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Mercoledì 29
maggio, alle ore 21 a Milano, nella sede della Lega Nord in via Telesio
23/A, Claudio Risé, psicanalista e scrittore, e Gianluca Savoini
discuteranno con il pubblico sul tema “Le radici dell’identità e il Mondo
Selvatico”. Nel dibattito si discuteranno liberamente i libri di Claudio
Risé: “Donne Selvatiche. Forza e mistero del femminile” (con Moidi
Paregger), edito da Frassinelli (2ª edizione in un mese) e “Il Maschio
Selvatico. Come ritrovare l’istinto rimosso dalle buone maniere”, Red
Edizioni (10ª edizione).
Professor
Risé, negli ultimi anni lei ha lavorato e scritto, oltre che sulle guerre
etniche (cui ha dedicato il suo insegnamento universitario) sulla crisi
della maschilità in Occidente. Tema, quest’ultimo, che ha molto
interessato il pubblico: il suo primo libro su questo argomento, “Il
maschio selvatico” è oggi alla decima edizione. Come mai adesso, dopo aver
imposto nel campo culturale e giornalistico il tema della crisi della
maschilità, propone un libro sul femminile, “Donne Selvatiche. Forza e
mistero del femminile”?
«Il fatto è che la crisi dell’uomo, in Occidente, è
l’interfaccia di quella del femminile, e della donna. Ed entrambe trovano
la loro origine in quell’allontanamento dall’istinto e dalla terra
incontaminata (appunto ciò che io chiamo il “Mondo Selvatico”) che è stato
realizzato nel modello di sviluppo occidentale da un certo punto in poi».
Quali sono gli
effetti di questa doppia crisi?
«Dal punto di vista
dell’interesse collettivo, il fenomeno più vistoso (in cui confluiscono
tutti gli altri), è quello della denatalizzazione, quel crollo delle
nascite e demografico che potrebbe estinguere i nostri popoli, e la nostra
civiltà. Secondo studi accurati, ad esempio, il popolo friulano rischia
l’estinzione nel giro di cinquant’anni. Questo fenomeno è risultato di una
serie di crescenti patologie maschili (impotenza, incapacità di fecondare,
scarso interesse alla penetrazione) e di equivalenti patologie femminili
(narcisismo, poca disponibilità a darsi in un’esperienza di maternità,
atrofia affettiva e concentrazione sul successo e l’affermazione
materiale), tutte derivanti dall’allontanamento dall’istinto e dalla
natura. Occorre affrontare al più presto questi problemi, negati dalla
cultura politica che ha dominato negli ultimi 40 anni (dal 1960 a un anno
fa) e dalla psicologia “politicamente corretta”».
In che modo libri
come “Donne Selvatiche” possono aiutare ad affrontare questi problemi?
«Questo libro - che ho scritto con mia moglie Moidi Paregger,
medico a Bolzano - racconta un filone leggendario diffuso in tutto l’arco
alpino, dalla Lombardia alla Carnia alla Carinzia, quello della Fanciulla
Selvatica. Si tratta di una figura ben nota alla cultura tradizionale del
Nord: il disegno riprodotto in copertina, di Leonardo da Vinci, fu
dedicato dall’artista proprio a lei. È una donna che viene dal bosco, e
offre ai contadini del paese e del maso il suo sapere. Una sapienza che
riguarda essenzialmente la vita: i cicli delle semine e dei raccolti, il
governo dalla fattoria e degli animali, la sessualità e l’affettività
naturali. Un sapere che coincide con l’istinto naturale, quello che gli
antichi chiamavano “lumen naturae” e che nel corso del cosiddetto
“processo di civilizzazione” è stato sempre più svalutato, fino a
rischiare di perdersi del tutto».
Perché avete
scelto proprio la Donna Selvatica delle Alpi come figura-guida di un
processo di rigenerazione del femminile?
«Abbiamo ricostruito con
precisione questa figura attraverso le centinaia di leggende che mia
moglie ha ritrovato nei libri dei raccoglitori tedeschi (noi italiani
abbiamo purtroppo dato poco valore alle nostre tradizioni, come se non
fossero le depositarie dell’anima popolare, e della psiche collettiva). Si
tratta di testi ormai esauriti da più di un secolo e mezzo, scovati da
Moidi nelle biblioteche di Austria e Germania. Durante la ricerca ci siamo
resi conto che questa “selvatica fanciulla”, con la sua generosità,
bellezza, sapienza, e dedizione al suo uomo, ai figli e alla terra, ci
mette in contatto, attraverso le leggende che ne parlano, con un femminile
non contaminato dalla smania di guadagno, di successo e di immagine. È
un’immagine di donna che bada alle leggi dello sviluppo della vita, della
natura, perché sa bene che quella è la fonte della felicità e del vero
benessere. Il suo è un antico sapere dei nostri popoli: le prime leggende
sono addirittura precedenti alla penetrazione cristiana in queste regioni.
Ritrovare attraverso l’“immagine-guida” della Donna selvatica quest’antica
saggezza delle nostre terre può riunirci agli aspetti più vitali della
nostra storia, del nostro territorio e del nostro carattere».
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