STATI ASSASSINI - di Claudio Risé

(da Liberal, nr. 32, ottobre-novembre 2005)

“Se una farfalla cade a Tokio, la mia anima ne è ferita”: la frase junghiana spiega come l’inconscio collettivo metta la psiche individuale in condizione di “sentire” tutto ciò che accade nel mondo vivente. Diventa allora opportuno chiederci qual è l’effetto della violenza omicida nel mondo sulla nostra anima, sulla nostra psiche individuale, e sul suo equilibrio. Che qualcosa non vada per il verso giusto, nella relazione con aggressività e violenza dell’individuo della modernità, l’epoca più violenta e sanguinosa che si ricordi, risulta dai libri di storia. Oggi poi le patologie di questa sfera della psiche condizionano profondamente la nostra vita. L’individuo tardomoderno oscilla tra un deficit di aggressività, che gli rende difficili le tradizionali attività per la sopravvivenza, dal lavoro alla sessualità, e scoppi di violenza patologica, che rendono la sua vita pericolosa, e le sue relazioni impossibili.
La scienza politica fornisce, ora anche in traduzione italiana, un interessante scenario di sfondo collettivo a questi problemi dell’aggressività individuale, col fondamentale testo di Rudolph J. Rummel Stati Assassini, La violenza omicida dei governi (Rubbettino Editore, 28 E), con un’appassionata prefazione di uno dei più preparati studiosi italiani di Relazioni Internazionali, Alessandro Vitale.
Rummel presenta in questo testo i frutti delle sue accuratissime ricerche sul campo specifico, che, nella loro esplicitezza, illuminano queste ferite della nostra anima, di uomini di oggi. Si sa che il 900 è stato il secolo più sanguinoso della storia, per la vastità e la perfezione tecnologico-mortifera delle sue guerre mondiali. Rummel dimostra però, ad esempio, che dei 60 milioni di persone uccise durante la seconda guerra mondiale, i caduti nei combattimenti sono “solo” 16 milioni. La maggior parte dei restanti 44 milioni, è stata eliminata a sangue freddo dai governi. I grandi assassini, più che le guerre, sono gli Stati. E, come insiste Rummel nel testo, gli Stati diversi dalle democrazie, quelli dove vige il potere assoluto che “uccide assolutamente”. L’autore arriva così a stabilire che nel 900, oltre ai 38 milioni di morti in guerra, ed ai genocidi mirati, 170 milioni di persone (il quadruplo delle vittime delle guerre) sono state uccise a freddo, dai governi nelle cui mani il potere era più concentrato e senza controllo democratico.
Come aveva già osservato Lederer nei suoi primi studi sul nazismo, questi Stati usano la violenza, di cui (come ogni Stato) hanno il monopolio, per distruggere tutte le comunità intermedie, anche territoriali, e le fonti indipendenti di opinione e di cultura, amministrazione, quindi di potere. Ciò crea l’”egualificazione” dell’individuo, l’omogeneità assoluta, e l’unanimità attraverso il terrore. Identificare il “democidio”, come lo chiama Rummel col nazismo, è tragicamente riduttivo. Dal 1945 fino al 1987 (quando il potere comunista comincia a declinare), sono state ancora uccise circa 76 milioni di persone, tra omicidi politici, e genocidi. Di questi, 66 sono stati commessi negli Stati comunisti, 10 milioni tra guerre coloniali, pulizie etniche, la rivoluzione in Iran, il mantenimento del potere nella Cina nazionalista, e in Pakistan.
Ora dopo la fine del comunismo, e con la diffusione della democrazia, il democidio sta calando, anche se dall’88 al 99 ci sono stati altri 4 milioni morti. Ma la contabilità degli Stati Assassini continua a pesare sull’inconscio dell’uomo moderno. Forse per chiedergli di porvi fine.

Claudio Risé