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Uomini
che difendono comunità, identità e culture |
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Scrivici per segnalazioni a lagazzaselvatica@maschiselvatici.it Ospiteremo il tuo appello
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Gli indios fermano le trivelle: vittoria del popolo U'wa
Giovane U’wa suona la conchiglia sacra |
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La
società petrolifera americana Oxy, di cui è azionista anche Al Gore,
sta facendo marcia indietro: gli U'wa colombiani e la campagna di
pressione internazionale in loro sostegno hanno vinto. Questa
popolazione indigena, che ritiene sacra la terra, ha avuto la
meglio su colossi del petrolio (Oxy) e due governi, quello
colombiano e quello americano che lo sostiene. Gli U'wa stanno
predisponendo le richieste di risarcimenti
e la costituzione di un "Tribunale indigeno emblema della dignità
umana": questo il nome per esteso dell'organismo nel quale,
appellandosi alle leggi millenarie degli indigeni, si metteranno sotto
processo multinazionali e governi per le devastazioni compiute. Non
vogliono soldi, in realtà, gli U'wa. Chiedono di poter continuare a
vivere nel rispetto della terra e in comunione con il suo spirito; hanno
protestato perché estraendo petrolio si toglieva alla terra il
sangue condannandola così alla morte. Da La Repubblica, 6 agosto 2001 Aiuta
gli U’Wa
http://www.ran.org/ran_campaigns/beyond_oil/oxy/gallery.html Vedi
anche l’ Associazione per i Popoli Minacciati in
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Salviamo, con un’adesione, il Golfo dei Poeti
Una veduta del Golfo dei Poeti, Liguria |
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Lerici
(La Spezia), 6 agosto 2001 “Questo
è il testo del mio intervento per il 6 agosto, nel corso della
manifestazione Fronte
del porto, che vede gli artisti
e gli uomini di cultura di Lerici schierati contro il progetto di
interramento di centinaia di migliaia di metri quadri di mare
antistante La Spezia per consentire il traffico di osceni
containers, e di dragaggio del Golfo per far passare navi di grandi
dimensione, che sosteranno in rada davanti a Lerici e Tellaro, inquinando
e scempiando il paesaggio. Grazie
per l’attenzione. Angelo
Tonelli Ma vedi
per maggiori info, anche sul progetto http://www.itline.it/salviamoilgolfodeipoeti/
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Bolivia : i Popoli Chiquitano, Guarayo, Ayoreo e Guaranì
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Santa Cruz (Bolivia), 19 settembre 2001
Stimati Compagni, Il
tempo concesso dalla Gran Chiquitania al governo boliviano affinché questo
ristabilisse il principio della legalità e facesse smettere di operare la
FCBC nella Chiquitania è terminato. E' per questa ragione che, i comitati
di difesa dei diritti civili, i popoli indigeni e le comunità contadine
hanno confermato la loro decisione di paralizzare la Chiquitania ed
esigere, attraverso questa misura di pressione, l'accoglimento delle
proprie richieste. La decisione di paralizzare la regione chiquitana, si
basa inoltre sul fatto che lo stesso Ufficio di Difesa del Popolo (Defensoría
del Pueblo), ha riconosciuto che la FCBC, patrocinata da ENRON e SHELL,
pregiudica e viola i diritti del popolo chiquitano.
