La Salighe appare in sogno



 

La lettera di Elena, 11 maggio 2002

«Nel febbraio 2001, avevo 36 anni, ho fatto un sogno angosciante: in un seminterrato di una stazione metropolitana deserta (o di un parcheggio interrato) una giovane e bella donna, con la pelle abbronzata, lo sguardo di un azzurro vitreo che le conferiva un aspetto poco umano, con una lunga veste marrone consunta e stracciata, siede a terra con la schiena appoggiata ad un muro in cemento armato. Ho l'impressione che non sia un essere umano e temo che abbia intenzioni cattive. Tiene in braccio un bambino o, più probabilmente, un bambolotto, visto che il suo aspetto è inanimato. La donna posa la sua bocca sulla bocca del bambolotto, forse per istillargli uno spirito vitale o forse per risucchiargli il respiro e privarlo della vita (nel caso in cui si tratti di un  bambino).
Il sogno è sconvolgente, al risveglio ho in testa l'idea della morte.
Malgrado la mia cultura e la mia attività lavorativa siano entrambe molto lontane dalla psicanalisi, non impiego molto tempo per capire che la zingara stracciona è un archetipo. Ma archetipo di che cosa? Presumo sia un archetipo della Grande Madre, e qui terminano le mie considerazioni su quell'incubo assai strano.
Nell'aprile 2002, un'amica alla quale avevo raccontato questo sogno nell'intento di chiarirne il significato, mi consiglia di leggere il libro "Donne Selvatiche". Così ho capito di essere parte di quella schiera di donne che hanno ricevuto e ricevono in sogno la visita della Salighe come avvertimento e monito, ma anche come richiesta di maggiore fiducia verso quello strumento meraviglioso ma inutilizzato che è il lumen naturae che risiede da sempre dentro di noi. "Se me lo aveste chiesto, ve lo avrei detto" grida la Salighe al contadino prima di scomparire e di portare con sé fortuna e felicità.
Secondo me questo messaggio di fiducia e di speranza è particolarmente importante; oggigiorno questo messaggio è totalmente inascoltato, non solo dalle techno-women, ma anche dalle donne più comuni che per senso del dovere o per loro deliberata volontà corrono tutto il giorno senza sapere a quale meta tendono, così durante la notte ricevono la visita della Salighe che reclama maggiore attenzione e ricorda loro ciò che sanno da sempre.
In fin dei conti io so da sempre di essere una "Selvatica", ma qualche volta, e questo mi è accaduto soprattutto in giovane età, l'ho considerato un difetto perché avvertivo che questa caratteristica mi rendeva (e mi rende tutt'ora) differente dallo stereotipo comune della donna, molto più portato verso le cose superficiali, caduci e spesso prive di valore.
Ho letto il commento di Paola (22 marzo 2002) e concordo pienamente con la sua opinione che il collettivo femminile è fortemente negato dal nostro modello culturale. Ogni giorno mi accorgo che le donne non sanno stare assieme tra di loro, non sono capaci di fare "comunità". Il capo del personale (maschio) della ditta in cui lavoro è solito dire che un ufficio composto totalmente da donne non funziona: lì prevale l'arrivismo e manca la cooperazione. Purtroppo egli ha perfettamente ragione. Noi donne dovremmo riscoprire la nostra radice comune, ma soprattutto dovremmo imparare a stare in modo autentico e solidale tra noi donne, a fare "gruppo". Auspico, anche in tal senso, che sorga presto un sito delle DONNE SELVATICHE.
Complimenti per la notevole ricerca  bibliografica sulla quale il libro si basa e per la ricca raccolta di saghe assai antiche».

11 maggio 2002 - Elena

elena.tr@libero.it

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