| Cominciamo con un racconto, di quelli che si
sentono di frequente nello studio dell’analista. A farlo è una donna il
cui marito è spesso assente per lavoro, e ora è rientrato a casa, oppure
una moglie reduce da una “pausa di riflessione”, una separazione più o
meno lunga, con il marito. “Quando mio marito era via, di notte, prima uno
poi l’altro, i bambini arrivavano regolarmente nel mio letto. Lo so che
non va bene, che quest’intimità è eccessiva, che crea dipendenza e
morbosità, che devono abituarsi al proprio, di letto. E spesso non dormo
neppure bene, quando ci sono loro. Ma scacciarli è difficilissimo. Se ne
vanno, poi tornano. E ricacciarli mi fa fatica. Anche perché, anche se non
va bene, averli lì accanto è dolce, e caldo, se non scalciano troppo. Beh,
quando mio marito è tornato, hanno fatto, prima l’uno poi l’altro, un giro
di ricognizione. Poi visto che il papà era lì, lungo, disteso, pesante, e
addormentato, se ne sono andati. Senza tornare. E l’indomani non hanno
fatto storie per alzarsi, vestirsi, uscire in tempo per la scuola. Senza
che lui dicesse nulla. Taceva, li guardava. Ma c’era”.
Questa piccola, ripetuta, narrazione, dà una prima, modesta (ma non
troppo) spiegazione di “a cosa serve il padre”, perché la sua esistenza, e
presenza, personale sia così importante. Il padre serve, semplicemente a
consentire che ogni cosa prenda il suo posto. A partire dal posto del
padre si definisce l’ordine simbolico in cui si dispone il resto della
famiglia. Si ri/costituisce un mondo familiare, un ritmo, orari,
abitudini, regole, che sottraggono tutti gli altri all’angoscia di doverle
inventare ogni volta, confermandole, o mutandole, ogni volta che viene
voglia di farlo. Poiché però “il proprio posto”, per esempio il proprio
letto, definisce, e non tanto superficialmente, la nostra collocazione nel
mondo, il padre, assegnandocelo, ci consente di vivere nel mondo. Non è
per banale curiosità che Edipo vuole sapere chi è suo padre: perché da
questa informazione deriva, per lui come per noi, la conoscenza di aspetti
essenziali della propria identità e del proprio destino. Non essendo
informati dei quali si finisce (come Edipo, e come molti bambini
attardatisi nel letto materno, perché nessun padre ha ripreso il suo
posto) con lo “sposare” la propria madre. Con conseguente sciagura
personale, e di tutta la comunità coinvolta, sia che si tratti di Tebe o
di Gratosoglio, alle porte di Milano.
Sofocle, che ne ha raccontato la storia tanto tempo fa, ha di sicuro più
autorità, e competenza, nella conoscenza della natura umana, dei promotori
dei referendum che vorrebbero fare del padre un optional. Anche a Sigmund
Freud, che faceva del superamento del complesso di Edipo, attraverso
l’implicita minaccia di castrazione da parte del padre, il rito di
ingresso nella società, e la vicenda strutturante della personalità e del
soggetto psicologico, i fautori delle provette-padri dovrebbero dare
un’occhiata. Anche perché tutta l’esperienza analitica successiva, che
sempre più spesso non ha trovato nei pazienti tracce di Edipo, perché non
c’era più nessun padre con cui contendere e il letto della madre era
libero, ha trovato, invece, in questi “nuovi” pazienti tardomoderni, gli
sterminati e disorientati “terrains vagues” della psicosi. Occorre,
infatti, non confondere gli sviluppi delle scienze e delle tecniche con le
risorse psichiche dell’essere umano, che resta del tutto simile al
bisavolo che si sdraiava sul lettino del dottor Freud, a Vienna.