FORUM ECOLOGICO
SOCIALE Potete scrivere alla ENRON ed alla SHELL ai seguenti indirizzi:
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Consiglio di Medici ed Ostetriche Indigene Tradizionali del Chiapas (COMPITCH)
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Contributo presentato
alla Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sul Razzismo, la
Discriminazione Razziale, la Xenofobia Buon giorno, sorelle e fratelli dei popoli, delle organizzazioni sociali, delle organizzazioni che chiamano multilaterali, signore e signori dei governi, signore e signori che prendete nota e fate foto affinché coloro che mai vedono, possano vedere. Vi racconteremo una storia di discriminazione e sopruso che abbiamo sofferto e vi proporremo, nei dieci minuti che ci sono concessi, alcune alternative. Ci perdonerete se l’intervento non sarà completo però per noi è molto difficile spiegare il nostro caso ed ancora, presentare alternative in così poco tempo. Prima di iniziare, vi informo che io sono qui perché la direzione del Consiglio delle Organizzazioni dei Medici e delle Ostetriche Tradizionali del Chiapas, il COMPITCH, lo ha deciso e ciò significherà che le mie parole saranno quelle dei medici e delle ostetriche che fanno parte delle 13 organizzazioni del Consiglio. […] Due sono le offese che ci sono state fatte direttamente, due le tristezze e le arrabbiature che conserva il nostro cuore indio, la prima sorta dal progetto di bioricerca che ci sono venuti ad offrire; la seconda, la più grave, nata non solamente ostentazione di superiorità e dal disprezzo con cui da 500 anni ci trattano questi cattivi governi e coloro che li comandano (i grandi imprenditori), ma anche dalla paura di perdere i loro affari lucrosi e privilegi se la nostra parola fosse rimasta nella loro legge, come diritto dei nostri popoli. Il progetto di bioricerca statunitense, chiamato ICBG MAYA, è stato presentato alla nostra organizzazione con l’inganno, per approfittare delle piante medicinali e delle nostre conoscenze tradizionali ad esse associate. I suoi partecipanti: l’UNIVERSITA’ DELLA GEORGIA, un laboratorio inglese chiamato MOLECULAR NATURE LIMITED e le autorità di un centro pubblico di ricerca, chiamato ECOSUR. Loro ci hanno invitato a riunire le comunità per convincerle a realizzare la raccolta, sebbene mai ci avessero detto le ragioni esatte dei loro propositi e le basi della loro associazione, nonostante noi avessimo loro chiesto di farci pervenire informazioni per sapere nei dettagli di che cosa si trattava e decidere, quindi, se starci o no. Un contatto all’interno del governo ci fece però arrivare l’accordo del progetto e quindi scoprimmo alcune cose come, per esempio, che volevano ottenere le risorse genetiche della biodiversità chiapaneca per ottenere applicazioni medicinali, patentarle e poi sfruttarle commercialmente e che, per questo, si sarebbero avvalsi delle conoscenze tradizionali dei popoli, che le comunità avrebbero avuto diritto a regalie sotto forma di progetti destinati alla continuazione di una produzione (a vantaggio del consorzio ICBG MAYA) ed anche a fitomedicine ottenute dalla ricerca. L’utilizzo però sarebbe rimasto vincolato alla autorizzazione del consorzio sotto la facciata di una associazione neutrale chiamata PROMAYA, di cui l’Università della Georgia era padrona della produzione intellettuale dei suoi impiegati. […] La versione in inglese dell’accordo, poi, non coincideva con la versione in spagnolo posta al lato sinistro dello stesso accordo, e che in una di queste parti che non coincideva in inglese, si dice che le attività del consorzio risultano sottoposte alle leggi federali degli Stati Uniti d’America. Allora i nostri assessori hanno cercato le basi stesse del progetto (RFA TW 98 001) e lì abbiamo scoperto ulteriori discriminazioni e soprusi; per esempio, che l’obiettivo di tutto l’ICBG era ed è quello di trovare medicine importanti per i programmi di salute pubblica degli Stati Uniti o dei paesi sviluppati, però solamente quelle d’importanza primaria nei paesi in via di sviluppo; che con i materiali raccolti si sarebbero cercate anche applicazioni veterinarie, industriali, agricole, cosmetiche ed altre di interesse per gli Stati Uniti; che la nostra conoscenza tradizionale era parte del loro patrimonio culturale; che qualsiasi applicazione scoperta con potenziale commerciale sarebbe stata coperta da segreto e posta in deposito nella “Amministrazione di Alimenti e Medicine” fino a che loro non