| L’impotenza aumenta, la sterilità anche, la
libido cala. Sono fenomeni noti, in continuo (fino ad ora) peggioramento,
come mostrano gli articoli e i dati presentati in questo fascicolo.
I fattori che incidono negativamente sulla sterilità sono molteplici, ma
la loro presentazione è spesso condizionata dall’ottica del modello
culturale dominante, che tende a “tacere” gli effetti di comportamenti e
sostanze ostinatamente considerati “leggeri”, abbondantemente tollerate
dai gruppi dirigenti, anche se dal punto di vista scientifico sono ormai
noti i loro effetti “pesanti”.
I nemici della procreazione nascosti da media e politici: il caso della
cannabis.
E’ interessante, da questo punto di vista, il caso della cannabis,
ostinatamente assolta, in Italia, da tutti i suoi effetti negativi, tra i
quali quelli, ormai accertati, sulla capacità di riprodursi del maschio (e
della donna) [1].
La cannabis, la droga più usata al mondo, e da un adolescente su tre in
Italia, dove è fumata quotidianamente da 350.000 persone tra i 15 e i 54
anni, e al fine settimana da 1.900.000 (dati 2005, inferiori ad oggi),
ostacola i processi vitali che presiedono al buon fine del concepimento.
La marijuana è stata collocata recentemente nella tabella delle
gonadotossine, sostanze capaci di danneggiare la delicata costituzione
(parenchima) del testicolo [2]. Anche i ricercatori italiani [3], di cui
tuttavia i media poco si curano, confermavano nel 2004 che il consumo di
cannabinoidi è tra l’altro causa di alterazione della spermatogenesi, di
riduzione nella densità e motilità degli spermatozoi, e di aumento delle
forme anomale.
Nello stesso periodo venivano resi noti, attraverso un comunicato della
British Fertility Society alla stampa e alla comunità scientifica europea,
i risultati di una ricerca sperimentale svolta in Irlanda secondo la quale
gli uomini che fumano cannabis presenterebbero una fertilità ridotta. Gli
scienziati della Queen’s University di Belfast, infatti, avevano accertato
che l'ingrediente attivo della cannabis (THC) ostacola la mobilità degli
spermatozoi, diminuendone la capacità di penetrare la cellula uovo per
fertilizzarla [4]. Lo studio, inoltre, aveva evidenziato che il consumo di
cannabis riduceva un'altra funzione chiave svolta dal gamete maschile: la
digestione del rivestimento protettivo dell'uovo, attraverso specifici
enzimi, per consentire allo spermatozoo di penetrarlo [5].
Questa specifica disabilità, prodotta dal THC sull’apparato riproduttivo
maschile, viene poi ulteriormente accentuata dalla tossicità del fumo di
tabacco (qui aggravato dalla particolare intensità di idrocarburi presenti
nel fumo di cannabinoidi) i cui risultati sono noti da più tempo:
riduzione del numero dei concepimenti se l’uomo ha l’abitudine del fumo;
presenza di spermatozoi con alterazioni cromatiniche che impediscono allo
zigote di svilupparsi normalmente; alterazione in negativo del liquido
seminale (come volume e concentrazione); riduzione della vitalità dei
gameti maschili, della loro vitalità e motilità, alterazione della loro
corretta morfologia [6].
Studi andrologici, in continuo sviluppo, attribuiscono anche all’uso di
cannabinoidi lo sviluppo di impotenza e altre tipologie di deficit
erettile, con i loro pesanti effetti psicologici e sulla vita relazionale
e di coppia [7].
Ciò valga a mostrare la parzialità nelle presentazioni mediatiche, e
dell’attenzione politica, circa i fattori tossicologici sulla sterilità
maschile.
Lo scopo principale di questo lavoro è tuttavia altro.
La sterilità in analisi: i risultati di un’esperienza
Questo contributo intende piuttosto offrire brevemente impressioni e
ipotesi nate da un’esperienza, personale e terapeutica, che mi ha visto
operare sul terreno del maschile, sia per la mia identità di genere (mi si
consenta di utilizzare questo termine nel suo significato sociologico
originario, di appartenenza alla cultura del proprio sesso, a mio avviso
tuttora di qualche utilità) [8] , sia per avervi dedicato gran parte degli
ultimi vent’anni di lavoro, in parte riflessi nei libri pubblicati sul
tema.
Vale la pena forse di cominciare dalla grande influenza che sul rapporto
tra i maschi ed il concepimento risultano avere una serie di aspetti del
tutto psicologici: la sicurezza e l’identificazione di sé come maschio, la
più o meno favorevole considerazione sociale che accompagna la condizione
maschile [9], la qualità dei rapporti personali, e del genere maschile in
una data epoca, con le donne.