Perché ciò che ci aiuta a non diventare pazzi, la conoscenza del limite
umano, è anche un’esperienza di direzione. Quell’esperienza promossa dal
padre: vai nel tuo letto. Un no, e un’assegnazione di territorio
personale. La madre, invece, per suo programma simbolico, indipendente
dall’indole personale, accoglie, nutre, appaga il bisogno. E quindi, per
il divieto del messaggio contraddittorio che regge l’ordine naturale (lo
stesso che fa che l’acqua tolga la sete, e quindi non la moltiplichi), non
lo frustra, quel bisogno; fatica invece a limitarlo, a inibirlo, a
dirottarlo. E, in assenza di padre, ciò impedisce nel giovane la
formazione dell’autostima, che nasce proprio dalla consapevolezza del
limite, e insieme del possesso di un proprio posto nel mondo. Una recente
inchiesta del Cnr sugli adolescenti conferma che essi mancano oggi
dell’autostima necessaria per affrontare la vita. La psicologa Patrizia
Vermigli, coordinatrice della ricerca, sottolinea la relazione tra bassa
autostima e sbiadimento della figura paterna. E afferma: “In quest’ultimo
studio abbiamo rilevato che è il padre la figura più importante per gli
adolescenti. E’ lui il genitore che dà sostegno quando si tratta di
socializzare o di ‘buttarsi’ nelle situazioni nuove, che aiuta il ragazzo
a staccarsi dal nido e ad essere più autonomo facendo affidamento solo
sulle proprie forze. La madre, invece, lo vuole tenere vicino a sé, ha più
difficoltà a lasciarlo allontanare. Questo è un atteggiamento che frena la
maturazione dell’adolescente, e che può provocare anche una scarsa
autostima e una difficoltà a socializzare con i coetanei”. La madre fatica
insomma – come è del tutto naturale – a dire quel “no”, fondativi della
personalità, che infatti sia Lacan che Foucault, (cui anche occorrerebbe
dare un’occhiata prima di delirare di altri “Brave new world”), vedono
come parola tipicamente paterna. Il padre è, dunque, figura del limite,
“di qui non si può andare”, e di direzione, di senso – nel significato,
appunto di orientamento, “cerca la tua strada, che io comincio a
proporti”). Limite e spinta direzionale che derivano anche dal fatto che
ci ha messo nel mondo lui, con quel primo getto ben centrato; la nostra
storia è cominciata lì. E’ quindi lui la prima figura che ci garantisce
un’appartenenza: ha messo in moto il processo da cui ha preso forma la
nostra vita. Ma quest’appartenenza originaria, di certo poco democratica
(non siamo stati interpellati), e quindi di nuovo conferma di limite, di
non onnipotenza, è anche nucleo fondante della nostra identità. E dunque
del nostro possibile destino: se so da dove vengo, mi viene più facile
intravedere dove posso andare. Mentre se questo padre creatore, con la sua
spinta dinamica, non è presente, faccio molta più fatica a elaborare un
progetto, a muovermi, ad andare da qualsiasi parte. La “società senza
padri”, come da tempo viene chiamata la società occidentale, con padri
poco presenti, o cacciati dai divorzi, è caratterizzata da figli che
rimangono nella casa genitoriale, spesso con la madre, fino a maturità
avanzata. La legge di questa società è fatta, spesso, da Corti
giudiziarie, come la nostra Cassazione, che impone ai padri assenti, o
cacciati, di mantenere questi figli impigriti ed esigenti, finché trovino
un lavoro a loro gradito. Il padre, figura del limite, ci spinge invece a
darci una mossa, come del resto fece lui a suo tempo. Mentre la sua
assenza ci consente di stagnare in una simil-onnipotenza, con gli assegni
che lui passa alla mamma dietro ingiunzione giudiziaria. Un’organizzazione
poco stancante, ma di sicuro disagio psichico. A questa caduta di vitalità
e di spinta dinamica appartengono anche lo smarrimento di relazione coi
sentimenti e le passioni (sostituite da “modelli” mediatici fabbricati),
la moltiplicazione di fobie di ogni genere, lo stesso aumento della
sterilità, che è poi la somatizzazione della paura, o il disinteresse, a
riprodursi: ormai quasi il quaranta per cento dei maschi bianchi, in
occidente, non è in grado di fecondare. Tutti questi fenomeni illustrano
la progressiva “passività” dello stile di vita dominante, gradualmente
trasferito sotto la guida del principio femminile-materno della
soddisfazione del bisogno, marginalizzando nella zona “politicamente
scorretta”, quindi ormai trasgressiva, quello maschile, e paterno, della
consapevolezza del limite, e dell’azione personale. Il padre è figura del
limite anche quando taglia, se fa il suo mestiere, la simbiosi in cui si
prolunga il rapporto con la madre, se un terzo, che è poi lui, non prende
l’iniziativa di interromperla. E poiché la simbiosi materna è un’immagine
di totalità, anche se dopo la nascita questa totalità è diventata più
immaginaria, e/o delirante che reale, questo padre che la taglia da una
parte ci libera, e ci fa soggetti umani, autonomi, consegnati alla –
faticosa – avventura della ricerca quotidiana. Di cui fa parte anche
l’autentica esperienza della relazione, impossibile fino a quando siamo
chiusi nella fusione con la madre. Possiamo dire Tu, incontrare l’altro, e
il mondo, soltanto quando il padre, il terzo, ha rotto il contenitore
simbiotico, promuovendo la formazione dell’Io. Dall’altra parte però,
ancora una volta, questa nascita/liberazione simbolica ci limita:
l’appagamento non è più dichiarato come garantito, il nutrimento neppure.
Ma soprattutto c’è una norma, l’indicazione del proprio posto nel mondo,
con cui confrontarsi.
