Da L’Opinione della Domenica on line
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Claudio Risé psicanalista e Mòidi Paregger ricercatrice e medico, in “Le
donne selvatiche; forza e mistero del femminile” (Frassinelli, pagg. 168
più 23 di note) parlano della straordinaria forza consigliera che è
l’istinto: che va saputa ascoltare.
Sembrano scontrose, le selvatiche. Invece sono attente a non farsi
offendere dalla superficialità, dagli egoismi, dall’aridità. Perché
dietro il loro carattere severo, c’è grande generosità d’animo che nasce
da un’intelligenza materna. La parte forte del libro l’ha messa insieme
Mòidi con la ricerca che Risé l’ha invitata a sviluppare, riservandosi
di trattarne l’aspetto psicoanalitico. La Paregger, che ha passione per
l’antropologia, ci si è entusiasmata. Le saghe raccolte testimoniano in
tutto l’arco alpino e nel centro Europa l’esistenza della “donna
selvatica”. Vive nelle rocce, nelle grotte, nei boschi. Scende a volte
sino alla Malga, al maso per cogliere fiori, ammirare il firmamento,
cercar sintonie con gli elementi; a volte lavora nei campi, munge le
mucche, sbriga faccende, cucina golosità.
Non ha maschera. È come la vedi. Rifiuta nuovi vestiti. S’indigna se la
vuoi cambiare o contrastare. Sa sempre come meglio agire: guai a ridere
di lei. Porta la sapienza dei cicli naturali ma è intransigente custode
del segreto della sua identità. Rivela un percorso d’autonomia
femminile, ricchezza nelle relazioni affettive e vuole rispetto per la
sacralità del “dàimon” (il genio che è in lei). Si correla all’archetipo
virginale d’Artemide perché ha in sé qualcosa d’inviolabile, ma anche
alle Menadi di Dioniso rappresentando la natura selvaggia che non si
lascia afferrare. A volte sposa il contadino, a patto che non riveli mai
né il suo nome né le sue virtù. Altrimenti svanisce.
Jung vi vede un’immagine del sé di naturale sovranità. Nella filosofia è
spirito della natura: come le stagioni s’affaccia nella vita degli
uomini per necessario rinnovamento. La riconosci solo se ti disponi al
rispetto.
La selvatica o sàliga, come la chiamano, mal sopporta la società
produttiva che tutto converte in mercato: costretta dentro le sue
gabbie, sola per lo più, patisce una straniante sofferenza. Il vivere
odierno ignora la sua energia tutta emozioni e istinto (eterne risorse
del femminile profondo fatto di spontaneità innocente).
Tale sapere istintuale pare perso dalle moderne donne occidentali, forti
d’una nuova importanza; vicine al potere; ma nient’affatto felici. A
esaurirlo contribuisce anche la comunicazione frenetica, la lingua della
performatività e dell’astrazione. “Non possiamo permetterci di fare la
fine dell’albero che perde le foglie e diventa improduttivo”, dice la Paregger. Il libro, primo lavoro sistematico sulle sàlighe, mettendo a
disposizione un patrimonio di tradizioni ripete l’azione del tramandare
che alle donne attiene storicamente.
- Quelle della selva, creature forti - dice Risé - ci portano le cose
più vitali: attengono all’istinto che ci ha insegnato a procurarci il
cibo, fare l’amore, prenderci cura del nostro corpo e di quello dei
nostri cari, a procreare, coltivare la terra e parlare al cielo. Rischia
d’esser sepolto da comportamenti civilizzati un mondo di forze
elementari; ostinate, grazie al cielo, come i frassini che rompono
l’asfalto e rinascono ai bordi delle strade.
- La spinta alla procreazione porta gioia e futuro, ed è qualcosa di
incoercibile, senza programmazione, con la forza fatale della natura
primordiale: quando la “selvatica” viene al maso, lo fa silenziosamente
fiorire con l’abbondanza dei raccolti e dei figli: è una ventata di
fortuna. –
D - Come si può ritrovarne la vitalità?
R - Bisogna solo riconoscerla. Non se n’è andata, anche se la sua
dimensione di forza è rifiutata dai moderni. Ma lei è nascosta nel
nostro profondo. Il libro, proponendo come ritrovarla s’inserisce in un
quadro di terapia per le insicurezze, oggi in cui si tende a dissacrare
tutto e la tendenza a fare dell’uomo una macchina, lo sminuisce; ne lede
l’autostima. La macchina non ha alcuna spinta alla vita. Il recupero del
selvatico, dell’istinto, è centrale per la guarigione: si salva chi
possedendo la scienza della selva, ne onora la vita. Nelle saghe fa
fallire la relazione l’uomo che non ha onorato la “selvatica”. Quando
lei se ne va, l’esistenza ha già perso forza. È lei, non il rifornimento
di antidepressivi - conclude Risé - a trasmetterci passione per la vita.
Occorre disseppellire la parola rispetto, farla risuonare. Esigere che
si concretizzi nei modi. Chiedere che l’uomo vi si sintonizzi. Molte
relazioni andrebbero meglio se non si desse importanza solo al corpo
fisico (o solo alla psiche). Le relazioni interpersonali, affettive, ma
anche semplicemente amicali, si elevano se si riconosce e lascia
conservare alla persona un po’ del suo mistero. Una selvatica
naturalezza dà una forza oggi difficile da trovare negli individui, che
sono piuttosto preda di stress; di ansie, di fragilità emotive, a fronte
dell’obbligo d’essere corazzate e vincenti. Una cultura di emozioni va
riscoperta, in osservanza alla lingua madre della natura.
D - All’uomo d’oggi cosa può derivare dalla donna selvatica?
R - Una forza di tutta la relazione verso il segreto femminile. Sono
officianti di quella sacertà gli sposi, attingono a quella forza. Nel
conservare volontà istintuale le donne selvatiche nella proposta di
relazione mostrano necessità di rapporto forte: interessa solo colui che
esercita volontà. Non accettano l’uomo matrizzato e inneggiano
all’origine della vita: hanno un sapere alchemico e trasformativo
enorme. Ma ignorate vanno via senza voltarsi. E chi non ha saputo
cogliere la fortuna di riceverle prova rimpianto, perché non ci sono due
sàlighe in una vita. Il loro addio suona: “Avrei potuto insegnarti a
fare l’oro dal caglio del latte…”.
Attenti: non sono le nostre donne; non la donna quotidiana, ma immagini
dell’anima della natura: è questa l’infallibile. L’esortazione del libro
torna ad essere infine: “Riprendetevi tutto lo spazio che serve alle
emozioni”.
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