Violare il segreto



 

«Una domanda. Nelle storie di “donne selvatiche” si presagisce, fin da subito, il momento in cui si verificherà un “peccato” nei loro confronti. Come se il destino  ineluttabile di questa energia debba essere quello di andare perduta (e fin qui, nulla da dire, in quanto la perdita è anche guadagno, almeno come esperienza che fa acquisire una coscienza del valore). Non capisco invece perché in questa “perdita” si configuri l'attribuzione di una colpa: “la selvatica se ne va con rancore”, si dice. E questo quando, spesso, “la colpa” mi pare qualcosa di assolutamente innocente e per la  quale si paga un prezzo spropositato (oltre a quello già notevole della perdita  stessa). il ragazzo “sprofonda” per aver rivelato una verità segreta. ma non c'è in questo  quasi un aspetto vendicativo? Una punizione per aver tradito un’appartenenza personale (quella sigillata dal segreto), che forse in realtà è un impossessamento “contro” la verità delle cose (che è anche l'appartenenza e la confidenza con gli altri uomini, ad esempio. Raccontare il segreto non è mica solo un atto di narcisismo; può anche essere semplicemente un dire la verità, un rifiutare il peso di un’ambiguità).  
Insomma, mi viene questo sospetto: in queste storie non c'è, oltre all’abbandono per mancanza di “rispetto” del naturale, anche una dose di troppo di “colpevolizzazione”? E se questa c’è, non è forse giusto, per l'uomo (cioè il maschio) saperla rifiutare con fermezza, anche a costo della perdita? Anzi non è forse questo un valore da dare alla accettazione di questa  "penuria" che deriva al maschio dalla perdita di contatto con la prepotente  natura?»

Lettera firmata


Caro amico,
delicata domanda, la tua, eppure centrale. Perché riguarda, al di là delle Donne Selvatiche, il difficile confine, nella relazione, tra richiesta di rispetto per sé, e prevaricazione dell’altro. Tra l’affermare la  propria libertà, e l’esercitare un  potere sull’altro, che diventa fortemente distruttivo quando la richiesta di libertà viene violata. Anche da questo punto di vista, mi sembra, la lezione che viene dalle saghe delle Selvatiche è di grande interesse. Perché i loro divieti, le loro richieste, non sono mai casuali e arbitrarie, non sono dei capricci (sempre da rifiutare, come mi sembra tu proponga), sono dei veri e propri tabù, ben esplicitati fin dall’inizio della relazione. Vengo con te, ma non devi mai chiedere il mio nome, oppure: non devi rivelarlo.(Il fatto che si abbia un progetto comune non ti consegna la mia essenza, la mia identità). Il tabù che viene imposto fin dall’inizio della relazione, crea attorno a quel segreto del nome, a quel divieto di donare alla fanciulle oggetti (o a ogni altro qualsiasi tabù di queste storie), un campo di energia (tabù significa appunto: energia), destinato a sviluppare enormi forze all’interno della relazione. Almeno fino a quando viene mantenuto. Quando poi il tabù viene infranto, l’energia viene dissolta, per questo “la selvatica se ne va con rancore”. Il rancore per un’opportunità che il contadino (o la contadina), non hanno colto.
La relazione senza tabù è troppo debole, è un campo di energie non ordinate, che fatalmente si disperdono. Non vale la pena di essere vissuta, almeno da loro. Certo, come tu dici, il tabù ha sempre, in qualche modo, a che fare col segreto, con un intimo che tale rimane, con una riservatezza. Dunque con un’ambiguità, che resta. Delle Selvatiche non si sa il nome; la loro sessualità non è mai completamente svelata, o svelabile; donano, ma sono restie a ricevere. Attente a rifiutare ogni invasione. Tutto ciò, però, non è espresso attraverso capricci, ma patti, accordi che istituiscono tabù, ed hanno dunque un carattere rituale, noto ed accettato fin dall’inizio della relazione, anzi fondante la relazione stessa. Questi tabù conferiscono forza alla relazione che sappia costruirci sopra i suoi riti.
Tutto ciò, certamente, tende a trasformare la relazione in qualcosa di religioso, dove la comunicazione, anche erotica, assume connotati sacralizzati, che del sacro possiedono la fecondità, ma anche il carattere terrifico, quando il tabù viene violato, il rito infranto. Ma c’è qualcosa di più complesso, di più difficile da accettare. In queste narrazioni, secondo me e Moidi Paregger, le Salige rappresentano la forza e il mistero del femminile naturale, primordiale, legato al “lumen naturae”: che la relazione con loro sia sacra non è poi così strano. La parte più difficile da accettare, però (che nel libro ho solo accennato, ma di cui sono personalmente convinto), è che in fondo ogni relazione davvero profonda non ha che da avvantaggiarsi da questo carattere sacrale, da questo porre (e rispettare) tabù, che poi sprigionano energie, da questo viverne ritualmente i propri incontri. Non solo nelle relazioni sentimentali, ma anche nell’amicizia, nel lavoro: il tabù, rispettato e onorato, dà forza, e ricchezza al rapporto.
La richiesta di abolizione di ogni tabù, e la loro sostituzione con regolamenti burocratici, è stata una delle manifestazioni di onnipotenza della modernità, in cui essa ha svelato la sua fantasia di poter fare a meno di Dio. Perché il tabù, ad esso rimanda: al divino. In una relazione in cui vi sono dei tabù, protetti da riti, l’altro (in realtà ognuno dei due) è una figura di Dio. Da qui la ricchezza della relazione “sacralizzata”. E la sua difficoltà.    

Claudio Risé

 

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