Le ragioni di un’adesione

di Claudio Risé - da Avvenire, 20 febbraio 2005, www.avvenire.it

 

Mi appare una tragica tracotanza sottoporre la vita, nelle sue modalità riproduttive, a referendum. La vita è, e va onorata, non discussa, e manipolata, attraverso pronunciamenti, come i referendum.
Nell’appello del Comitato «Scienza & vita» per la legge 40/2004, si dice che “il concepito, non avendo voce propria, ha bisogno della solidarietà sociale”. E’ vero. Ma, nella mia esperienza di persona umana, di psicoterapeuta, e di studioso di scienze sociali, il silenzio del concepito è un aspetto, toccante, di quel fenomeno, ancora più impegnativo, che è il silenzio della vita. Anche la vita tace. Siamo noi che dobbiamo darle voce. La vita non ha giornali, non ha emittenti televisivi, partiti, Accademie. Non ispira mode. Non si piega a soddisfare qualsiasi desiderio. La vita è semplice (nella sua infinita complessità), ed antica. L’uomo può modificare, le condizioni di esistenza, ma non può intervenire sui meccanismi elementari (e misteriosi) dell’essere, della vita, senza stravolgerla. Costantemente riscopro, nel mio lavoro, l’ammonimento di Simone Weil. “L’uomo possiede solo l’avere. L’essere dell'uomo è situato dietro il velario, dalla parte del soprannaturale”. E’ lì, dietro il velario, che si trova l’essere, vale a dire la vita umana. E lì va lasciata, e devotamente onorata.
Quell’essere, della vita, come il concepito, non parla, ma si esprime, silenziosamente. E’ senza parola di fronte al frastuono del sistema di comunicazioni di massa, dove ogni voce viene zittita dalla più prepotente, e ogni lucidità è smarrita nel sistema degli effetti speciali. Per questo occorre sottrarlo a qualsiasi dispositivo vociante, come il referendum.
Certo, oltre a modificare le condizioni di esistenza, l’uomo, grazie alla tecnica, può ormai intervenire anche sulla vita. Fabbricandone un’altra, che non esprima più un essere “dietro il velario”, ma svelato come ogni prodotto fabbricato, come ogni altra “cosa” fatta artificialmente dall’uomo. Questa fabbricazione, nel caso specifico, partirebbe da una vita vera, quella dell’embrione, da sopprimere, per poter proseguire, in una vita “perfezionata”, selezionata tecnicamente. Come aveva già pensato la genetica dei totalitarismi, nello sforzo di quei regimi di trasformare le comunità in “masse amorfe”, e gli uomini in schiavi. Ho aderito a questo contro questa deriva culturale e morale .
Nella mia professione di psicoterapeuta ho visto che la sostituzione di modi di vita fabbricati secondo modelli intellettuali o tecnici, a quella delle emozioni naturali ( affetti primari, spinte istintuali, credenze trascendenti ), origina disagi psichici, e successivamente fisici. L’equilibrio psicologico dell’uomo dipende dal suo non discostarsi dalla legge di natura. Per questo penso che sopprimere la vita nelle sue forme più indifese, per poterla meglio manipolare, metta in atto una sequenza produttiva di malesseri oggi inimmaginabili.
Certo, rispettare la vita, nella sua essenza sorprendente e misteriosa, significa anche, per l’uomo, i suoi saperi, e le sue tecniche, fare un’esperienza di limite. Ma chi lavora con, e su, la psiche umana, sa bene che l’impennarsi della follia si rivela proprio nello sviluppo della fantasie di onnipotenza, col loro caratteristico stile arrogante e incontinente. Indifferente e ostile alla profondità e al senso del dolore umano, visto come anomalia da abolire. E’, infine, per contribuire a limitare i danni di questo diffuso delirio che ho aderito a quest’ appello.

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