SOCIETA'-16/6/2002 - Le donne selvatiche di Vivi Farnè Gallisay


Da L’Opinione della Domenica on line http://www.amicigiornaleopinione.191.it/opinione/archivio/100/opdomenica.html
Claudio Risé psicanalista e Mòidi Paregger ricercatrice e medico, in “Le donne selvatiche; forza e mistero del femminile” (Frassinelli, pagg. 168 più 23 di note) parlano della straordinaria forza consigliera che è l’istinto: che va saputa ascoltare.
Sembrano scontrose, le selvatiche. Invece sono attente a non farsi offendere dalla superficialità, dagli egoismi, dall’aridità. Perché dietro il loro carattere severo, c’è grande generosità d’animo che nasce da un’intelligenza materna. La parte forte del libro l’ha messa insieme Mòidi con la ricerca che Risé l’ha invitata a sviluppare, riservandosi di trattarne l’aspetto psicoanalitico. La Paregger, che ha passione per l’antropologia, ci si è entusiasmata. Le saghe raccolte testimoniano in tutto l’arco alpino e nel centro Europa l’esistenza della “donna selvatica”. Vive nelle rocce, nelle grotte, nei boschi. Scende a volte sino alla Malga, al maso per cogliere fiori, ammirare il firmamento, cercar sintonie con gli elementi; a volte lavora nei campi, munge le mucche, sbriga faccende, cucina golosità.
Non ha maschera. È come la vedi. Rifiuta nuovi vestiti. S’indigna se la vuoi cambiare o contrastare. Sa sempre come meglio agire: guai a ridere di lei. Porta la sapienza dei cicli naturali ma è intransigente custode del segreto della sua identità. Rivela un percorso d’autonomia femminile, ricchezza nelle relazioni affettive e vuole rispetto per la sacralità del “dàimon” (il genio che è in lei). Si correla all’archetipo virginale d’Artemide perché ha in sé qualcosa d’inviolabile, ma anche alle Menadi di Dioniso rappresentando la natura selvaggia che non si lascia afferrare. A volte sposa il contadino, a patto che non riveli mai né il suo nome né le sue virtù. Altrimenti svanisce.
Jung vi vede un’immagine del sé di naturale sovranità. Nella filosofia è spirito della natura: come le stagioni s’affaccia nella vita degli uomini per necessario rinnovamento. La riconosci solo se ti disponi al rispetto.
La selvatica o sàliga, come la chiamano, mal sopporta la società produttiva che tutto converte in mercato: costretta dentro le sue gabbie, sola per lo più, patisce una straniante sofferenza. Il vivere odierno ignora la sua energia tutta emozioni e istinto (eterne risorse del femminile profondo fatto di spontaneità innocente).
Tale sapere istintuale pare perso dalle moderne donne occidentali, forti d’una nuova importanza; vicine al potere; ma nient’affatto felici. A esaurirlo contribuisce anche la comunicazione frenetica, la lingua della performatività e dell’astrazione. “Non possiamo permetterci di fare la fine dell’albero che perde le foglie e diventa improduttivo”, dice la Paregger. Il libro, primo lavoro sistematico sulle sàlighe, mettendo a disposizione un patrimonio di tradizioni ripete l’azione del tramandare che alle donne attiene storicamente.
- Quelle della selva, creature forti - dice Risé - ci portano le cose più vitali: attengono all’istinto che ci ha insegnato a procurarci il cibo, fare l’amore, prenderci cura del nostro corpo e di quello dei nostri cari, a procreare, coltivare la terra e parlare al cielo. Rischia d’esser sepolto da comportamenti civilizzati un mondo di forze elementari; ostinate, grazie al cielo, come i frassini che rompono l’asfalto e rinascono ai bordi delle strade.
- La spinta alla procreazione porta gioia e futuro, ed è qualcosa di incoercibile, senza programmazione, con la forza fatale della natura primordiale: quando la “selvatica” viene al maso, lo fa silenziosamente fiorire con l’abbondanza dei raccolti e dei figli: è una ventata di fortuna. –

D - Come si può ritrovarne la vitalità?

R - Bisogna solo riconoscerla. Non se n’è andata, anche se la sua dimensione di forza è rifiutata dai moderni. Ma lei è nascosta nel nostro profondo. Il libro, proponendo come ritrovarla s’inserisce in un quadro di terapia per le insicurezze, oggi in cui si tende a dissacrare tutto e la tendenza a fare dell’uomo una macchina, lo sminuisce; ne lede l’autostima. La macchina non ha alcuna spinta alla vita. Il recupero del selvatico, dell’istinto, è centrale per la guarigione: si salva chi possedendo la scienza della selva, ne onora la vita. Nelle saghe fa fallire la relazione l’uomo che non ha onorato la “selvatica”. Quando lei se ne va, l’esistenza ha già perso forza. È lei, non il rifornimento di antidepressivi - conclude Risé - a trasmetterci passione per la vita. Occorre disseppellire la parola rispetto, farla risuonare. Esigere che si concretizzi nei modi. Chiedere che l’uomo vi si sintonizzi. Molte relazioni andrebbero meglio se non si desse importanza solo al corpo fisico (o solo alla psiche). Le relazioni interpersonali, affettive, ma anche semplicemente amicali, si elevano se si riconosce e lascia conservare alla persona un po’ del suo mistero. Una selvatica naturalezza dà una forza oggi difficile da trovare negli individui, che sono piuttosto preda di stress; di ansie, di fragilità emotive, a fronte dell’obbligo d’essere corazzate e vincenti. Una cultura di emozioni va riscoperta, in osservanza alla lingua madre della natura.

D - All’uomo d’oggi cosa può derivare dalla donna selvatica?

R - Una forza di tutta la relazione verso il segreto femminile. Sono officianti di quella sacertà gli sposi, attingono a quella forza. Nel conservare volontà istintuale le donne selvatiche nella proposta di relazione mostrano necessità di rapporto forte: interessa solo colui che esercita volontà. Non accettano l’uomo matrizzato e inneggiano all’origine della vita: hanno un sapere alchemico e trasformativo enorme. Ma ignorate vanno via senza voltarsi. E chi non ha saputo cogliere la fortuna di riceverle prova rimpianto, perché non ci sono due sàlighe in una vita. Il loro addio suona: “Avrei potuto insegnarti a fare l’oro dal caglio del latte…”.
Attenti: non sono le nostre donne; non la donna quotidiana, ma immagini dell’anima della natura: è questa l’infallibile. L’esortazione del libro torna ad essere infine: “Riprendetevi tutto lo spazio che serve alle emozioni”.