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STRAGE DI CHIERI: NOTE
SCIENTIFICHE
Due certificati medici attestavano l’idoneità psicofisica di Mauro
Antonello a detenere armi, e la relazione delle psicologhe ASL non
segnalavano alcuna potenzialità “omicida” nel suo comportamento.
Il suo medico di base ha dichiarato poi che Antonello “clinicamente non
era depresso. Qualche volta si era definito triste, niente di più”. Per
lui, non era “nemmeno paranoico”
Queste non sono le prove di una incredibile serie di errori professionali
e scientifici: al contrario sono la dimostrazione che il gesto “folle” di
Mauro Antonello è la deriva potenziale di ogni genitore che, per motivi
giudiziari, si trovi espropriato della propria genitorialità: le
separazioni e i divorzi registrano 100 morti all’anno, le “stragi” sono in
costante aumento. Un progetto di legge della passata legislatura
attribuiva agli interventi dei Tribunali dei Minori la considerevole cifra
di un morto (in prevalenza suicidi) ogni 44 ore. I gesti etero e auto
lesivi compiuti nelle separazioni sono infinitamente di più (oltre l’80%
delle separazioni cosiddette “consensuali” presenta in realtà episodi di
natura penale).
Esplicativa diventa dunque la comparazione tra quanto hanno scritto le
psicologhe della ASL nelle loro “relazioni” su Antonello (dietro incarico
del Tribunale) e le relazioni di casi giudiziariamente simili: la
descrizione di Antonello è del tutto sovrapponibile a quella che si legge
in migliaia e migliaia di altre relazioni riguardanti padri o genitori
separati dai figli.
La domanda da porsi non è dunque “perché” non sia stata prevista la
pericolosità di quest’uomo, ma come essa si è costruita nel tempo, e
quanto in questa costruzione sia stata determinante l’interazione con il
sistema sociogiudiziario che ha gestito la conflittualità genitoriale fra
Antonello e la sua ex moglie. A quanto si è capito, è chiaro come il
comportamento di Antonello sia peggiorato dopo il primo pronunciamento
giudiziario, ed è esploso nell’attesa di una sentenza che non arrivava.
La Biologia della Conoscenza dimostra che ogni comportamento non
appartiene all’essere vivente o al sistema che sembrano esprimerlo, ma al
“dominio” della interazione con l’ambiente, o con il sistema che lo
circonda (un’auto in moto su una strada cammina e sul fango slitta anche
se il suo “comportamento” è lo stesso).
In questi casi ad analoghi domini di interazioni corrispondono analoghe
risposte, la cui deriva è poi del tutto imprevedibile (anche se non aliena
da variabili individuali), come la Scienza della Complessità ci insegna..
L’idea che esistesse un “folle” di cui “nessuno” si sarebbe accorto, è una
“idea” che occulta dunque quanto può essere devastante un sistema
sociogiudiziario che tenta di risolvere un conflitto attraverso un altro
conflitto, di livello ancora più grave (alla conflittualità di coppia si
dà come risposta la conflittualità legale). L’affido esclusivo per il
quale si lotta condiziona dunque tutti i comportamenti successivi e
innesca reazioni sempre più violente destinate a riequilibrare le sorti di
una “battaglia” che si può solo perdere o vincere. La logica è ben
spiegata dalla Cibernetica e dalla Scienza dei Sistemi più elementari che
ci dicono come l’ “output” condizioni l’ “input”.
Da oltre cinquanta anni, infatti, queste (e altre) scienze dimostrano che
ogni problema umano (e tanto più sociale o sistemico) è determinato dalla
soluzione che se ne dà, quanto – secondo la più moderna Epistemologia -
dai “vincoli” (molti, per l’Antonello) e dalle “possibilità” (poche) che
il contesto prevede: e ogni lettura della strage di Chieri che non tenga
conto di tutto ciò è disfunzionale a descrivere cosa è accaduto (perché si
limita a descrivere l’ “ultimo miglio” del problema e non la complessità
da cui emerge).
Il che spiega perché fosse impossibile prevedere i “comportamenti” futuri
di Mauro Antonello e perché ogni descrizione che si dà di come era “prima”
dei suoi ultimi giorni è del tutto analoga a quella che si può dare di
ogni altro padre o genitore che si ritrovi nella sua situazione.
