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Un
taglio al passato Sentirsi sradicati quando si lasciano il paese e gli amici di un tempo è naturale. E può essere positivo se si interpreta la sofferenza come spinta a trovare un nuovo equilibrio
L'albero della vita, Cecil Collins, 1946 |
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(dalla
rubrica Psiche lui di Claudio Risé, in Io
donna di sabato 27 gennaio 2001) « Sono uno studente universitario di 22 anni e vorrei sapere perché non riesco a dare un taglio netto al passato da cui pensavo di essere uscito. Vivo e studio lontano dal mio paese d’origine dove sono rimasti tutti i miei compagni del liceo e, ogni volta che torno a casa, sono dominato da due sentimenti contrapposti. Da una parte ho una gran voglia di incontrare i vecchi amici, ma dall’altra non vedo l’ora di abbandonarli, di andarmene subito per tornare alla mia vita in città. Loro vegetano nella bella piazza o al bar, parlando di argomenti che a me appaiono insignificanti. Esco la sera consapevole di andare incontro a ore noiose e penso che anche loro mi disprezzino perché sono comunque “diverso”, sono fuggito ed ora ho interessi che non capiscono e non condividono. E allora perché li frequento e soprattutto perché li rimpiango quando sono lontano? Forse sono io, il coraggioso emigrante, il vero immaturo e non questi ragazzi che comunque si divertono nello “squallido, ma amabile” paese in cui siamo nati. O forse sono solo invidioso della loro tranquilla e immutabile apatia, mentre a me i nuovi obblighi e doveri impediscono di rimanere lo studente spensierato di un tempo». Vittorio, Messina
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Caro
amico, lei sta vivendo un’esperienza formativa (la sua vita nella città
universitaria), ma insieme anche difficile e traumatica. E’ come un
bell’albero che è stato preso dal bosco e trasferito in un vivaio,
per poi essere messo a dimora in un luogo che gli dia il giusto spazio e
risalto. In modo poi da poter essere visto adeguatamente e da poter
respirare senza essere soffocato dai cespugli. Da una parte lei sente
che il vivaio organizza la sua crescita. Dall’altra ha nostalgia del
bosco che in questo caso è il suo paese. Ne rimpiange la possibilità
di crescervi liberamente, come fanno appunto i suoi amici che lì
vegetano come cespugli. Rimpiange anche una certa “naturalezza” di
ritmi e di stili di vita che anima la “bellezza” della piazza del
paese, altrimenti stucchevole. Questa nostalgia la fa soffrire e dà
luogo al suo movimento contraddittorio, dalla città universitaria al
paese, per poi fuggire subito verso l’università. Si tratta però di
una sofferenza assolutamente proficua, se accetta di comprenderne le
ragioni profonde e di pagarne i prezzi, anche affettivi. Nessun essere
vivente, infatti, può essere sradicato senza dolore. Quando ciò
accade, è solo perché la sofferenza viene rimossa da una nevrosi, che
cresce proprio per non farci sentire quella lacerazione, ma avrà poi
prezzi molto più elevati, che pagheremo sotto forma di minore profondità
affettiva e a volte con noiosi disturbi fisici. Lei invece, per sua
fortuna, la sofferenza dello sradicamento e della crescita in un nuovo
terreno, con le sue fatiche e responsabilità, la sente: deve solo
comprenderne il senso e accettarla come un sentimento profondo, del
tutto naturale. Deve anche accettare l’idea che la sua vita
professionale e probabilmente affettiva si svolgerà per la gran parte
al di fuori dalla libertà senza tempo del paese. Tuttavia, poiché
l’essere umano non è un albero ed è capace di alimentarsi a sorgenti
anche lontane, lei continuerà a trarre una parte delle sue energie
profonde da quel terreno originario, che combinerà in un suo
personalissimo modo (come a ognuno di noi tocca fare) con i territori
culturali e psicologici in cui si troverà. Proprio dalla disponibilità
e versatilità nel realizzare questa miscela di diversi terreni
culturali, psicologici e fisici, dipende il successo. Le lettere vanno inviate a: Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132 Milano |
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