Il girotondo simbiotico (l’Uroboro come lo chiamavano Jung e Neumann),
madre-figlio è per sempre interrotto; occorre trovare una strada, non
necessariamente rettilinea, ma insomma una strada, una direzione. E il
padre, se fa il suo mestiere, è lì per indicarcela. Una strada, non una
galera su cui imbarcarci. Ma in questa indicazione di direzione, che
interrompe il rispecchiamento narcisistico nella madre, il padre fonda
anche la nostra libertà. Quella di accettare la direzione paterna, o di
mandarlo a quel paese, come il figlio della parabola, che se ne va, e
torna, più tardi, malconcio. E il padre fa tagliare i tessuti migliori per
i suoi nuovi vestiti. Tutte cose difficili da fare per la provetta, o il
donatore sconosciuto.
Eppure la “modernità liquida”, come l’ha chiamata Zygmunt Baumann, non
tollera forme fisse proprio perché costituiscono anche dei limiti,
indicatori di direzioni che fatalmente sostituirebbero lo stagnare in una
rumorosa ed esibita confusione, fintamente onnipotente. Qualcuno, come
Gèrard Mendel, di scuola freudiana, ha già detto, almeno dal ’68, che
questa intolleranza è dovuta al carattere psicotico della nostra coscienza
collettiva, dei nostri valori dominanti. Psicotici proprio perché hanno
cominciato a far fuori il padre già da molto tempo, ben prima del
referendum su cui l’Italia andrà a votare (che rappresenta tuttavia una
tappa significativa del processo). I risultati del modello di cultura del
“father disposable”, del padre usa e getta, come è stato chiamato in
America, sono, ormai, lì da vedere (e hanno fortemente contribuito alla
riconferma di George Bush alla presidenza degli Stati Uniti). Gli uffici
del Censimento americani informano che: il 90 per cento di tutti gli
homeless, persone senza dimora, e dei figli fuggiti da casa, non avevano
un padre in famiglia. Il 70 per cento dei giovani delinquenti ospitati in
istituzioni statali venivano da famiglie dove non c’era il padre. L’85 per
cento dei giovani che si trovano in carcere sono cresciuti senza padri. Il
63 per cento dei giovani che si tolgono la vita hanno padri assenti.
Questi dati non vanno interpretati certo secondo un rigido rapporto di
causa-effetto, ma come manifestazione di un forte fattore di rischio,
quello sì. Se il padre infatti è figura del limite, e il “segno del padre”
indica la capacità di reggere le ferite, e le perdite che la vita
infligge, la “società senza padri”, (dove già oggi la fabbrica dei divorzi
riduce spesso il genitore maschio a individuo senza casa, homeless,
emarginato, deviante), è un’aggregazione di persone, incapaci di reggere
le ferite della vita. I figli senza padre vedono la perdita come un
affronto personale, più che come una prova dell’esistenza, legata anche al
destino spirituale dell’individuo. Di queste “perdite”, incomprensibili e
inaccettabili, fa anche parte il sacrificio di dover riconoscere il
principio d’autorità, scalzato assieme alla figura paterna. Se non bisogna
più obbedire al padre, che, secondo i proponenti di alcuni quesiti
referendari, non è più previsto e riconoscibile, perché allora assecondare
il vigile, il bigliettaio, chiunque chieda di obbedire a una norma? Perché
non allagare il liceo Parini, e altri successivamente? Perché non
uccidersi “per protesta” contro il brutto voto o il mancato acquisto di un
motorino?
Il “sacrificio”, inteso non tanto come sacralizzazione, “sacrum facere”,
ma semplicemente come rinuncia necessaria per ottenere qualcosa,
attraverso un investimento sul proprio futuro, sembra sempre più
impossibile da reggere. Oltretutto, l’ideologia della vita come
spettacolo, dove il successo premierà l’esibizione narcisistica e non il
sacrificio, toglie ogni prestigio sociale all’esperienza della privazione,
finalizzata a una crescita futura. I concetti base dell’etica,
indispensabile per sviluppare la volontà, vengono completamente
disattivati dall’ideologia del “padre eliminabile”. Così, il “dovere” è
ormai considerato quasi una parolaccia, come tutto ciò che è vagamente
collegato al paterno. Il “diritto”, dal canto suo, perde il suo lato
scomodo, di ciò che dobbiamo agli altri, per diventare esclusivamente
acquisitivo: ciò che gli altri devono a noi. Non c’è da stupirsene.
Secondo la psicanalisi, nello psichismo collettivo infatti, il diritto,
così come la “vera razionalità, che mostra una fermezza sempre uguale e
temperata dall’amore” (Mendel), sono attributi legati all’immagine
simbolica, ma anche fisica, del padre. Quando il padre viene invece
“rimosso”, come già avviene, fisicamente e simbolicamente, nella società
occidentale tardomoderna, il livello del pieno sviluppo della personalità
viene solo faticosamente ed episodicamente raggiunto, e l’individuo non
riesce mai a staccarsi dai livelli psicologici precedenti, sperimentati
durante l’infanzia.