l’avessero patentata, sebbene la proprietà dei materiali biologici raccolti e l’informazione ottenuta associata veniva lasciata al paese in via di sviluppo, costretto però, a continuare questo lavoro di raccolta; che avrebbero addestrato i loro ricercatori nelle nostre terre in aree esclusive della nostra conoscenza tradizionale; che avrebbero preso solamente quelle risorse e conoscenze tradizionali dalle quali avrebbero potuto trarre vantaggi; che le regalie alle comunità sarebbero finite in progetti per obbligarle a lavorare nello stesso ambito, sempre e quando queste avessero conservato e consegnato puntualmente ed efficacemente i materiali che il consorzio avrebbe loro richiesto; che le nostre autorità avrebbero dovuto accettare e riconoscere i propositi e le basi di questo “appello” a formare gruppi che, a torto, definiscono di “cooperazione internazionale in biodiversità”, dove la cooperazione consiste nel “cooperare”, appunto, ai loro profitti. Saputo tutto ciò, abbiamo chiesto ai signori del Consorzio – Ecosur ed al suo lider, il Dottor Brent Berlin - che sospendessero il loro progetto in ragione, per prima cosa, che non c’era nel nostro paese una legge che regolasse lo sfruttamento commerciale delle risorse genetiche; secondo, che si trattava di una risorsa universale e che, per tanto, era necessario consultare tutti/e per decidere le basi ed i termini del loro sfruttamento e, terzo, che il loro contratto abusivo implicava la sottomissione alle leggi di un altro stato. Incuranti della nostra segnalazione, costoro raccolsero le firme delle autorità di cinquanta comunità dell’Alto Chiapas ed allo stesso modo tentarono di fare in altre regioni, da dove io stesso provengo. Allora ci siamo arrabbiati e li abbiamo denunciati alla autorità ambientale perché sospendesse il progetto e li sanzionasse. Però, invece di ciò, l’autorità ci ha convocati per fare pressione su di noi, affinché accettassimo il progetto, dicendoci che questo progetto era quanto di meglio potesse accadere al paese, che era molto giusto e profittevole per le nostre comunità però che se volevamo, ci avrebbero dato di più. Ci siamo rifiutati di venderci, di legittimare il sopruso, di dare l’avallo in nome dei popoli del mondo, possessori legittimi delle risorse genetiche. Siamo allora passati alla stampa ed alle comunità per informare di questi soprusi e delle complicità dell’autorità. Siamo anche stati nelle comunità vinte da questi, per sapere perché avevano accettato il progetto. In queste comunità ci dissero che quelli del ICBG Maya erano arrivati ad offrire loro di curare le malattie, affermando però che per questo era necessario che si ottenesse il coinvolgimento della gente nella raccolta delle piante medicinali della zona. Dissero anche loro che il consorzio le avrebbe portate in Gran Bretagna, da dove sarebbe uscita la miglior medicina che sarebbe, poi, stata riportata nuovamente alle comunità. Mai dissero loro che gli Stati Uniti avevano a che vedere con questo progetto o che questa medicina prodotta fuori sarebbe rimasta in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. L’indignazione e l’opposizione al progetto iniziò a crescere tanto nelle comunità che l’autorità ed il consorzio dovettero sospenderlo ufficialmente. […] Nel razzismo e nella ostentazione di una superiorità tutelante bisogna cercare le origini degli interessi che suppongono che noi indios possiamo lottare, però mai con efficacia, per un foglio di cartone da avere come tetto e mai, però, per la nostra liberazione. Non è né di adesso né solamente per una questione come la biopirateria o l’inganno o il sopruso neocoloniale che stiamo lottando ed organizzando la nostra resistenza a seconda delle circostanze e dei mezzi che ci danno e ci obbligano ad utilizzare, la nostra secolare resistenza si basa sulle decisioni collettive di rimanere uniti, nella considerazione degli altri come fratelli, nelle parole sincere, nel rispetto della terra che è madre e compagna e che dobbiamo conservare e rispettare e non vederla come un oggetto né una proprietà da sfruttare e esaurire, come suggeriscono la cupidigia e la superbia. Volevano renderci soli e sottomessi, renderci complici a buon mercato del loro saccheggio, della loro politica di una sovranità monca e venduta, così come stanno facendo con altri popoli, della riconfigurazione dei concetti di diversità biologica e culturale, del prevedibile crollo della comunità a cui ci avrebbe condotto un simile progetto, anche perché da