Mondo selvatico, forze primordiali, identità

A cura di Daniele Tagliabue e Massimiliano Carminati

Vi presentiamo una relazione della Conferenza di Claudio Risé tenuta durante il convegno Identità Comunità Ambiente (Idee per un nuovo pensiero del territorio)

Castello Visconteo di Somma Lombardo (Va), novembre 2001

Il convegno è stato organizzato dall’Associazione Culturale Terra Insubre

Questa relazione è pubblicata nella rivista
Terra Insubre
n. 21 Aprile 2002 (nella foto)


 

La cosiddetta Zivilisation, la “civiltà delle buone maniere” uguali in tutto il mondo che schiaccia qualsiasi identità, si oppone strenuamente al mondo selvatico. Quest’ultimo, per Risé, costituisce la wilderness, lo scenario d’elezione della nostra primordialità in quanto individui legati a un determinato territorio. La Wildnis ne è la corrispondente forza che si agita imponente dentro ognuno di noi. Il selvatico è dunque legato alla Natura, alla conservazione delle radici e al nostro rinnovo vitale. Al contrario, la Zivilisation implica soltanto rinnovamenti sul piano materiale e tecnico, poiché grazie ad essa l’uomo è destinato a trasformarsi in qualcosa di artificiale, un homo consumans naufragato in un ambiente industriale e totalmente avulso dalla propria stirpe. Decisivo per la realizzazione di ciò è stato purtroppo il fenomeno della separazione dal padre, concretizzatasi pienamente alla fine del primo conflitto mondiale. In pratica, i padri, selvatici e produttori, morirono in guerra, mentre i figli vennero rapiti dal mondo delle corporativo, tanto caro alla Zivilisation. Diretta conseguenza di ciò fu la perdita della fondamentale trasmissione culturale padre-figlio. L’iniziazione maschile da parte paterna scomparve, e fu sostituita da quella della madre. Si è così sviluppato, in Occidente, l’uomo «matrizzato», sradicato e smarrito, privato del sapere istintuale maschile. Tutto ciò non è comunque andato a vantaggio della donna, ma ha soltanto collaborato alla costruzione dell’homo consumans, preda delle droghe, insicuro, restio a lasciare la casa dei genitori, in cui la paura di riprodursi e la caduta del tasso di fertilità sono ormai somatizzate.
L’individuo occidentale è passato per la prima volta da soggetto all’interno di un sistema simbolico, ad oggetto di appartenenza da parte dei beni di consumo. Tuttavia non ci si deve scoraggiare, poiché stiamo assistendo in tutto il mondo alla reazione delle identità tradizionali e al ritorno alle forze vitali primordiali. In effetti, argomenta Risé, questo vero e proprio movimento primordialista gode oggigiorno di un forte supporto da parte della filosofia della scienza, e si propone di riscoprire la conoscenza vista come prodotto locale destinato a soddisfare le esigenze locali. Di qui, pertanto il recupero della primordialità, della propria storia, e delle proprie nazionalità etniche. In questa riscossa del selvatico dentro di noi ci possono essere utili due figure simboliche, due veri e propri archetipi jüngeriani: il Maschio selvatico e il Ribelle (o Walgaenger). Il primo incarna la devozione al territorio e alla vita, la capacità di dono. Il suo sapere è naturale, non intellettuale. E’ il sapere dello spirito, e lo accomuna al mito alpino dell’Uomo Selvatico. Il Ribelle è invece colui che ci conduce dall’altra parte, alla salvezza, ossia nel Bosco, dove si può ritrovare la propria Wildnis. Egli rifiuta le false sicurezze tipicamente borghesi, accettando così di avere paura, allo scopo di poterla poi sconfiggere riscoprendo l’essenza del Sé, l’identità personale e di gruppo. E’ proprio nel Bosco che si forma l’élite ristretta la quale è la sola che può resistere alla civiltà dell’automatismo.