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Chi sono le donne selvatiche? Se lo sono
domandati in molti, l’altra sera, uomini e donne convenuti in Palazzo
Loggia per l’incontro con lo psicoanalista e giornalista Claudio Risé,
intervistato dalla giornalista Piera Maculotti e da Paolo Ferliga,
insegnante e psicoanalista.
L’incontro aveva per titolo «Luci sul mondo selvatico» ed
era organizzato dall’Associazione Arnaldo da Brescia (presente al tavolo
l’attivissima Roberta Morelli) con il Comune e la Fondazione Carialo
nell’ambito del ciclo «Luci, voci, ombre». Qualche luce sul «mondo
selvatico» l’ha portata proprio il Prof. Risé, accettando di ridurre in
pillole le tesi esposte nei suoi numerosi saggi e ribadite nelle risposte
ai quesiti dei lettori che settimanalmente compaiono su «Io Donna».
«Il fulcro del
mio lavoro negli ultimi dieci anni, e anche più – ha spiegato – è nel suo
complesso il mondo selvatico, la natura incontaminata, il sacro naturale e
le saghe e le leggende che ne parlano». In «Donne selvatiche» (Frassinelli),
le saghe sono quelle dolomitiche e sudtirolesi, raccolte con passione
dalla moglie Maria Moidi Paregger,
che firma con lui l’opera. La passione per il «mondo selvatico» viene
all’autore da motivi legati alla sua biografia («Nei primi anni della mia
vita ho vissuto a lungo in un giardino inselvatichito, sul Lago Maggiore,
e questo ha segnato molto il mio modo di vedere la realtà»), ma poi, nella
sua elaborazione teorica, diventa l’antidoto ad una società –
l’affermazione è ampiamente condivisibile - «che ha livelli di conformismo
senza precedenti, sostanzialmente totalitaria, che tende a proporre un
unico modello di vita, e che condiziona pesantemente le scelte, pure se
all’interno di un’apparente libertà». La proposta di Risé è un ritorno al
«mondo selvatico» dei primordi, nella convinzione che «l’origine profonda
delle nevrosi odierne e degli attacchi di panico che si diffondono sempre
di più sta nella nostra lontananza dal mondo selvatico, dell’istinto.
Abbiamo perso un sapere, e da lì deriva all’uomo una serie di guai, dai
disturbi alimentari all’impossibilità di riprodursi e di perpetuare la
specie».
Il prof. Ferliga
ha ricordato il «ruolo terapeutico delle immagini archetipiche», e Claudio
Risé ha esemplificato questa affermazione, citando il linguaggio dei
sogni. «All’inizio del trattamento analitico – ha spiegato – in persone
che provano un forte disagio, nei sogni c’è il deserto, il cemento. Poi,
quando inizia a muoversi l’energia vitale nei sogni compaiono animali,
belve feroci, foreste». Il «bosco» è dunque uno dei centri di queste
riflessioni, ed è simbolico di una dimensione da recuperare per l’uomo
moderno, assediato dallo stress. «E’ il mondo – ha precisato Risé – da cui
viene la nostra spinta vitale, quindi la passione per la nostra vita».
E le «donne
selvatiche»? Tempo fa in un incontro bresciano, Claudio Risé aveva
dichiarato di occuparsi soltanto degli uomini, poiché delle donne si
occupavano già egregiamente, e da tempo, le psicoanaliste. Ora invece,
complici le saghe raccolte dalla moglie, l’etichetta «donne selvatiche»
serve a Risé per proporre immagini di donne «legate alla vita del maso, ai
cicli naturali, fortemente oblative della loro forza e del loro sapere, ma
anche molto appassionate della loro libertà». Per contrasto – ha ricordato
Piera Maculotti – il libro si apre con la descrizione di una “donna in
carriera”, che si è allontanata dal «mondo selvatico» per avere successo
seguendo modelli maschili e conformisti: una donna infelice.
A Risé non piace
il «mondo femminilizzato», ovvero «svirilizzato», ovvero «nel quale il
principio ordinante è il principio femminile materno che è l’appagamento
dei bisogni», che ha finito per cancellare il principio maschile
dell’azione. La «Grande Madre» odiata dai «maschi selvatici» è colei che
appaga i bisogni «per esercitare un potere, per condizionare la vita di
coloro che nutre». Tutti argomenti su cui il pubblico, diviso anche da
voci polemiche, ha avuto spunti per riflettere.
p. car. |