questo ne avrebbero tratto beneficio poche comunità, sia perché avrebbe rafforzato l’egoismo utilitaritista, sia perché ci avrebbe integrato socialmente ai loro sistemi delle patenti, della proprietà intellettuale e dei marchi ed a tutte quelle forme di appropriazione e discriminazione che hanno portato dolore e disuguaglianze alle società cui sono state imposte. Per concludere, volevano piegarci per obbligarci a prendere il posto nel mondo che loro ci avrebbero assegnato e dal quale avremmo ricevuto le loro istruzioni. […] Nel negare i nostri diritti, ci ricordavano che al di là dei colori e delle sigle, di fronte agli indios o ai diversi, di fronte a coloro che resistono e lottano per un luogo per tutti, il potere del denaro e la superbia saranno sempre uniti e disposti a non concederci alcun diritto, nessun rispetto, nessun luogo dove poter crescere, o essere esempio, cacciandoci sempre dai propri domini. Oggi più che mai siamo solamente di loro, ma anche carichi dei nostri valori. Abbiamo già fatto la diagnosi, abbiamo già visto che non c’è rimedio. Allora, che fare? Da parte nostra, vanno alcune proposte perché insieme alle vostre possiamo trovare, tra tutti, le nostre buone strategie. Proposte alternative Per affrontare e superare la discriminazione e l’esclusione, per rimanere completi, vale a dire, per rimanere tutti: gli indios, però anche le minoranze, le maggioranze escluse e sfruttate, la terra stessa ed ancora i responsabili di questa esclusione e questo sfruttamento, il Consiglio di Medici e Ostetriche Indigene Tradizionali del Chiapas (COMPITCH) propone: 1. Recuperare le ceneri della memoria, bruciata dal potere della cupidigia e del denaro, ed il nostro passo. Questo ci serve ancora. Dobbiamo poi trasformare ciò che a causa del tempo ha perso di attualità, per tornare a procedere stabilmente; 2. Percorrere la nostra autonomia, come di per sé già facciamo, con o senza il permesso del potere, con o senza le leggi e gli accordi che obbligatoriamente passano per i loro spazi e la loro parola e mai per i nostri e la nostra parola. Sviluppare strategie alternative di resistenza attiva in cui l’elaborazione e l’articolazione di proposte alternative consensuali con il maggior numero possibile ed opportuno di gruppi, organizzazioni e popoli, costituiscano il loro asse portante. […] 3. Un’azione complessa e flessibile nelle nostre lotte e proposte, sapendo che la vittoria o la proposta ad un determinato argomento o per un gruppo, non costituiscono un obiettivo ma una strategia, cioè solamente una battaglia ed una soluzione, dal momento che nessun tema o attore nella lotta o nella costruzione di opzioni è isolato ma, anzi, è strettamente legato a tutti gli altri temi e gruppi che lottano e propongono. Per queste ragioni, appoggeremo, nel modo e con l’intensità che ogni organizzazione o popolo determinino in coscienza, al resto delle lotte ed elaborazioni di proposte, vedendoci nel dolore e nella speranza di tutti gli altri con i quali aspiriamo ad essere e ad agire coerentemente. 4. Riunire gli altri perché ci conoscano, anche coloro che storicamente sono responsabili della nostra povertà ed emarginazione, perché vengano tra i nostri popoli, nelle nostre terre e noi alle loro, perché vivano e camminino come noi facciamo e noi possiamo vivere e camminare come loro fanno, anche solo per un tempo, purché fatto con sincerità; che ci conoscano nella nostra parola e nelle nostre scelte, per poi vedere in che modo possiamo camminare insieme, con che livello di autonomia, e che cosa sia senza futuro, per migliorare ed arricchirci. 5. Formare moltiplicatori comunitari nelle più diverse, sebbene, per ora, inaccessibili ed incomprensibili tecniche, temi ed argomenti di interesse locale, regionale e globale, non solamente per trasmettere con una certa frequenza e rendere più spedita e chiara l’informazione verso i nostri popoli e comunità, ma fondamentalmente, per livellare, a partire dai nostri processi e, con la nostra stessa gente, indios e contadini, l’informazione e la sua comprensione precisa del contesto, perché il potere non ci sorprenda come estranei alla sua parola e così gli risulti più difficile ingannarci o dividerci, come vorrebbe, abusare di noi; però anche per crescere con coloro che hanno o portano fino a noi la loro parola sincera e di cooperazione tra fratelli. 