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di Davide Perillo (da
Sette, marzo 2003) |
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Da Sette, allegato al Corriere della Sera, n. 12, marzo 2003 Il «nemico musulmano» e gli scontri etnici. Le cattedrali in pericolo e i duelli all’arma bianca. E ancora. I simboli greci, i nazisti, gli americani…Abbiamo chiesto a uno psicoanalista (esperto anche di battaglie) di scavare nei sonni e nell’inconscio degli italiani. Per capire se e quanto il conflitto con l’Iraq ci spaventa davvero. Il risultato? Sorprendente. «Eravamo in cima allo Sciliar, l'altopiano dolomitico. Io e mia moglie. Lei vedeva del fumo nero alzarsi da dietro le baite. C'era gente intorno. Dicevano che era successo qualcosa di grave. E lei ha avuto la percezione che la nostra vita sarebbe cambiata per sempre». Mica male, per un sogno fatto un mese prima dell'11 settembre. «Segno che temi come il conflitto e il terrorismo erano nell'aria da tempo. Abitavano già il nostro inconscio. E ci sono rimasti, anche se in modo diverso». Almeno secondo Claudio Risé, psicanalista di scuola junghiana che alla guerra ha dedicato parecchi libri e sette anni di cattedra (ha insegnato Polemologia a Trieste fino al 2001). E che oggi è piazzato in un ottimo osservatorio per capire se il conflitto in Iraq ci spaventa davvero, se Saddam e Bin Laden, le bombe e il terrorismo, sono solo argomenti di dibattito o paure vere, di quelle che ti scavano dentro e arrivano giù, fino all'inconscio. Proprio come è successo con le Torri Gemelle, che si sono portate dietro una scia di incubi «ma che in certi casi erano state addirittura anticipate da sogni premonitori come quello di mia moglie». E adesso? Gli italiani hanno paura o no di questa guerra? «Guardi, a livello di inconscio collettivo, cioè di quello che compare nei sogni dei pazienti, per ora non ho visto granché. Niente a che vedere con l'11 settembre, appunto. E neanche con la vecchia guerra del Golfo, che aveva suscitato incubi terrificanti. Stavolta non succede. Vedo molti pazienti, ma sono mesi che non mi raccontano sogni di guerra. Il che è abbastanza straordinario, vista la situazione». Lei come lo spiega? «L'inconscio è compensatorio rispetto al conscio: parla di ciò che la coscienza non dice. Della guerra del Golfo, nel '91, in fondo non si era detto molto. Se n'era discusso, certo, ma in qualche modo era stata accettata come un'operazione di polizia internazionale. Oggi, invece, della guerra si discute da mesi. C'è stata un'overdose di informazione. E quando l'informazione ara la questione da tutte le parti, per l'inconscio non resta più nulla. Ha già parlato la coscienza». Eppure questa è una guerra che rischia di avere un impatto diretto anche su di noi, molto più del Golfo. La paura del terrorismo, per esempio, è concretissima... «Sì, ma è una paura parlata, scritta, manifestata. La gente la sentiva anche prima, a prescindere dalla guerra. Ecco, questa forse è un'indicazione politica che l'inconscio fornisce: il terrorismo c'è comunque, Iraq o no. Può buttare in aria la nostra vita. E noi lo sappiamo. Comunque il dato più interessante forse è un altro, e va al di là della paura di questa guerra». Quale sarebbe? «Dagli anni Novanta in poi c'è una grande frequenza di sogni che ruotano intorno a un certo tipo di conflitto: la guerra etnica. Sogni ambientati in posti bene identificabili, come il ghetto ebraico di Venezia. E popolati di figure etnicamente precise, ben riconoscibili e in conflitto tra loro. Che so, l'uzbeko, il cosacco... L'ebreo, appunto. Be', sogni di questo tipo li ho visti arrivare addirittura da dieci anni fa. Quindi da prima che si iniziasse a parlare esplicitamente di guerra come conflitto etnico o addirittura scontro di civiltà. Nell'inconscio collettivo il clash of civilizations è cominciato in anticipo rispetto al libro di Samuel Huntington...». Scusi, esempi più precisi?
