| Nei processi di Fiv l'uomo è spesso chiamato,
come un animale da riproduzione, a fornire seme all'ora e nel momento
stabilito: viene così privato di ogni vera partecipazione all'atto
procreativo, che è per definizione un atto d'amore, e quindi non
individualistico.
E’ dunque necessario che il ruolo del padre vada riconosciuto e
riaffermato, nell'interesse di tutti.
Il professor Carlo Flamigni, eminente studioso ed esperto di fecondazione
artificiale, docente di Ginecologia ed Ostetricia all'Università di
Bologna, è soprattutto una persona solare. Tutto, ai suoi occhi di
scienziato in camice bianco, è semplice e chiaro. Non si lascia mai
prendere dall'ansia, dal dubbio, da quella che definisce una visione
terroristica delle biotecnologie. Il suo slogan, in fase di attacco,
contro i non credenti nella provetta, è l'accusa: "terroristi,
oscurantisti!". In fase "difensiva", quando gli vengono fatte alcune
osservazioni critiche, lo slogan può variare, al massimo, nell'ordine
delle parole. Insomma, lancia anatemi, pur non essendo un ecclesiastico né
un credente, ma un laico. Se gli si chiede: professore, è mai esistito il
far West della genetica? Mai esistito, risponde. Vi sono per caso rischi
di eugenetica nella diagnosi pre-impianto? Neppure l'ombra, assicura. E
noi gli vorremmo credere, perché dimostra una sicurezza sempre
invidiabile, anche quando, laddove spiega che quelli scientifici non sono
sufficienti, si addentra nei ragionamenti filosofici,. Anche quando
illustra ai cattolici quello che secondo lui dovrebbero pensare, se
volessero essere delle persone degne, e non dei cavernicoli un po' rozzi e
superstiziosi. La Scienza, Signori, la Scienza! Di fecondazione
artificiale Flamigni si intende assai, e nessuno lo può negare, anche
perché è consulente e collaboratore di un importantissimo centro privato
specializzato nei casi di sterilità, la Tecnobios di Bologna.
Per questo occorre leggere bene ciò che ha scritto in tempi non sospetti,
e cioè nel 2002, quando non esisteva in Italia alcuna legge sulla Fiv, e
non vi era quindi, neppure in embrione, l'idea di un referendum e di un
dibattito pubblico sull'argomento. Quando, inoltre, la sua attività di
consigliere comunale dei DS-Ulivo non lo impegnava in continui dibattiti e
conferenze, come avviene oggi, che può finalmente unire l'utile (la difesa
dei centri di Fiv, il suo redditizio lavoro), al dilettevole (la politica
e la polemica). Il libro cui alludo si intitola "La procreazione
assistita", edito da "Il Mulino" nel 2002. Flamigni inizia spiegando
alcune delle cause che hanno portato ad un certo aumento della sterilità
nelle coppie odierne. Cita, tra le varie, l'uso dei contraccettivi
abortivi e l'aborto. Ma l'analisi non si addentra sulle possibili
precauzioni, o sulle cure messe in campo dalla medicina per risolvere il
problema, per guarire la sterilità. Si salta, a piè pari, alla
fecondazione artificiale, cioè al rimedio sicuramente più costoso, ma non
necessariamente più efficace. Solo pochi, tra quelli che ricorrono alla
Fiv, infatti, ottengono il figlio sperato. Flamigni lo ribadisce più
volte: "Le ragioni degli insuccessi delle tecniche di procreazione
assistita sono numerose" (p.57), e questo comporta che la loro "peggiore
complicazione è la delusione, esperienza altrettanto frequente quanto
sgradevole"(p.62). Esse infatti si caratterizzano "per il fatto di non
essere molto generose in materia di risultati"(p.36). Infatti il Flamigni
espressamente parla del "modesto statuto scientifico che sta alle spalle
di molte tecniche proposte per la procreazione assistita" (p.60). Ma il
problema, continua in tono un po' più cupo e pessimista di quello che
conosciamo dalla Tv e dai giornali, non è certo solo questo. Comincia così
a spiegare i rischi fisici presenti per la donna: si tratta pur sempre del
soggetto deputato a pagare il servizio, del cliente, insomma. In
circostanze diverse, oggi, quando parla a convegni dove siano presenti
delle femministe, per criticare la legge 40, l'obiettivo è spostato
sull'embrione: donne, siete più importanti voi dell'embrione, checchè ne
dicano i cattolici! Spera sicuramente che tutti abbiano dimenticato
posizioni come quella dell'onorevole femminista verde Laura Cima, che in
un recentissimo passato definiva la fecondazione artificiale come una
"sperimentazione selvaggia che ha come oggetto donne e bambini e che
rappresenta un giro d'affari non indifferente" (Madre provetta, Franco
Angeli, 1994). Ebbene nel libro in questione Flamigni afferma che l'iperstimolazione
ovarica sulla donna, preliminare a qualsiasi operazione di Fiv, è "una
sindrome pericolosa persino per la vita" (p.29), "una complicanza
abbastanza pericolosa" (p.36). Infatti "l'ovaio cresce in modo anomalo
fino a raggiungere un volume pari a quello di un grosso melone.