6. La formazione di reti regionali – locali, nazionali ed internazionali – di monitoraggio autogestito, per scoprire, registrare, analizzare e valutare, attraverso consigli di assistenza autonoma, piani, progetti ed azioni dei governi, delle corporazioni o dei centri di ricerca a loro affini, che vengano o si propongano ai nostri popoli e comunità, con l’obiettivo di sfruttare le risorse, di sviluppare alcun programma o incidere in qualche modo nella nostra vita. […] 7. Come medici, ostetrici e ostetriche indigene tradizionali, proponiamo, anche, un progetto autonomo sulla salute che, basato sulle risorse che conosciamo e controlliamo, si leghi, a partire dalle nostre necessità e processi, alla medicina occidentale, che prenda da questa quello che ci serve, come vuole prenderlo, anche come hanno fatto i nostri fratelli del Sud Africa o mediante altre scelte, nell’esercizio del nostro diritto alla vita, e che getti tutto ciò che non serve; affinché possiamo crescere sani, rafforzare e condividere ogni volta con più persone e gruppi solidali e bisognosi anche di salute, le nostre conoscenze e risorse che, d’altra parte, noi solamente abbiamo per custodirle e che ci sono state raccomandate dalla nostra sacra madre terra. 8. Proposte alternative ai signori del Potere ed alle parole non sincere. Questi signori ci hanno imposto il loro sistema di dominazione che solamente beneficia loro, a pregiudizio crescente del resto della umanità e della biosfera. […] E’ quindi urgente il dialogo e la transizione con loro, per trattare le basi materiali ed effettive con cui fissare le nuove forme di convivenza universale. Proponiamo quindi loro: 8.1 Che cambino il loro cuore; 8.2 Che siano sinceri, con gli altri e con se stessi, al di là della loro proposta. Che la loro parola torni ad essere parola vera e degna di rispetto perché si possa valutarla ed in questo senso accettarla o rifiutarla, tra tutti coloro che oggi danneggia; 8.3 Che cambino la loro forma di vita basata nel saccheggio e nello sfruttamento degli altri, che rinuncino a fare proprio il mondo o a presiederlo sotto le proprie leggi e valori, che ritornino ad essere piccoli come lo è la natura di tutte le cose che sono grandi; 8.4 Che cerchino una loro nuova forma di vita. Se la natura creò migliaia e migliaia di forme di vita che possono convivere in uno spazio relativamente piccolo ed ancora se tra popoli diversi si riproduce questa coesistenza, non crediamo che non esista per loro un altro cammino a quello che hanno scelto. Noi, se volete, mentre riflettete su questa scelta, possiamo offrirvi la nostra esperienza che non è altro che quella di camminare attraverso le terre come chi gira per casa propria: prendendo da essa solo ciò di cui ha bisogno, per essere persone e restituire ad ella di più. Così parlano gli stessi ricercatori dei nostri primi avi che fecero arricchire le altre specie ed ancora, con le stesse, arricchirono la diversità dei boschi che abitarono. […] Per ulteriori info contatta il Progetto di Difesa Integrale dei Diritti Umani
COmitato INternazionalista ARco IRis (COINARIR)
L'obiettivo della Solidarietà non è quello di fare cose impossibili, ma di unire forze, creare sinergie, perché le cose impossibili siano possibili.
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Ecuador: Un genocidio con responsabilità italiane! Bolivar Santi, un uomo che difende la sua terra e la sua gente |
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Ecuador: Il genocidio
del petrolio ha impronte italiane, ma non solo l'Ecuador è il quarto
esportatore di petrolio di tutta l'America Latina ed il sesto al mondo.
Eppure la sua situazione non è delle migliori: la sottoccupazione
raggiunge 61 ecuatoriani su 100. 6 ecuatoriani su 10, poi, guadagnano meno
di due dollari al giorno (fonte: quotidiano El Universo, Ecuador, 8
ottobre 2000). Qualcosa sembra non funzionare.
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Nel numero 404
(febbraio 2002) il mensile "New African" comincia la pubblicazione del
"Blue Book". Questo libro, pubblicato nel 1918 dal governo britannico e
poi distrutto, racconta in modo dettagliato il genocidio degli Herero
che fu compiuto all'inizio del Novecento dalle truppe tedesche.
All'epoca la terra degli Herero (l'attuale Namibia) era infatti una
colonia tedesca, nota come Africa di Sud-O-vest. Ancora più oscura del
genocidio armeno, la tragedia degli Herero è rimasta dimenticata per un
secolo. A chi volesse approfondire la questione consigliamo il libro di Jan-Bart Gewald HERERO HEROES: A SOCIO-POLITICAl HISTORY OF THE HERERO OF NAMIBIA, 1890-1923, Ohio University Press, Athens 1998. |