Sorelle selvatiche…udite il mio canto?



Venerdì, 22 Marzo 2002 

Ho terminato l’altro ieri di leggere il libro Donne Selvatiche ed avevo assistito alla conferenza di presentazione alla Fnac. Dopo aver letto il libro mi sono trovata a pensare ad una cosa che a me pare evidente ma di cui nel testo non si parla mai. Una cosa in realtà molto semplice: la Salighe non è mai sola. E’ vero che la Salighe è una con se stessa, è sufficiente a se stessa, dona (e si dona) agli uomini per sovrabbondanza, cerca la compagnia degli uomini per piacere e non per bisogno, ma non è mai sola. Quando lascia il contadino a causa del tabù infranto o perché richiamata dal bosco la Salighe si ricongiunge alle sue sorelle. E’ riaccolta dal bosco, dalla natura e dalla comunità delle sorelle. E’un archetipo femminile collettivo.  Appaiono quasi sempre in gruppo. E questo mi ha fatto pensare quanto invece il collettivo femminile sia negato all’interno del nostro modello culturale. Tanto per fare un esempio, mi capita spessissimo di sentire altre donne (e io stessa l’ho vissuto) parlare dei primi anni di vita dei loro figli come di un periodo molto difficile proprio a causa della solitudine. E’ verissimo ciò che il libro fa notare e cioè che si è persa la relazione col sacro e con la natura selvatica dentro di noi, ma non solo questo a mio parere. Noi donne abbiamo perso una cosa che io credo fondamentale del femminile e cioè un rapporto interiore ed anche esteriore col collettivo femminile. Tempo fa leggevo un libro in cui una sciamana diceva che la donna, essendo legata alla terra, non è fatta per stare sola. Mi era sembrata, allora, una scemenza. Ma mi sto ricredendo. Nelle culture ancora legate ai ritmi della natura e del corpo le donne non rimangono isolate per mesi, per anni mentre crescono i figli. E non rimangono isolate neppure dopo, quando i figli sono cresciuti, mentre invecchiano, a meno che non siano loro a sceglierlo. Vivono queste esperienze comunitariamente, aiutandosi l’un l’ altra. Questo ci è negato, oggi. E non solo nelle città. Io credo che esistano donne che non hanno perso il collegamento col senso del sacro e con la natura ma che invece hanno perso la consapevolezza di non essere sole. La fiducia profonda che, quando dovranno andare via, non saranno semplicemente scacciate e abbandonate ma riaccolte dall’abbraccio delle sorelle. Magari non necessariamente fisico, anche se qualche volta può fare piacere, ma interiore. Voglio raccontare un piccolo fatto: ieri mattina (avevo terminato di leggere il libro la sera prima), ho scritto di getto questa  "poesia" sulle Salighe:

La fonte zampilla accanto alla roccia rossa.
Delicati intrecci di cirri,
latte di cerva
La voce zampilla accanto alla roccia rossa.
Dove sono le mie sorelle? 
Nel bosco di larici, oro dell’autunno,
le ho cercate.
Invano. Udite il mio canto?

Paola

Cara Paola,
      
ho sentito la tua poesia, il tuo richiamo. Non posso dire, eccoci
quì, ma se una donna si scopre sorella di altre sorelle, come accade a te   nella poesia,
queste arrivano:
                 belle, brutte,
                 simpatiche, antipatiche,
                 dolci, arroganti,
                 tutte sorelle,
                 da scoprire e amare....
                 e la loro vita , la senti,
                                   nel cuore.

