La copertina del libro


L’insegnamento del padre:
approfondire il senso dell’umano

nelle  parole di Francesco Belletti

docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
e direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia (CISF)

http://www.sanpaolo.org/cisf/default.htm
o anche
www.cisf.it

 

 

Lo specifico del padre è insegnare al figlio il significato del limite permettendogli quindi di approfondire il senso dell’umano. Così Francesco Belletti, direttore del CISF e docente di Politica Sociale/Sociologia della Famiglia presso l’Università Cattolica di Milano, commenta nel suo libro Essere padri. Aspetti esistenziali, emozionali, e relazionali della paternità (San Paolo Ed., 2003) il capitolo Il Segno del padre del libro Il padre. Assente inaccettabile di Claudio Risé (ed. San Paolo). Se “il segno del padre è quello della ferita, il dolore, il colpo, prodotto dalla perdita e se il padre insegna, testimonia, che la vita non è solo appagamento, conferma, rassicurazione, ma anche perdita, mancanza e fatica cioè dimensione che dà origine alle esperienze più profonde a cominciare dall’amore ” (Risé, cit.) allora, dice Belletti, “la rilettura del ruolo del padre nella società contemporanea non può non confrontarsi con una rappresentazione antropologica generale qual è quella proposta da Claudio Risé nell’ampia citazione qui proposta. Non si può evitare la domanda radicale sulla paternità, che (anche nel testo di Risé) ha due inevitabili dimensioni: una «orizzontale», umana, che si declina soprattutto nell’essere ricordo della «ferita», della inevitabile separazione tra madre e figlio; l’altra «verticale», che rimanda ad una Paternità più radicale, e afferma la dimensione creaturale dell’uomo, figlio di un Padre che dona la vita. Questo approccio appare inoltre molto più significativo della semplificazione operata socialmente nei confronti del ruolo paterno, diventato, da «memoria vivente» della incompiutezza dell’uomo, semplice rappresentante delle «regole sociali» che limitano la libertà primigenia dell’uomo. In questo senso appare «povero» il riferimento al codice paterno come puro codice dell’autorità, della legge, della logica morale di «premi e punizioni», contrapposto a quello materno, caratterizzato dall’amore, dall’accoglienza gratuita, dalla donazione totale. Come infatti ricorda anche Risé, la memoria della ferita può però essere alimentata solo da chi l’ha sperimentata ed è consapevole di essa (dice infatti Risé che per poter trasmettere la ferita il padre deve però averla a sua volta ricevuta su di sé). Si tratta quindi della testimonianza del limite, della finitezza dell’essere umano; esattamente il contrario rispetto a tante rappresentazioni del maschile come «penetrante», come conquistatore, come onnipotente. Ed è proprio in questa prospettiva, di «senso del limite», che può invece trovare nuovo senso il tema dell’autorità, delle regole, viste non più come «norme per l’entrata nella società», quanto piuttosto come strumenti di approfondimento dell’umano. La funzione radicale della paternità sembra essere quindi, in un certo senso, quella di limitare la tentazione dell’onnipotenza dell’essere umano. Come si frappone tra madre e figlio, interrompendo la tentazione dell’onnipotenza materna, ansiosa di soddisfare tutti i bisogni del figlio, così si relaziona al figlio, da padre, ricordando la finitezza, l’incompiutezza dell’essere umano, anche attraverso l’esplicitazione di limiti, vincoli, di regole alla tentazione di autonoma onnipotenza dell’individuo. Forse la crisi della paternità del nostro tempo non è quindi solo crisi di autorità, ma soprattutto crisi «senso del limite»: il sogno di onnipotenza dell’uomo contemporaneo mal sopporta l’idea di un padre che ricorda la finitezza di ciascuno”.