«Contro le nevrosi, il mondo selvatico»

dal Giornale di Brescia, 17-5-02


 

Chi sono le donne selvatiche? Se lo sono domandati in molti, l’altra sera, uomini e donne convenuti in Palazzo Loggia per l’incontro con lo psicoanalista e giornalista Claudio Risé, intervistato dalla giornalista Piera Maculotti e da Paolo Ferliga, insegnante e psicoanalista.
L’incontro aveva per titolo «Luci sul mondo selvatico» ed era organizzato dall’Associazione Arnaldo da Brescia (presente al tavolo l’attivissima Roberta Morelli) con il Comune e la Fondazione Carialo nell’ambito del ciclo «Luci, voci, ombre». Qualche luce sul «mondo selvatico» l’ha portata proprio il Prof. Risé, accettando di ridurre in pillole le tesi esposte nei suoi numerosi saggi e ribadite nelle risposte ai quesiti dei lettori che settimanalmente compaiono su «Io Donna».
«Il fulcro del mio lavoro negli ultimi dieci anni, e anche più – ha spiegato – è nel suo complesso il mondo selvatico, la natura incontaminata, il sacro naturale e le saghe e le leggende che ne parlano». In «Donne selvatiche» (Frassinelli), le saghe sono quelle dolomitiche e sudtirolesi, raccolte con passione dalla moglie Maria Moidi Paregger, che firma con lui l’opera. La passione per il «mondo selvatico» viene all’autore da motivi legati alla sua biografia («Nei primi anni della mia vita ho vissuto a lungo in un giardino inselvatichito, sul Lago Maggiore, e questo ha segnato molto il mio modo di vedere la realtà»), ma poi, nella sua elaborazione teorica, diventa l’antidoto ad una società – l’affermazione è ampiamente condivisibile - «che ha livelli di conformismo senza precedenti, sostanzialmente totalitaria, che tende a proporre un unico modello di vita, e che condiziona pesantemente le scelte, pure se all’interno di un’apparente libertà». La proposta di Risé è un ritorno al «mondo selvatico» dei primordi, nella convinzione che «l’origine profonda delle nevrosi odierne e degli attacchi di panico che si diffondono sempre di più sta nella nostra lontananza dal mondo selvatico, dell’istinto. Abbiamo perso un sapere, e da lì deriva all’uomo una serie di guai, dai disturbi alimentari all’impossibilità di riprodursi e di perpetuare la specie».
Il prof. Ferliga ha ricordato il «ruolo terapeutico delle immagini archetipiche», e Claudio Risé ha esemplificato questa affermazione, citando il linguaggio dei sogni.  «All’inizio del trattamento analitico – ha spiegato – in persone che provano un forte disagio, nei sogni c’è il deserto, il cemento. Poi, quando inizia a muoversi l’energia vitale nei sogni compaiono animali, belve feroci, foreste». Il «bosco» è dunque uno dei centri di queste riflessioni, ed è simbolico di una dimensione da recuperare per l’uomo moderno, assediato dallo stress. «E’ il mondo – ha precisato Risé – da cui viene la nostra spinta vitale, quindi la passione per la nostra vita». E le «donne selvatiche»? Tempo fa in un incontro bresciano, Claudio Risé aveva dichiarato di occuparsi soltanto degli uomini, poiché delle donne si occupavano già egregiamente, e da tempo, le psicoanaliste. Ora invece, complici le saghe raccolte dalla moglie, l’etichetta «donne selvatiche» serve a Risé per proporre immagini di donne «legate alla vita del maso, ai cicli naturali, fortemente oblative della loro forza e del loro sapere, ma anche molto appassionate della loro libertà». Per contrasto – ha ricordato Piera Maculotti – il libro si apre con la descrizione di una “donna in carriera”, che si è allontanata dal «mondo selvatico» per avere successo seguendo modelli maschili e conformisti: una donna infelice.
A Risé non piace il «mondo femminilizzato», ovvero «svirilizzato», ovvero «nel quale il principio ordinante è il principio femminile materno che è l’appagamento dei bisogni», che ha finito per cancellare il principio maschile dell’azione. La «Grande Madre» odiata dai «maschi selvatici» è colei che appaga i bisogni «per esercitare un potere, per condizionare la vita di coloro che nutre». Tutti argomenti su cui il pubblico, diviso anche da voci polemiche, ha avuto spunti per riflettere.

p. car.

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