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di Carlo Maria Martini |
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Una seconda cosa che menzionerei è che - la pace non è mai un edificio solido, costruito compatto una volta per tutte, ma somiglia piuttosto a una tenda, a un castello di sabbia, da custodire e da ricostruire sempre con infinita pazienza («settanta volte sette» direbbe Gesù, cfr. Mt 3,22). In altre parole, - non è sufficiente rifarsi soltanto a considerazioni etico-politiche (chi ha ragione, chi ha torto, chi è l'aggressore, chi è l'aggredito, l'uso della legittima difesa, l'eventuale possibilità di una guerra giusta, ecc.). - Occorre avere il coraggio di proclamazioni profetiche, che tengano conto della precarietà e peccaminosità della situazione umana storica. Infatti - la prima e perenne difficoltà nella costruzione della pace nella città degli uomini risiede in un dato antropologico che la Bibbia ricorda fin dalle prime pagine e cioè che «l'istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza» (Gen 8,21). Ogni volontà costruttiva della pace si scontra con la ineludibile aggressività umana, col desiderio insito in tanti di noi, persone e gruppi, di - possedere ciò che è dell'altro, di avere più dell'altro, meglio dell'altro, togliendolo, se non c'è altro mezzo, anche con la forza. - Tutto ciò costituisce una dimensione tragica dell'esistenza che non è lecito ignorare, fare come se non esistesse. - In questo senso la sola e astratta sollecitazione di atteggiamenti belli ma carichi di utopia, senza inserirli nel contesto reale della struttura, dei bisogni e delle miserie umane, minaccia alla fine la causa stessa della pace. - Non per niente una delle tradizioni bibliche più antiche dice che: - la prima città fu fondata da Caino, allo scopo certamente anche di contenere e arginare quelle aggressioni scatenate che alla fine avrebbero potuto uccidere lo stesso Caino (cfr. Gen 4,17). - Il conflitto, l'uso della forza, la possibilità dello scatenarsi della violenza, sono dati di cui si deve tener conto nel programmare la vicenda umana, ciò che è compito soprattutto dei politici. È perciò inevitabile, per la pace di questo mondo, ideale sommo e sempre da perseguire con indomito coraggio, ritessere continuamente le fila di una concordia che non si illuda di sradicare del tutto l'aggressività, ma che si proponga il compito, più modesto ma insieme più realistico, di moderarla fino al punto da preferire talora anche un compromesso, in cui ciascuno debba concedere qualcosa a cui avrebbe teoricamente diritto, in vista del superamento di una litigiosità violenta e senza fine. CARLO MARIA MARTINI Gerusalemme, Quaresima 2003 Da: Intercedere per la pace, di Carlo Maria Martini (lettera all'Osservatore Romano). |