabili.
Con stima,
Claudio Risé
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