Successivamente, e soprattutto se l'iperstimolazione è grave, si forma
un'ascite e compaiono raccolte di liquido nelle cavità pleuriche e nel
pericardio. Il sangue si ispessisce e perde proteine e la funzionalità
renale diminuisce pericolosamente. A causa di grossolane anomalie della
coagulazione si possono determinare trombosi e tromboflebiti, talchè
esiste addirittura un rischio di vita nei casi più sfortunati" (p.63-64).
Qui Flamigni dimentica di rammentare l'esistenza anche di un rischio
tumore, ai genitali o alle mammelle, magari nel lungo periodo ("Le
Scienze", Settembre 2004). Tralascia inoltre di spiegare che l'iperstimolazione
costringe la donna a produrre non un ovulo, come avverrebbe in natura, ma,
forzatamente, molti di più, cosicchè "il 40-50% degli ovociti ottenuti con
processo di iperovulazione presenta un cariotipo alterato" e può di
conseguenza determinare "malformazioni congenite" nel nascituro (G.Carbone,
"La fecondazione extracorporea", ESD; Kallen, Olausson, Nygren, "Neonatal
outcome in pregnancies after ovarian stimulation", Obstet Gynecol.2002,
University of Lund, Sweden). Ma proseguiamo nella lettura del nostro
autore: "una complicazione molto frequente è anche la gravidanza tubarica…altre
complicazioni possono conseguire all'anestesia, alla laparoscopia e al
prelievo degli ovociti, che può essere causa di una lesione vascolare o
della rottura di una cisti endometriosica misconosciuta. Le gravidanze
multiple…sono in effetti una complicazione sgradevole e, talora,
pericolosa"(p.65). C'è poi un aspetto che Flamigni valuta con una certa
asetticità, senza quella vena poetica usata in altre occasioni contro
coloro che, opponendosi alla Fiv, si opporrebbero alla vita e alla nascita
di nuovi bambini. Sto parlando dell'alto tasso di aborti spontanei
collegati alla fecondazione artificiale. Studi psicologici, o racconti
autobiografici, come quello di Daniela Pazienza ("Io e la procreazione
assistita", Armando, 2004) mettono in luce il grande trauma vissuto dalle
donne in questi casi. Racconta ad esempio la Pazienza: "Dopo diversi cicli
la gravidanza è arrivata…dopo qualche giorno purtroppo ho avuto le prime
minacce di aborto. Ad un tempestivo controllo ecografico risultò un
distacco della placenta e il battito non si sentiva più…Dopo otto
settimane dal concepimento feci il raschiamento che mi provocò una
sinechia uterina (aderenza tra le pareti dell'utero), accertata con una
isteroscopia e curata con terapia chirurgica…". Avviene spesso, infatti,
un caso di questo tipo: la gravidanza viene annunciata, seguono la gioia e
la paura, immediatamente successiva, di perdere il bimbo ottenuto con
tanta fatica. Il tempo del parto diventa allora un tunnel, pieno di ansie
e di paranoie: "l'unica volta che sono rimasta incinta, il momento in cui
ho saputo il risultato è stato per me molto strano.