«Non racconto mai i
sogni dei miei pazienti: sono cose loro, private. Senta, non sarà molto «politically correct», ma in questo filone di «sogni di guerra etnica» la figura dell'arabo ricorre o no? «Abbastanza spesso. Sì, dopo l'11 settembre si può parlare di un'islamizzazione delle figure sognate. L'Islam è percepito come un fattore conturbante. Per il quale, magari, a volte il sognatore parteggia...». Anche se nella vita reale ne ha paura? «Certo. Proprio per il gioco di contrappeso che l'inconscio fa sempre rispetto alla coscienza. E poi tenga sempre presente che certe figure, anche quando sono legate a sedimenti culturali molto profondi, vengono usate dalla psiche per fare discorsi personali. In ogni storia l'ebreo o l'arabo hanno significati diversi da paziente a paziente. Parteggiare per l'uno o per l'altro non può essere interpretato come una scelta di campo». Ma lei ha mai sentito qualcuno che le raccontava di aver sognato Bin Laden o Saddam? «No, per carità. Ma proprio perché Bin Laden è un mostro mediatico, quindi già completamente consumato a livello della coscienza. A livello dell'inconscio compaiono figure molto più misteriose. Occhi scuri. Denti bianchi. Sguardi crudeli. Ma niente scimitarre o tratti esotici. L'inconscio collettivo ha un suo rigore simbolico, usa segni molto precisi. Sguardi e denti lo sono. E sono sempre più presenti». Altri segnali? «Spesso c'è il sogno della chiesa minacciata. Una cattedrale in pericolo. Anche San Pietro». Succede solo ai cattolici? «No, anzi. In genere questi sogni li fanno persone piuttosto lontane dalla Chiesa. Del resto, i pazienti che vengono in analisi raramente sono cattolici». Ma in generale quali sono i sogni di guerra più frequenti? «Più che sogni di guerra ci sono figure bellicose ricorrenti. Un personaggio molto frequente nei sogni, per esempio, è il nazista. Ma in genere richiama più la polizia che la guerra: compare come uno che arresta dei civili piuttosto che come soldato in battaglia. Poi si sogna spesso la Resistenza, soprattutto da parte dei figli di chi l'ha vissuta. E compaiono anche gli americani, la liberazione dell'Europa. Pure quello è un archetipo molto presente». Quanto pesa sull'inconscio il fatto che la guerra adesso la si vede in tv? «Pesa molto, perché collabora a toglierla di mezzo come evento sognato direttamente. Sognare la guerra è un evento rarissimo. Ciò che si sogna in genere è una situazione di conflitto, suggerita da figure armate di pistole o pugnali. Mentre, per esempio, non ho mai trovato un sogno di guerra aerea, popolato dalle classiche immagini della Cnn. Ormai sono così coscientizzate che restano completamente assenti dall'inconscio. Più la guerra si tecnicizza e si spettacolarizza, più l'inconscio torna a strutture essenziali, simboliche: un guerriero contro un altro guerriero. O due contro due in un quadrilatero. È come se l'inconscio si battesse per ripristinare un'immagine essenziale della guerra sottraendola alla tv». Però tra le nostre paure sono entrati anche elementi che prima non associavamo ai rischi di guerra. Che so, i viaggi aerei, la metropolitana... Li sogniamo più spesso?
«Be', per la verità il
metrò è sempre stato un luogo ambiguo dal punto di vista onirico: è
sotterraneo, quindi allude direttamente all'inconscio. E i bambini? Loro hanno paura della guerra? «Sì, loro sì. Soprattutto dall'11 settembre. L'immagine delle Torri era così forte che tutti i bambini che mi è capitato di sentire sono rimasti molto scossi. Mio figlio ha 10 anni. A Natale ha voluto che gli regalassimo un aereo a molla. Ha costruito due torri di legno. Ci ha sparato contro le torri e le ha buttate giù. E quando mia moglie era andata dal giocattolaio, lui gli aveva detto che quell'aereo era l'ultimo. Tutti venduti. Era stato un gioco collettivo. Ecco, questa è la tipica reazione infantile a un evento drammatico. I bambini hanno paura del terrorismo in generale. E per quel poco che vedo, sono preoccupati anche della guerra». Lei è in contatto con i suoi colleghi americani? Che cosa le raccontano? «Molti mi hanno scritto delle email chiedendomi di pregare con loro perché Saddam si dimettesse. Mi ha colpito. Mi hanno dato l'immagine di un'America, psicanalitica e no, impegnata addirittura a livello religioso per scongiurare un pericolo... È una cosa abbastanza sorprendente per noi, non trova?». Ma è un segnale di forza o di paura? «Di forza. È sempre meglio avere un Dio con te che non averne nessuno...». |