“Se una farfalla cade a Tokio, la mia anima ne è ferita”: la frase
junghiana spiega come l’inconscio collettivo metta la psiche individuale
in condizione di “sentire” tutto ciò che accade nel mondo vivente. Diventa
allora opportuno chiederci qual è l’effetto della violenza omicida nel
mondo sulla nostra anima, sulla nostra psiche individuale, e sul suo
equilibrio. Che qualcosa non vada per il verso giusto, nella relazione con
aggressività e violenza dell’individuo della modernità, l’epoca più
violenta e sanguinosa che si ricordi, risulta dai libri di storia. Oggi
poi le patologie di questa sfera della psiche condizionano profondamente
la nostra vita. L’individuo tardomoderno oscilla tra un deficit di
aggressività, che gli rende difficili le tradizionali attività per la
sopravvivenza, dal lavoro alla sessualità, e scoppi di violenza
patologica, che rendono la sua vita pericolosa, e le sue relazioni
impossibili.
La scienza politica fornisce, ora anche in traduzione italiana, un
interessante scenario di sfondo collettivo a questi problemi
dell’aggressività individuale, col fondamentale testo di Rudolph J. Rummel
Stati Assassini, La violenza omicida dei governi (Rubbettino Editore, 28
E), con un’appassionata prefazione di uno dei più preparati studiosi
italiani di Relazioni Internazionali, Alessandro Vitale.
Rummel presenta in questo testo i frutti delle sue accuratissime ricerche
sul campo specifico, che, nella loro esplicitezza, illuminano queste
ferite della nostra anima, di uomini di oggi. Si sa che il 900 è stato il
secolo più sanguinoso della storia, per la vastità e la perfezione
tecnologico-mortifera delle sue guerre mondiali. Rummel dimostra però, ad
esempio, che dei 60 milioni di persone uccise durante la seconda guerra
mondiale, i caduti nei combattimenti sono “solo” 16 milioni. La maggior
parte dei restanti 44 milioni, è stata eliminata a sangue freddo dai
governi. I grandi assassini, più che le guerre, sono gli Stati. E, come
insiste Rummel nel testo, gli Stati diversi dalle democrazie, quelli dove
vige il potere assoluto che “uccide assolutamente”. L’autore arriva così a
stabilire che nel 900, oltre ai 38 milioni di morti in guerra, ed ai
genocidi mirati, 170 milioni di persone (il quadruplo delle vittime delle
guerre) sono state uccise a freddo, dai governi nelle cui mani il potere
era più concentrato e senza controllo democratico.
Come aveva già osservato Lederer nei suoi primi studi sul nazismo, questi
Stati usano la violenza, di cui (come ogni Stato) hanno il monopolio, per
distruggere tutte le comunità intermedie, anche territoriali, e le fonti
indipendenti di opinione e di cultura, amministrazione, quindi di potere.
Ciò crea l’”egualificazione” dell’individuo, l’omogeneità assoluta, e
l’unanimità attraverso il terrore. Identificare il “democidio”, come lo
chiama Rummel col nazismo, è tragicamente riduttivo. Dal 1945 fino al 1987
(quando il potere comunista comincia a declinare), sono state ancora
uccise circa 76 milioni di persone, tra omicidi politici, e genocidi. Di
questi, 66 sono stati commessi negli Stati comunisti, 10 milioni tra
guerre coloniali, pulizie etniche, la rivoluzione in Iran, il mantenimento
del potere nella Cina nazionalista, e in Pakistan.
Ora dopo la fine del comunismo, e con la diffusione della democrazia, il
democidio sta calando, anche se dall’88 al 99 ci sono stati altri 4
milioni morti. Ma la contabilità degli Stati Assassini continua a pesare
sull’inconscio dell’uomo moderno. Forse per chiedergli di porvi fine.
Claudio Risé
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