                                        Moidi

Esperienze di  Selvatica


«In fondo ho sempre creduto di essere una selvatica. Se nel nome c’è il destino… Non donna selvatica, ma maschio e femmina, come le dee cacciatrici, le amazzoni, le valchirie: corazza di uomo che racchiude un sesso di donna.
Non si deve dar credito alle prime impressioni: la selvatica può mostrarsi sotto mentite spoglie. Può essere sofisticata nel vestire; avere sempre lo smalto sulle unghie e i tacchi alti; essere istruita e praticare una professione, che richiede elevate capacità adattive. Ma i suoi cicli emotivi sono scanditi dalle fasi della luna. Quando è calante si riposa, se è nuova concepisce, quando cresce si eccita e si irrita se non trova la giusta groppa da cavalcare; se è piena crede di doversi accoppiare con i lupi. La domenica abbandona la macchina sul ciglio di una strada e, sola, si inoltra nei boschi, trasalendo di paura a ogni soffio di vento, fantasticando di incontri con improbabili cinghiali. Cacciata da una voce che le comanda di proseguire, si ferma infine nel folto della vegetazione e ascolta…
La selvatica sceglie il suo maschio all’olfatto, come il segugio fiuta la selvaggina seguendola  lungo qualunque pista. Le altre si dedicano allo sport di trovare l’uomo giusto, quello con cui “costruire”. La selvatica è inorridita dalla parola. Cercando il maschio selvatico, mai tradita dal suo istinto, con sicurezza lo identifica,  a volte sotto le scomode spoglie di un amico di famiglia ammogliato, piuttosto che di un medico settantenne. La selvatica non sente ragione: trascinata da una sensualità che le sta sempre davanti e non riesce ad ammansire mai, si allontana lungo sentieri scoscesi, dove, sotto ripari improvvisati, consuma con trionfo i propri accoppiamenti. Ma, ahimè, non è più tempo di generare in una tana di frasche. Sembra che serva un fidanzato con cui condividere progetti, verificare compatibilità prima del grande passo, che comporterà ovviamente allestimenti domestici, con tanto di mutuo, lista nozze, mobilia comprata a rate o regalata dai parenti, elettrodomestici di ultima generazione.
La selvatica nel frattempo è rimasta nella foresta: l’odore di pioggia che si porta dietro la rende irresistibile ai maschi, che passeggiano dando la mano alle loro compagne sotto i portici il sabato pomeriggio o seguendole mansueti dietro un carrello nel centro commerciale.
La selvatica effettivamente esercita un’attrazione maledetta. Il maschio che si era dimenticato di esserlo, se lo ricorderà sotto lo sguardo cupo della selvatica. Incalzato dal suo effetto eccitante, vorrà cimentarsi: la selvatica è sempre circondata da maschi che tentano di coprirla. Anche nelle situazioni più neutre, sente il loro ansito salire e incresparsi. Se fugge, avverte il loro fiato sul collo. Ma, nella foresta, i suoi maschi, quando inizia a piovere, si accorgeranno che è più comoda e protegge meglio dall’acqua la casa in muratura, che hanno comprato col mutuo e che la selvatica non riuscirà mai a costruire. Così la selvatica è sempre sola. Non potendo procreare impazzisce. Si mette a correre così forte, che rompe tutto quello in cui inciampa. Naturalmente ha un sacco di ferite alle gambe. E finalmente trova una scatola di calmanti.
La selvatica è depressa.
La selvatica è combattente, ma alla lunga si stanca di viaggi di lavoro, ansiose ricerche di parcheggio, telepass, leasing, detrazioni fiscali, benefits e provvigioni. Così si abbuffa di libri di guerra, che almeno le parlino della vita e della morte. Ha paura dei film di genere thriller, ma conosce tutto sui crimini contro l’umanità. Legge con avidità le biografie dei coadiutori di Hitler o dei dittatori che hanno funestato la vita ai popoli. Il suo tema non può essere inferiore all’odissea della storia umana.
E’ inutile dire che questa selvatica si sente un po’ costretta nella quotidianità lavorativa e, in generale, vive in modo molto faticoso. Il suo spirito selvatico è una maledizione che si porta dietro, che la inorgoglisce, ma che volentieri darebbe via. Talora ha l’impressione che l’unica cosa che le riesca facilmente sia abbinare il colore dello smalto a quello del rossetto. Che cosa può suggerire a questa selvatica?»
Silvia

Cara Silvia
le consiglio di  cercare, e trovare, anche il proprio volto solare. Che esiste, assieme a quello  umbratile, umido, e amante dei toni foschi. “Le Selvatiche  amano danzare, e cantare”: così cominciano molte di queste leggende. Alzano il loro canto alla luce. Sono creature di luce, d’aria, oltre che del bosco e di terra. Questa luce, che é quella che fra crescere la vita, é anche quella  nella quale  il contadino incontra la Selvatica,  fra bosco e malghe alte, e la fa salire sul suo carro, per portarla a casa, e farne la sua donna.  Eccola lì, allora, la Selvatica, in una “casa in muratura”, anche se non necessariamente “ comprata col mutuo” .  Ed eccola, anche “procreare”: e sono ben tredici di figli, di solito, in queste saghe.  Dopo tutto, lei è, anche, la portatrice del “lumen naturae”, dell’orientamento naturale. Poi, certo, se il segreto del nome non viene rispettato, o l’uomo è troppo avido, o infantile, se ne torna nella foresta, all’ombra, alla “via umida”, come dicono altre tradizioni, ad Oriente. Però pratica anche quella “secca”, solare.
Ecco, consiglierei di dare completezza alla sua Selvatica, di darle anche la luce, coi suoi momenti anche banali, e non solo il mistero e il fascino del bosco. Di toglierle la corazza della Valchiria e vestirla da Salighe: una tunica leggera, di lino bianco.
 

Claudio

 

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