Si prenda la celebrata banca dello sperma online, www.mannotincluded.com,
cioè “uomo-non-compreso”, dedicata in modo specifico alle lesbiche che
desiderano avere un figlio. Ai clienti è permesso indicare le proprie
preferenze su gruppo etnico, colore degli occhi, altezza e peso del
donatore (che comunque rimane anonimo). Inseminazione artificiale,
controllo sulle caratteristiche del nascituro attraverso quelle del padre
“online”, controllo artificiale su un processo naturale come quello della
nascita, appropriazione finale del nascituro da parte di una coppia che lo
priva della figura paterna: sono tutte manifestazioni caratteristiche del
mondo onnipotente, ipercontrollante, e affettivamente sadico della nevrosi
ossessiva. Una forma patologica oppressa da un sentimento della natura di
cui non ci si fida, perché è mancata l’esperienza dell’affidamento al
padre, buon custode, e creatore amoroso. Questa mancanza, è stata
d’altronde spesso accompagnata, nel processo di dissoluzione della
famiglia, dall’assenza della calda affettività della madre “buona”.
Il sadico-ossessivo non si fida della natura perché teme metta a rischio
il proprio potere, che vorrebbe assoluto. “La natura è cattiva”, diceva il
marchese de Sade nell’immaginare le sue torture, “per questo dobbiamo
essere più cattivi di lei”. La società senza padri riesce facilmente a
essere più “cattiva” della natura. E’ stata più cattiva della natura anche
in quell’altro recente caso, sempre inglese, delle due donne, anch’esse
lesbiche, non udenti che hanno preteso di scegliere un figlio (attraverso
la selezione di embrioni) che come loro fosse privo dell’udito. La
perversione sadica, caratteristica dell’attuale società occidentale priva
del padre, non si accontenta di esercitarsi tra chi già la condivide, ma
vuole permeare aggressivamente l’intera società, trascinando crudelmente
altri individui nel proprio dramma. E la relativa passività, a livello di
commento e di iniziativa, nei confronti di episodi come quello appena
ricordato, e di tutto il discorso, e la pratica, di fecondazione
artificiale, è in realtà sintomo di sottomissione conformista al modello
dominante. Viviamo in una società perversa che moltiplica il malessere?
Ebbene accettiamolo senza far storie: questa sembra essere, per ora, la
reazione della maggioranza, nella sua componente passivo-conformista.
I dati forniti dalle ricerche e dai censimenti sui disturbi psicologici
dei figli cresciuti in assenza di padri confermano con precisione queste
analisi. Dal lato delle manifestazioni sadico-aggressive, i figli
cresciuti senza padre hanno più del doppio di possibilità di essere
coinvolti in episodi di aggressività criminale. Secondo i dati forniti dal
ministero della Giustizia americano il 72 per cento degli adolescenti
omicidi, il 60 per cento degli stupratori, e il 70 per cento dei
prigionieri condannati a lunghe condanne è cresciuto in case senza padre.
Fra i giovani che esprimono comportamenti violenti a scuola la situazione
familiare è 11 volte su 1 quella dell’assenza del padre. Anche dal lato
della passività masochistica, i figli senza padre sono coinvolti come
vittime in episodi di abuso, 40 volte di più dei figli che vivono col
proprio padre. Ciò è anche, naturalmente, conseguenza dell’assenza di
quella funzione di “custode”, che è propria del padre. Ma rispecchia
profondamente anche la tendenza a scivolare nella passività nelle
relazioni con gli altri, conseguenza di una bassa autostima, e del non
essere stati “collocati al proprio posto nel mondo” dalla figura del padre
iniziatore. Il 69 per cento dei bimbi sessualmente abusati viene da case
in cui il padre biologico era assente. Figura istitutiva dell’ordine
simbolico familiare, figura del limite, dal confronto col quale si
struttura una personalità non inflazionata, figura dell’origine, e del
destino, operatore della rottura della simbiosi con la madre: questo, e
altro, è la figura paterna nella vita della persona. Il suo sguardo
d’amore e di approvazione fonda nella figlia la stima in sé come persona,
dopo che nella relazione con la madre ha trovato la conferma alla propria
femminilità. Il corpo del padre, e il suo stile nel trattare col corpo
degli altri, e col mondo, diventano la misura sulla quale il figlio
maschio scopre, e costruisce, la propria identità maschile. E’ amaro
accettare che tutta questa ricchezza affettiva, culturale, simbolica,
spirituale, comunque indispensabile alla crescita dell’umano, rischi di
venir liquidata in cambio di vaghe promesse di una scienza incerta,
erronea per definizione, e della confusione tra libertà e delirio di
onnipotenza.
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