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Sull'onda di "Donne
che corrono coi lupi" continua il filone di ricerca e pubblicazione di
fiabe e racconti popolari che ci portano a riscoprire l'essenza del
femminile. E a riflettere - anche con nostalgia - su alcuni aspetti della
femminilità che nella radicalità dei cambiamenti di questi ultimi decenni
stiamo forse perdendo per sempre. L'ultimo nato è "Donne
selvatiche
", un bel libro di Claudio Risé e Moidi Maria Paregger (Frassinelli).
Psicoanalista lui, medico con formazione psicodinamica lei, - che in più
ha una passione antica per la raccolta delle narrazioni tradizionali sulle
Donne
Selvatiche
delle Alpi - hanno scritto a quattro mani un libro fresco, agile e pieno
di poesia. Un libro che piacerà alle
donne
curiose di risentire quelle storie dense di energia e mistero che forse
una nonna generosa ha raccontato loro quand'erano piccole e alle più
giovani che quelle fiabe non le hanno sentite mai. E che, leggendo,
scoprono una nostalgia profonda per un modo diverso di sentire la propria
femminilità. Diverso come? Diverso per intuizione: il merito degli autori
è stato la lievità interpretativa.
Decine di racconti, di saghe, brevi ritratti di donne selvatiche che
parlano da sé. Di luminosità, di leggerezza, di colori chiari, di boschi e
prati, ma anche di forza, di energia, di allegria e di armonia. Di
servizio, perfino. Parlano al cuore, al bisogno di risonanze, al bisogno
di un rapporto silenzioso e intenso con le acque profonde dell’inconscio,
al bisogno di un contatto lento con la natura. Lento e perciò stesso
all’opposto di tutto il veloce che oggi contraddistingue il nostro
rapporto con il mondo. E, in particolare, con la campagna, con i boschi,
con la montagna, per non dire del mare, dove bisognerebbe andare solo – o
quasi – d’inverno o comunque lontano dall’estate e dalle sue orde, se
davvero si vuole che le onde lunghe della sua energia ci tocchino in
profondità, ricaricando le nostre pile spente. Il gusto di stare fermi a
contemplare, ad ascoltare in silenzio, lasciando che la musica di luoghi –
possibilmente solitari – entri piano piano nell’anima e risintonizzi il
pensiero su un’altra onda, un’altra percezione, un’altra intuizione. Di sé
e del mondo. Un rapporto con la natura non predatorio, non consumistico,
non inquinato e non inquinante.
Hanno tre potenze, queste donne antiche: la prima è la potenza della voce,
nel canto ma anche nella parola. E’ uno strumento magnifico, la voce, e le
donne hanno un talento speciale, proprio una specifica abilità di genere
nell’uso della parola. E sgomenta vedere come questa forza straordinaria
si stia smarrendo, soprattutto in molte delle più giovani, in un
analfabetismo che non è solo di forma e di contenuto, ma di conoscenza di
sé, in senso profondo, in senso spirituale. Perché senza parola si finisce
per abdicare una forza espressiva, comunicativa e, soprattutto
conoscitiva, di sé e del mondo. Perché nell’elaborazione verbale del
pensiero e dell’intuizione c’è la via regia per la consapevolezza. La
seconda potenza è la capacità di trasformare e materializzare l’energia
vitale in nutrimento: che è nutrimento spirituale e fisico. Una donna che
ama – e non importa che ami un figlio, la madre, un fratello, un’amica, o
il proprio uomo – se ama in modo antico nutre l’anima prima ancora che il
corpo. Nutre con la generosità dell’amore e della capacità di prendersi
cura, prima ancora che con il cibo che le dà gioia preparare. La terza
potenza è la capacità di procreare: non solo in senso fisico, anche se
certamente la maternità carnale era un caposaldo della femminilità antica.
Ma anche in quello emotivo, creativo, spirituale eppure concretissimo,
perché il fare con un senso profondo del servizio era un’altra
caratteristica del femminile antico. Dove il servizio non è da intendersi
come sfruttamento e schiavitù – purtroppo la realtà per la gran parte
delle donne di ieri e di molte di oggi – ma la capacità di darsi, e di
dare cure e attenzione, per generosità di energia vitale e di amore.
Spunto interessante: la gran parte delle Donne Selvatiche delle fiabe e
dei miti alpini sono vergini, come Atena, del resto, o Diana, nell’antica
Grecia. “Nelle culture tradizionali, la Donna Selvatica è vergine perché è
colei che sa serbarsi, che è capace di riservatezza e di segreto, che
custodisce qualcosa che sta crescendo e divenendo. E’ la donna che porta
in sé il futuro, in quanto giovane e psicologicamente intatta, e quindi in
grado di essere «una con se stessa»”. Essenziale: la verginità indica
l’innocenza, il non essere stati “toccati” dal male, il non provarne
piacere: un’integrità morale, non necessariamente fisica. Questa innocenza
porta con sé una forza particolare, capace di difendere dal male e di
risolvere anche situazioni compromesse, sciogliendole. In tempi in cui la
verginità, specie dopo i vent’anni, è vissuta come un handicap: forse
perché sentita come subita e non scelta, o perché è diventato quasi un
obbligo sociale avere rapporti, non importa come o con chi, l’importante è
che l’accesso al corpo ci sia stato… In tempi in cui la profanazione delle
bambine o delle giovanissime adolescenti vergini sembra essere uno dei
richiami chiave dei siti pedofili su Internet, colpisce ritrovare così
tanti miti e racconti popolari sulla forza della verginità e
dell’innocenza. E fa bene al cuore una pausa di lettura che ci riporti in
acque profonde e limpide: senza mitizzare il faticosissimo mondo
contadino, né un acritico ritorno indietro. Bensì per ripensare ad un modo
di essere che anche nel duemila può dar spazio alle proprie parti antiche
e vitali, forse perfino con più consapevolezza e potenza espressiva di
ieri. Riscoprendo la parola, il canto, la generosità del cuore,
l’innocenza e la capacità di essere davvero “una con se stessa”.
Solitaria, a volte. Non sola.
Alessandra Graziottin
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