Quale ragione induce a rifiutare un bel dono?


Ora la mia domanda. Quale ragione induce a rifiutare il bello, o meglio, un bel dono. Consegnare il proprio nome, o scoprire il vero nome di qualcuno significa penetrare la parte più profonda della personalità, non solo degli individui, ma anche degli oggetti, delle cose, addirittura di luoghi. Roma aveva il suo tabù, il nome segreto conosciuto e gelosamente custodito dai sacerdoti. La pena per la divulgazione dell'arcano significava la distruzione della città stessa. E ancora più in là. Ra, il potente, il padre degli dei, ricattato dalla figlia Iside che minaccia di rivelare il suo nome segreto davanti al Consiglio, con una immediata e conseguente dissoluzione del Dio. Il nome. Più potente di Dio. Racchiude l'essenza della realtà, e insieme la sua dimensione spirituale. Quante volte pronunciato, inconsapevolmente, e quanto, altrettanto distrattamente dimenticato. Con il conseguente allontanamento dal proprio vero sé. Ancora più spesso si verifica la sterile identificazione del nome con l'appartenenza ad uno status sociale ben preciso, svuotandolo così del suo significato più profondo. Una superficializzazione assolutamente pericolosa il cui effetto più diretto è lo svuotamento del significato del Dono della propria, vera essenza. Ora la mia domanda. Quale ragione induce a rifiutare il bello, o meglio, un bel dono. Cosa impedisce la comprensione della veridicità di un'offerta di felicità (forse il termine è un po’ sproporzionato), la cui principale pregiudiziale pare essere proprio la sua gratuità. Donne Selvatiche è prezioso e illuminante, un aiuto indispensabile per ricongiungersi con quella parte di anima che, volutamente o no, tendiamo a toglier di mezzo.

Laura

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