Ero contenta della notizia, ma al tempo stesso venivo presa da mille
paure, tanto da non riuscire ad assaporare la gioia" (Daniela Pazienza).
Poi, assai spesso, tutto si interrompe bruscamente, lasciando nel corpo e
nella psiche un vuoto ancora maggiore: gli embrioni fatti in provetta,
infatti, non hanno la vitalità di quelli prodotti in natura, e spesso, per
questo, non attecchiscono nell'utero, o lo fanno solo superficialmente.
Succede sovente, ben più di quanto si creda: "gli aborti dopo fecondazione
assistita sono piuttosto frequenti variando dal 18% al 30% a seconda
dell'età della donna"(p.71). Inoltre "quasi il 25% delle gravidanze
ottenute con le tecniche di procreazione assistita si conclude
prematuramente…Ne deriva che il 25% dei bambini che nascono hanno bisogno
di cure intensive; a questo già elevato numero si deve aggiungere una
discreta quota di bambini piccoli per data, che nascono a termine ma sono
di peso sensibilmente inferiore a quello considerato normale. E'
soprattutto per questi problemi di peso che la mortalità perinatale di
questi bambini è elevata, raggiungendo il 20%, cifra che raddoppia o quasi
quella calcolata per i bambini generati naturalmente. Sono anche molto
frequenti le complicazioni ostetriche (le gestosi, per esempio, e persino
le placente previe) e quasi il 50% dei parti si espleta mediante taglio
cesareo" (p.73-74). Non è bello, senza dubbio, il catalogo di guai
enumerati dal professor Flamigni: bambini che muoiono in pancia, bambini
che muoiono quando sono ormai prossimi alla nascita, bambini che
abbisognano di terapie intensive per mesi e mesi, conseguenze fisiche e
psicologiche per la donna… Assomiglia più ad un bollettino di guerra che
alla piacevole esperienza di nuove vite che nascono e di coppie che
gioiscono.
Ma i traumi per la coppia vi sono anche nel caso in cui il figlio tanto
desiderato non arrivi affatto. Lo psicologo J. Galli spiega che "il
protrarsi della circolarità fallimento-illusione-aspettativa, incentiva il
ripetersi del fare e può determinare una patologia da trauma ripetuto, con
pesanti ripercussioni sull'intero equilibrio psichico". Per Hammerberg,
analogamente, "depressione, isolamento sociale, ed in generale una
percezione di non positiva qualità della vita emergono come
caratteristiche rilevanti, anche a distanza di anni dall'interruzione dei
trattamenti" (Manuela Ceccotti, "Procreazione medicalmente assistita",
Armando, 2004). Per questo, da più parti, giunge la raccomandazione, fatta
propria anche dall' Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 1994, di
porre un limite al numero di cicli cui sottoporre la donna: "La Fiv e le
tecnologie relative hanno provocato molti problemi di salute pubblica,
legali ed etici, la maggior parte dei quali rimangono irrisolti… I governi
dovranno prendere in considerazione la limitazione del numero di
trattamenti Fiv per singola donna" (Raccomandazione dell'OMS, riportata in
appendice al già citato "Madre provetta"). Occorrerebbe a questo punto
aprire una parentesi sulla figura paterna, così spesso svilita e
dimenticata, anche in occasione dei dibattiti sulla fecondazione
artificiale. Solo una concezione distorta della vita può infatti averla
totalmente separata dal processo della procreazione. Ad essa, purtroppo,
molti uomini contribuiscono, con il loro rifiuto sempre più diffuso di
assumere le loro responsabilità, come pure il ruolo di autorità nei
confronti del figlio. E' innegabile infatti che i padri "amiconi", il cui
unico scopo è quello di mantenere buoni ed "educati" rapporti con i figli,
fanno loro mancare quella presenza, a volte anche severa e correttiva, di
cui hanno assoluto bisogno. Padri così, è chiaro, divengono, anche per le
mogli, personaggi degni di ben poca considerazione; più intrusi, di peso,
che compagni. Ciò non toglie, come hanno notato più volte Claudio Risè (Il
padre assente inaccettabile, San Paolo Ed.) e Antonello Vanni ("Il padre e
la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della
vita e della famiglia", Nastro Ed., vedi
www.antonello-vanni.it), che il ruolo
del padre vada riconosciuto e riaffermato, nell'interesse di tutti. Ebbene
nei processi di Fiv l'uomo è spesso chiamato, come un animale da
riproduzione, a fornire seme all'ora e nel momento stabilito: viene così
privato di ogni vera partecipazione all'atto procreativo, che è per
definizione un atto d'amore, e quindi non individualistico.
