Claudio Risé - Essere uomini, la virilità in un mondo femminilizzato -  red edizioni, Como, 2000, pp133

Recensione di ALFIO SQUILLACI

In La Frusta (maggio 2001)

http://lafrusta2.homestead.com/rec_rise.html

 

 

Ci vuole molto coraggio, confessiamolo, in un momento in cui ogni stupro sortisce una risonanza mediatica sempre più allarmata ed allarmante, dedicare un libro, come questo di Risé (che è un guru dei "maschi selvatici") alla "spinta fallica" e alle ragioni che l'hanno indotta ad arretrare in questo nostro mondo sempre più femminilizzato. Ma poiché non voglio passare tra i bersagli di Risé, ed essere additato fra coloro che hanno trasformato il Fallo da "temile e sacro" in "oggetto ridicolo" come Risé sostiene abbia fatto Rousseau,  credo che qualche distinguo vada fatto. Innanzi tutto quello di levare a Rousseau (che pure ha tante fautes) la colpa di essere uno dei padri dell'Illuminismo e di restare  dunque coinvolto nell'accusa  (di origine adorniana e che Risé  ripete stancamente) rivolta a quel grande moto di idee,  ritenuto responsabile di aver ispirato quel  potere-sapere della Modernità capitalistica che, fondandosi sul principio utilitaristico, da un lato tenderebbe a stritolare ogni individuo  non omologato, dall'altro, inducendolo al  consumo e al soddisfacimento dei bisogni - che per Risé è un principio di tipo materno-infantile, per nulla virile -, rintuzzerebbe   anche la sua residua "spinta fallica" di ricerca, di invenzione, di rivolta.
Ora, Rousseau, è ormai chiaro, non era un illuminista, ma un protoromantico...reazionario. Sicuramente è  all'origine di molta della sensibilità moderna e forse anche (ma come romantico!) di qualche  arretramento (con la sua sensiblerie un po' femminea) della possanza del Fallo, sia come forza simbolica culturale che, può darsi,  come pratica  sessuale. (Che poi Rousseau-persona fosse anche cornuto e non padre dei propri figli abbandonati mi sembra una labile ricostruzione di Risé, affidata solo alla testimonianza della ... nonna di George Sand che "lo conosceva bene").

Qual è il nucleo teorico  di questo libro? L'illustrazione della perdita, nel mondo moderno, della forza simbolica del Fallo "che è slancio, dono, rischio, passione" e la vittoria del "pene-cervello", ossia per dirla in termini extra-psicoanalitici, la sconfitta per mano del processo di civilizzazione  - e anche per il guadagno di terreno della controparte femminile - di quell'elemento sorgivo e aurorale  e archetipico ma "forte" che è la mascolinità selvaggia e dominatrice (incarnate nelle figure- simbolo del Guerriero, dell'Amante, del Ribelle), che dopotutto ha  permesso all'uomo di uscire dalle caverne e di dominare il mondo, e tutto ciò a favore di un "pensiero debole" (ce n'è anche per Vattimo) ossia  di una mascolinità affievolita e resa slombata  dalla rincorsa femminile come si diceva e dal processo di civilizzazione sfociato nel consumismo.
Tutto il libro di Risé è un accorato e "virile" rappel à l'ordre  al maschio ( e forse perciò  avrebbe dovuto essere intitolato "Essere maschi"), con qualche tono di aspro rivendicazionismo di genere che ci tonifica un po' dopo tanto femminismo bellicoso e trionfante.
E tuttavia, se  il problema della crisi del maschio c'è ed è molto serio considerato  che  molti maschi, a detta dei terapeuti  (e anche delle donne che sempre più lamentano la sparizione  del maschio d'antan),  si sono "rotti", resta in piedi qualche dubbio circa l'indicazione delle vie d'uscita suggerite da Risé. Più che appellarsi alla carica simbolica del Fallo sarebbe bene fare i conti con la condizione "storica" raggiunta dalla donna visto che - fuorché al tempo zero della storia - il rapporto fra i due sessi, lungi dall'essere un'astrazione simbolica, è sempre stato una continua lotta/dialettica storico-culturale oltre che biologica.  Si resta perplessi, poi, circa la tesi dell'affievolimento della forza fallica per via della condizione passivo-femminea del consumo. Ci si  dimentica infatti che dal lato della produzione e dei produttori, nulla della vecchia spinta maschile è stata persa: la guerra  è tuttora in piedi, si è trasferita nelle imprese e negli imprenditori per nulla docili e arrendevoli. E non sarà difficile, allora, per restare nella terminologia di Risé, vedere sotto i gessati e le grisaglie i vecchi istinti dell'Errante (con tutti quegli aerei da prendere), del Guerriero (con le teste da tagliare e i mercati da conquistare) e dell'Amante (con le storie multiple da mantenere)...
Fuor di metafora il libro è da leggere  con molta attenzione non privo com'è di  fascino argomentativo, assecondando anche qualche tono fazioso e bellicoso, perché  à la guerre comme à la guerre insomma (e Risé è docente di polemologia, dopotutto) ma anche  allontanando il più possibile dalla mente - mentre si legge di Virilità, di Volontà di Potenza, di Fallo -,   la micidiale battuta di Woody Allen (un altro, forse,  roussoviano pene-cervello) secondo il quale  Freud si sbagliava quando imputava alle donne l'invidia del pene, invidia spesso tutta maschile.

 

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