Di fatto, stragi del genere avvengono solo allorché l’esercizio della
propria genitorialità è fortemente limitato da un intervento giudiziario.
Le spiegazioni psicologiche e sociologiche che lo vogliono attribuire ai
problemi “mentali” del singolo Antonello – o a presunte problematiche del
genere “maschile” inadeguato ai mutati rapporti sociali - sono prive di
qualunque fondamento scientifico, e sono sconfessate dai dati statistici e
scientifici in possesso di tutti:
1) In
coppie senza figli, gli omicidi “da abbandono” (seguiti o no da suicidio)
sono molto rari (basti pensare ai fidanzamenti anche passionali e lunghi
che si dissolvono)
2) Nella
maggior parte dei casi, l’omicidio che segue ad una separazioni senza
figli è motivato dall’interesse economico;
3) in caso
di delitti passionali senza presenza di figli, l’omicidio è compiuto di
impulso, non è covato sordamente come progetto, e le differenze fra
omicida maschio e omicida femmina sono statisticamente meno significativi;
in ogni caso è comunque presente una aspettativa di genitorialità tradita
dalla fine del legame;
4) dato
estremamente significativo, è poi quello che accerta come fra le coppie
omosessuali, sia maschili che femminili, il fenomeno è del tutto as5sente.
Quest’ultimo dato già di suo implica due sole possibilità, e una sola
convincente spiegazione.
O i maschi omosessuali non sono “maschi” uguali agli altri perché non
uccidono mail il partner quando sono abbandonati (il che comporterebbe
però lo sviluppo di prospettive paradossali e inaccettabili), o il
problema non riguarda il mondo maschile ma la sfera della genitorialità in
quanto tale.
A rovescio, vero è che i comportamenti violenti (sia pure non omicidiari)
aumentano anche nelle donne allorché sono private dei figli dal sistema
giudiziario.
Parimenti, non è dimostrato in alcun modo che se le percentuali di affido
dei minori fossero invertite (con il 95% di affido ai padri), le madri non
comincerebbero a presentare comportamenti lesivi etero- o auto-diretti
contro l’ex partner.
A nostro avviso tutto ciò è spiegabile con una univoca chiave di lettura:
il diritto alla genitorialità è l’espressione di un istinto troppo
profondo per non generare “comportamenti violenti” allorché un sistema
sociale di livello più astratto non tenti di limitarlo in modo non
condivisibile da chi è genitore.
L’attuale sistema sociogiudiziario che gestisce il conflitto coniugale
attraverso il conflitto legale crea un contesto ricorsivo nel quale la
conflittualità genera sempre più conflittualità e ciò, nel momento in
cui limita “troppo” (a seconda delle variabili individuali impredicibili)
l’esercizio della genitorialità, genera inevitabilmente “comportamenti”
violenti.
Tali comportamenti rappresentano il bisogno di riequilibrare il diritto
alla prosecuzione della propria specie, che non è più mediato da una
positiva interazione fra individuo e sistema che ne gestisce il disagio.
La follia di queste stragi è dunque una follia condivisa presente “nel”
contesto e non nel singolo che sembra esprimerla (e su questo punto
accettiamo qualunque contraddittorio).
Nel 1999 avevamo coniato, per spiegare le problematiche violente emergenti
dal contesto delle separazioni, il termine di “Family Chopping”,
espressione dell’effetto che ha il sistema sociogiudiziario allorché
interagisce con la conflittualità della coppia.
Il sistema sociogiudiziario tende a creare mutilazioni nelle relazioni,
perché non concepisce il “figlio” come nesso di una relazione ma solo come
risultante di diritti e doveri esercitati da terzi, e questo genera
violenza.
Se tale spiegazione non fosse funzionale a descrivere le stragi che stanno
emergendo nel mondo delle separazioni, dovremmo avere, come detto,
statistiche simili nelle coppie senza figli: soprattutto in quelle
omosessuali, e – soprattutto! – fra quelle di omosessuali maschi.
Gaetano Giordano
−
Medico-Chirurgo
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Specialista in
Medicina Legale e delle Assicurazioni
−
Psicoterapeuta
Direttore Scientifico del Centro Studi Separazioni e Affido Minori
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