E adesso, Nassiriya?

di Claudio Risé

 

Sbarazziamoci del nemico. Prendiamo i nostri uomini, e riportiamoli a casa. Tanti la pensano così, in questi giorni. Ma non si può. Anche quando tu non vuoi il nemico, è lui che vuole te. E questo nemico, il terrorismo islamico, ci ha scelto come bersaglio da molto tempo. Almeno dall’11 settembre. Queste guerre non cominciarono con noi che andavamo da loro, ma con loro che, dirottando degli aerei, ci piombarono sulla testa.
Ma quella è roba degli americani, che c’entriamo noi con le loro rogne, tuonano i Cuor di leone di casa nostra, forti di una tradizione nazionale che il tradimento dell’alleato ce l’ha nel sangue. E invece c’entriamo, eccome. Nel bene e nel male. Nel bene, perché da noi si può scrivere e dire, più o meno, come la si pensa. Nel male perché ( anche se i nostri soldati sono bravissimi ragazzi), noi apparteniamo al campo scellerato della soldatessa che fa sesso davanti ai prigionieri, e non a quello demoniaco che i prigionieri, ebrei americani, li decapita. Noi apparteniamo a questa parte, coi nostri eroismi e i nostri vizi. Che non dovrebbero arrivare alla perversione di amare quelli del nemico.
Tenere per il nemico è una brutta cosa. Non solo denuncia una pericolosa mancanza di identità, accompagnata dalla fantasia narcisistica di potersi fabbricare quella che si preferisce, in barba al nome del padre, e alla terra dove sei nato. Non solo manca di lealtà verso quelli della tua comunità, a cominciare dai più umili, quelli che muoiono quando scoppia una bomba messa lì per uccidere. Tenere per il nemico rivela, anche, lo stile estetizzante, privo di vera moralità, dell’estremismo occidentale, di destra o di sinistra non importa, quello che sceglie il tradimento, “elegante” e fintamente generoso, invece della condivisione delle responsabilità con la tua gente. Mi viene in mente quand’ero un ragazzino, e lo scrittore Franz Fanon, all’epoca della guerra d’Algeria, delle torture dei paracadutisti, e degli attentati dei fellagha, andava in estasi per le efferatezze di questi ultimi. Roger Nimier, un giovane scrittore di grande talento, vietato in Italia dai marxisti, sbottò irritato: “il masochismo lo si cura in camera. Non c’è bisogno di farvi partecipare il Paese.”
I paesi maturi, quelli che hanno il senso della propria origine e del proprio destino, accettano l’esistenza del nemico come una sfida, posta loro dallo spirito del tempo, per mettere ordine. All’ interno per ritrovare coesione, valori condivisi. All’ esterno, per dare respiro ai popoli oppressi dagli stili politici più truculenti, dalla follia dei profeti paranoici. Come ha avvisato Abdullah di Giordania, se si lascerà che la guerra civile si impadronisca dell’Iraq, dilagherà in tutto il Medio Oriente, e nessuno sarà salvato. Accettare la sfida del tempo non significa il “tutti a casa”, ma forse inviare altri soldati, e non in missione per una pace che non c’é. Naturalmente, le sfide del tempo si possono anche rifiutare. Ed anzi fare il tifo per i nemici che le impongono. E’ anche quello un modo di partecipare alla storia. Quello dei vili.

Claudio Risé (da L’Indipendente, 19.5.2004)