"Quando ho razionalizzato il fatto che da me volevano solo che riempissi
quella fialetta con il mio sperma- ha raccontato un certo Roberto a Chiara
Valentini, nel suo "La fecondazione proibita", Feltrinelli, 2004- mi sono
sentito ridicolo". Delegittimare così, all'interno di un rapporto di
coppia, uno dei due componenti, chiunque sia, significa semplicemente
avere una visione meschina e riduttiva di chi si è scelto come compagno di
una vita. Lo stesso dicasi del caso in cui il marito, volendo un figlio a
tutti i costi, scavalca la moglie, incapace di concepire, svalutata come
una mucca che non produca il latte, e ricorre all'utero in affitto. O di
quello in cui uno dei due non voglia un figlio dall'altro, ma,
genericamente, con la fecondazione eterologa, da altri. La figura del
medico, che non assiste, ma impartisce comandi, manipola e rimanipola
l'embrione e dirige i corpi dei suoi clienti, non è dunque positiva per
nessun membro della coppia. Lo notavano già alla fine degli anni Ottanta
le stesse femministe: "a tutt'oggi si direbbe che la loro comparsa (delle
tecniche fiv, ndr.) si muove in direzioni non favorevoli all'autonomia
femminile" (Grazia Zuffa al convegno delle donne PDS di Roma del gennaio
1992).
Ma torniamo al libro del professor Flamigni. Vediamo cosa ci dice riguardo
ai bambini nati con le moderne tecniche. Sono veramente più belli? Sono
più sani, come ci dicono tanti politici che hanno appena leggiucchiato
qualche articolo di giornale? Sono più intelligenti, specie se nati,
magari, da seme pregiato, conservato in una apposita banca?
Non è propriamente così. Riguardo ai bimbi nati con la tecnica Icsi
infatti "resta il dubbio relativo alla possibile comparsa di un'anomalia
tardiva - e pensiamo soprattutto a malattie di tipo degenerativo,
riguardanti il sistema nervoso e i muscoli - dubbio che riguarda anche i
nati da Fivet, il più vecchio dei quali non ha ancora compiuto i 24
anni…solo il tempo potrà chiarire (non a me, che ho già 68 anni)"! (pag.54).
Quello delle "malattie di tipo degenerativo" è un grosso problema di cui
poco si parla, ma su cui non è possibile sorvolare con questa fretta. Il
Dna è infatti una sorta di orologio a tempo: molte anomalie cromosomiche,
causate dalle varie micromanipolazioni sull'embrione durante il processo
in vitro, non sono immediatamente riscontrabili, ma possono "esplodere"
nel corso degli anni, con conseguenze anche molto gravi, quali ad esempio
la paresi cerebrale (Stromberg B. et al., "Neurological sequelae in
children born after in-vitro fertilisation: a population-based study", "Lancet"
2002; 359:461-5). La fecondazione artificiale è insomma qualcosa di
estremamente sperimentale, al punto che chi la pratica non sa bene neppure
lui cosa stia facendo e cosa possa succedere nel lungo periodo. Il
concetto viene ribadito più avanti. Flamigni infatti sostiene, a pag.85,
di aver fatto nascere 34 bambini con la tecnica del congelamento degli
ovociti, ma "per uscire dalla fase sperimentale è necessario dare ai 34
bambini già nati, almeno altri duecento fratelli. Solo così riusciremo a
sapere se il congelamento degli ovociti è realmente innocuo…". Ribadisce
poi che alcune tecniche "potrebbero essere causa di malconformazioni nei
bambini con vari meccanismi: cito, ad esempio, la fecondazione da parte di
spermatozoi atipici, gli effetti citotossici e teratogeni di alcuni
reagenti e di varie manipolazioni. Sembra dunque giustificato il timore di
un aumento delle malconformazioni fetali" (p.74) .Riguardo ai bambini nati
da Icsi "una parte della letteratura riporta un lieve aumento
dell'incidenza di anomalie dei cromosomi sessuali" (p.74). Tradotto in
soldoni significa che in molti casi è probabile che la sterilità paterna
passi all'eventuale figlio.
