| Mi appare una tragica tracotanza sottoporre la
vita, nelle sue modalità riproduttive, a referendum. La vita è, e va
onorata, non discussa, e manipolata, attraverso pronunciamenti, come i
referendum.
Nell’appello del Comitato «Scienza & vita» per la legge 40/2004, si dice
che “il concepito, non avendo voce propria, ha bisogno della solidarietà
sociale”. E’ vero. Ma, nella mia esperienza di persona umana, di
psicoterapeuta, e di studioso di scienze sociali, il silenzio del
concepito è un aspetto, toccante, di quel fenomeno, ancora più
impegnativo, che è il silenzio della vita. Anche la vita tace. Siamo noi
che dobbiamo darle voce. La vita non ha giornali, non ha emittenti
televisivi, partiti, Accademie. Non ispira mode. Non si piega a soddisfare
qualsiasi desiderio. La vita è semplice (nella sua infinita complessità),
ed antica. L’uomo può modificare, le condizioni di esistenza, ma non può
intervenire sui meccanismi elementari (e misteriosi) dell’essere, della
vita, senza stravolgerla. Costantemente riscopro, nel mio lavoro,
l’ammonimento di Simone Weil. “L’uomo possiede solo l’avere. L’essere
dell'uomo è situato dietro il velario, dalla parte del soprannaturale”. E’
lì, dietro il velario, che si trova l’essere, vale a dire la vita umana. E
lì va lasciata, e devotamente onorata.
Quell’essere, della vita, come il concepito, non parla, ma si esprime,
silenziosamente. E’ senza parola di fronte al frastuono del sistema di
comunicazioni di massa, dove ogni voce viene zittita dalla più prepotente,
e ogni lucidità è smarrita nel sistema degli effetti speciali. Per questo
occorre sottrarlo a qualsiasi dispositivo vociante, come il referendum.
Certo, oltre a modificare le condizioni di esistenza, l’uomo, grazie alla
tecnica, può ormai intervenire anche sulla vita. Fabbricandone un’altra,
che non esprima più un essere “dietro il velario”, ma svelato come ogni
prodotto fabbricato, come ogni altra “cosa” fatta artificialmente
dall’uomo. Questa fabbricazione, nel caso specifico, partirebbe da una
vita vera, quella dell’embrione, da sopprimere, per poter proseguire, in
una vita “perfezionata”, selezionata tecnicamente. Come aveva già pensato
la genetica dei totalitarismi, nello sforzo di quei regimi di trasformare
le comunità in “masse amorfe”, e gli uomini in schiavi. Ho aderito a
questo contro questa deriva culturale e morale .
Nella mia professione di psicoterapeuta ho visto che la sostituzione di
modi di vita fabbricati secondo modelli intellettuali o tecnici, a quella
delle emozioni naturali ( affetti primari, spinte istintuali, credenze
trascendenti ), origina disagi psichici, e successivamente fisici.
L’equilibrio psicologico dell’uomo dipende dal suo non discostarsi dalla
legge di natura. Per questo penso che sopprimere la vita nelle sue forme
più indifese, per poterla meglio manipolare, metta in atto una sequenza
produttiva di malesseri oggi inimmaginabili.
Certo, rispettare la vita, nella sua essenza sorprendente e misteriosa,
significa anche, per l’uomo, i suoi saperi, e le sue tecniche, fare
un’esperienza di limite. Ma chi lavora con, e su, la psiche umana, sa bene
che l’impennarsi della follia si rivela proprio nello sviluppo della
fantasie di onnipotenza, col loro caratteristico stile arrogante e
incontinente. Indifferente e ostile alla profondità e al senso del dolore
umano, visto come anomalia da abolire. E’, infine, per contribuire a
limitare i danni di questo diffuso delirio che ho aderito a quest’
appello.
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