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Sbarazziamoci del nemico. Prendiamo
i nostri uomini, e riportiamoli a casa. Tanti la pensano così, in questi
giorni. Ma non si può. Anche quando tu non vuoi il nemico, è lui che
vuole te. E questo nemico, il terrorismo islamico, ci ha scelto come
bersaglio da molto tempo. Almeno dall’11 settembre. Queste guerre non
cominciarono con noi che andavamo da loro, ma con loro che, dirottando
degli aerei, ci piombarono sulla testa.
Ma quella è roba degli americani, che c’entriamo noi con le loro rogne,
tuonano i Cuor di leone di casa nostra, forti di una tradizione nazionale
che il tradimento dell’alleato ce l’ha nel sangue. E invece c’entriamo,
eccome. Nel bene e nel male. Nel bene, perché da noi si può scrivere
e dire, più o meno, come la si pensa. Nel male perché ( anche se i nostri
soldati sono bravissimi ragazzi), noi apparteniamo al campo scellerato
della soldatessa che fa sesso davanti ai prigionieri, e non a quello
demoniaco che i prigionieri, ebrei americani, li decapita. Noi apparteniamo
a questa parte, coi nostri eroismi e i nostri vizi. Che non dovrebbero
arrivare alla perversione di amare quelli del nemico.
Tenere per il nemico è una brutta cosa. Non solo denuncia una pericolosa
mancanza di identità, accompagnata dalla fantasia narcisistica di potersi
fabbricare quella che si preferisce, in barba al nome del padre, e alla
terra dove sei nato. Non solo manca di lealtà verso quelli della tua
comunità, a cominciare dai più umili, quelli che muoiono quando scoppia
una bomba messa lì per uccidere. Tenere per il nemico rivela, anche,
lo stile estetizzante, privo di vera moralità, dell’estremismo occidentale,
di destra o di sinistra non importa, quello che sceglie il tradimento,
“elegante” e fintamente generoso, invece della condivisione delle responsabilità
con la tua gente. Mi viene in mente quand’ero un ragazzino, e lo scrittore
Franz Fanon, all’epoca della guerra d’Algeria, delle torture dei paracadutisti,
e degli attentati dei fellagha, andava in estasi per le efferatezze
di questi ultimi. Roger Nimier, un giovane scrittore di grande talento,
vietato in Italia dai marxisti, sbottò irritato: “il masochismo lo si
cura in camera. Non c’è bisogno di farvi partecipare il Paese.”
I paesi maturi, quelli che hanno il senso della propria origine e del
proprio destino, accettano l’esistenza del nemico come una sfida, posta
loro dallo spirito del tempo, per mettere ordine. All’ interno per ritrovare
coesione, valori condivisi. All’ esterno, per dare respiro ai popoli
oppressi dagli stili politici più truculenti, dalla follia dei profeti
paranoici. Come ha avvisato Abdullah di Giordania, se si lascerà che
la guerra civile si impadronisca dell’Iraq, dilagherà in tutto il Medio
Oriente, e nessuno sarà salvato. Accettare la sfida del tempo non significa
il “tutti a casa”, ma forse inviare altri soldati, e non in missione
per una pace che non c’é. Naturalmente, le sfide del tempo si possono
anche rifiutare. Ed anzi fare il tifo per i nemici che le impongono.
E’ anche quello un modo di partecipare alla storia. Quello dei vili.
Claudio
Risé (da L’Indipendente, 19.5.2004)
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