Benchè scritto nel 2002 il testo di Flamigni ci può essere utile anche per
rispondere ai quattro quesiti referendari che saranno presentati a breve
al popolo italiano. Tutti e quattro, ad esempio, propongono di togliere il
divieto di crioconservazione, parzialmente presente nella legge 40. Ebbene
sulla pericolosità della crioconservazione degli ovociti si è appena
detto. Riguardo a quella degli embrioni Flamigni spiega che su cento
embrioni crioconservati circa trenta muoiono nella fase di scongelamento.
Come è ovvio tra quelli sopravvissuti "alcuni mostrano di avere almeno una
cellula danneggiata, cosa che non esclude il loro trasferimento e non
incide sulla qualità dello sviluppo fetale" (pag. 81). Cosa nascerà da
embrioni già danneggiati impiantati in utero? Chi, sapendolo, si farebbe
impiantare un simile embrione, fidandosi delle rassicurazioni, senza vera
certezza, del medico? Il problema, evidente, è che le "nostre conoscenze
sul come congelare e scongelare sono (soltanto, ndr) discrete", mentre
"sappiamo poco sui tempi reali della loro sopravvivenza" (p.80): ecco
perché, ad esempio, i tempi massimi di crioconservazione, laddove sia
permessa, variano da Stato a Stato, senza che esista alcuna sicurezza
scientifica. Occorre, bisogna ripeterlo, sperimentare su altri bambini,
come accade anche per il congelamento del seme. Si sa infatti che "il seme
che è stato congelato è meno attivo", meno vitale (p.98). Non si conosce
però la sua, diciamo così, data di scadenza. Per questo l'anno scorso, in
Inghilterra, venne testato del seme crioconservato da ben 21 anni,
inoculandolo in una donna, usata, evidentemente, come cavia. Infine, lungi
dal porre rimedio al dramma della sterilità, la crioconservazione,
paradossalmente, finirà per aumentarlo. Infatti sono sempre più numerose
le coppie non sterili che, per motivi di lavoro o altro, congelano il loro
seme, con costi altissimi, procrastinando sine die il tempo della
procreazione. Così facendo, in realtà, mentre pensano di assicurarsi, per
il futuro, un figlio, rischiano di rimanerne privi per sempre, sia per
l'altissima percentuale di insuccessi delle tecniche di Fiv, che aumenta
in presenza di crioconservazione, sia per l'età della donna, troppo
avanzata (non è un caso che Flamigni, favorevole alla crioconservazione,
lo sia sostanzialmente anche all'idea delle cosiddette mamme-nonne).
Vi è poi l'annoso problema dei tre embrioni: il secondo quesito
referendario propone di eliminare il limite massimo di produzione e di
impianto di tre embrioni, stabilito dalla legge 40. Si vuole,
evidentemente, che il medico sia libero di impiantarne anche di più. Solo
due anni fa Flamigni si dichiarava contrario ad una simile ipotesi.
Sosteneva infatti che in America, purtroppo, molti medici impiantano
troppi embrioni, pur di ottenere un qualche risultato: ma così facendo
provocano "più gravidanze multiple, più interventi di riduzione del numero
di embrioni" (e cioè aborti procurati). E le gravidanze multiple sono "una
complicazione sgradevole e, talora pericolosa", dal momento che si sono
avuti anche casi di madri rimaste incinte di otto feti (p.65). E'
avvenuto, oltre che a tante donne italiane, a Mandy Allwood, nel 1996: già
madre di un figlio, ha otto figli in grembo. Per ognuno che decide di
portare alla luce il quotidiano The Guardian offre 261 milioni di lire.
Mandy decide di partorire: lo fa, muoiono tutti e lei diviene ricca.
Poiché dunque le gravidanze multiple sono molto rischiose per la salute
della madre, e pericolosissime per la salute dei bambini, che spesso
muoiono, oppure rimangono perennemente lesi, nel fisico e/o nella mente,
occorre che i medici non impiantino troppi embrioni. Quanti, si chiedeva
Flamigni? "Personalmente sono stato sempre molto spaventato dalle
gravidanze multiple che in passato mi hanno dato molti dispiaceri. Ho
perciò suggerito protocolli che comportano il trasferimento di due
embrioni (nelle donne più giovani) e di un massimo di tre (nelle donne
meno giovani)" (p.70-71).
Massimo tre, proprio come prescrive la legge 40! Anche con tre, comunque,
il rischio rimane alto. Infatti anche trasferendo due soli embrioni
possono nascere tre figli, "per la formazione di due gemelli identici da
uno dei due embrioni trasferiti" (p.71): tutta la letteratura riporta, nel
caso di trigemini, rischi di "deficit fisici e/o mentali" (consenso
informato del Sismer). Infine possiamo analizzare la questione della
diagnosi pre-impianto, che il terzo quesito referendario vorrebbe
reintrodurre. Flamigni inizia ricordando che "il primo successo è stato
ottenuto in Inghilterra, e riguarda una selezione del sesso";
"l'applicazione più frequente della diagnosi genetica preimpiantatoria
riguarda la selezione del sesso", spesso per evitare malattie (p.90).
Rispunta così l'eugenetica, sovente ai danni delle femmine, in molti
paesi, dalla Cina all'India. Continua il Nostro: "La diagnosi genetica
eseguita su cellule embrionali non è priva di errore e i risultati
dovrebbero essere sempre confermati da uno studio eseguito in gravidanza
mediante amniocentesi…La biopsia di una cellula dell'embrione è
sicuramente una tecnica invasiva…". Se ne deduce che la diagnosi,
invasiva, con margini di errore (falsi positivi e negativi), deve essere
confermata da una successiva indagine prenatale come l'amniocentesi,
anch'essa invasiva e con possibili effetti nefasti sul nascituro (si
calcola che l'amniocentesi precoce possa causare la morte del feto nel
6,2% dei casi). Ci si chiede: questa mitica diagnosi pre-impianto,
dimenticando un attimo le sue disastrose potenzialità eugenetiche,
funziona davvero? E se funziona, perché si prescrive un' ulteriore
diagnosi?
Infine l'ultimo quesito referendario vorrebbe abolire il divieto di
fecondazione eterologa. Riguardo a quest'ultima Flamigni nel suo libro
distingue due casi, quello della donatrice di ovulo nota (sorella o amica)
e quello della donatrice sconosciuta. Le donatrici conosciute godono "di
grande antipatia da parte dei medici, che hanno visto troppo spesso queste
donne, dopo la nascita del bambino, inserirsi tra lui e la madre, nella
ricerca di un rapporto privilegiato, sollecitate da sentimenti che è
facile comprendere. La donatrice sconosciuta...crea fantasmi e paure di
ogni genere, alcuni dei quali continuano anche dopo la nascita del
bambino" (p.100-1001). La donazione di seme maschile crea problemi ancora
più gravi, dalla "maggior frequenza di malattie psicosomatiche" per il
figlio, alla crisi di rigetto per il padre adottante. Chi volesse saperne
di più prenda in mano il libro e legga le pagine 98 e 99. Personalmente
sono un po' stanco di proseguire in questo elenco di tristezze. Del resto
il libro di Flamigni lo ho già letto più volte. E se lo rileggesse anche
lui?
torna indietro |