Uno dei fatti che mi ha più colpito, all’inizio della mia esperienza di
psicoanalista, è stata la sensibilità mostrata dal funzionamento
riproduttivo dell’uomo (e naturalmente anche della donna, ma questo è già
più noto [10] ) al trattamento psicologico dell’inconscio. Seppure reduce
da numerose analisi personali e didattiche, confesso che non avevo potuto
fino ad allora mettere ben a fuoco questo aspetto del lavoro
psicoterapeutico, e le sue possibilità. Mi accorsi invece che uomini che
si credevano del tutto sterili, ed erano stati ampiamente confermati in
questa convinzione da diagnosi mediche, ingravidavano inaspettatamente le
loro quasi rassegnate compagne, una volta aperta la comunicazione
intrapsichica tra un Io autenticamente riconosciuto e “lavorato” come
proprio, ed un Sé ormai differenziatosi dal falso Sé della posizione
narcisista, indotta da condizionamenti familiari o sociali.
Questo cambiamento nella dinamica intrapsichica portava con sé alcuni
risultati precisi: maggiore sicurezza di sé, e quindi capacità di mettere
a fuoco e prendere sul serio i progetti per il futuro (non solo personale)
che il Sé costantemente produce, tra i quali tipicamente quelli relativi
alla procreazione. Che, anche nello scambio verbale delle sedute, veniva
sempre più valutata come momento decisivo della vita personale e di
coppia, accompagnandola però col rimpianto per non poterla realizzare.
Fino a quando si produceva l’evento inaspettato.
Le analisi mediche successive dimostravano poi il miglioramento della
qualità e quantità del seme, la maggiore mobilità e forza degli
spermatozoi, mentre già nello scambio in seduta si era analizzato il
cambiamento nello scambio affettivo e sessuale, caratterizzato ora da
un’intensificazione del desiderio, da una maggiore libertà
nell’esprimerlo, e, prima ancora, da una maggiore capacità di vedere e
sperimentare l’altro come autentico e completo oggetto d’amore, premessa
indispensabile allo sviluppo del desiderio.
Queste poche note, testimonianza dell’esperienza personale, ma anche di
colleghi che hanno lavorato con me nella supervisione dei casi trattati,
per ricordare la grande importanza dello psichico nella vicenda biologica
della riproduzione, e la delicata sensibilità del corpo dinanzi alle
vicende affettive e culturali, personali e collettive.
Il contatto col Sé autentico e il distanziamento dal modello culturale
dominante.
Il rafforzamento e la precisazione di un Io personale, e l’apertura di un
suo canale di comunicazione col Sé [11], hanno sempre comportato, nei casi
da me visti, una presa di distanza soggettiva dell’Io dalla posizione
collettiva proposta dal modello culturale dominante. Attestato, questo
ultimo, sulla riduzione dell’evento riproduttivo a fatto eminentemente
femminile, nel quale il maschio ha comunque un ruolo secondario ed
episodico, discontinuo.
Nella riproduzione interpretata secondo il modello culturale occidentale
inoltre, l’aspetto funzionale-utilitario, di elemento della strategia di
affermazione e di felicità della donna, ed eventualmente della coppia,
scavalca fino alla rimozione ogni aspetto transpersonale, di Beruf,
di vocazione profondamente inerente alla realizzazione della natura e del
destino dell’individuo, della famiglia, e della società umana.
Tuttavia è invece proprio in questo campo transpersonale, legato
all’inconscio collettivo, familiare e sociale, alla legge naturale ed
all’ordine simbolico che la rappresenta, che affondano, ritengo, le radici
della spinta riproduttiva, e della capacità di realizzarla. La questione
si decide dunque, per quanto riguarda la psicologia analitica, sul terreno
del Sé, centro complessivo della personalità conscia e inconscia, e punto
d’incontro (e confronto) dell’Io individuale con da una parte l’inconscio
collettivo e l’ordine simbolico, e dall’altra con il modello culturale
dominante. Quest’ultimo appare nell’investigazione psicoanalitica come una
sorta di “coscienza collettiva”, che con l’inconscio collettivo,
rappresentato anche nel Sé personale, continuamente si interfaccia, in una
dinamica di azioni e reazioni reciproche tra conscio e inconscio,
personale e collettivo, naturale e culturale, letterale e simbolico.
Ciò che in particolare si rivela in questo confronto tra Sé maschile e
modello culturale dominante, relativamente alla procreazione, è la
svalutazione in esso realizzata del ruolo dell’uomo rispetto a quello
della donna, fino a consentire alla donna di sopprimere il figlio avuto
dall’uomo, escludendo il maschio-padre di qualsiasi possibilità di
intervento o decisione sulla questione. Il risultato psicologico di questo
rifiuto di una soggettività riproduttiva, opposto dalla società al
maschio, fino a negargli la possibilità di difendere i figli concepiti dal
progetto abortivo della madre, è il progressivo indebolimento della
volontà maschile di generare. Tuttavia questo fenomeno non nasce solo
dall’opposizione, conscia e inconscia, ai modelli ideologici dominanti.
Certo, la legalizzazione dell’aborto in Occidente, e in Italia, è stata
generalmente realizzata nell’ambito di un pensiero ideologico che, in
quanto tale, ha avuto (come sempre ha) esiti reificanti (in questo caso
nei confronti del concepito e del bisogno di maternità/paternità dei
genitori), e schizogeni (nel senso mostrato da Gabel nella sua critica
dell’ideologia [12] tipicamente caratterizzata da una struttura
schizofrenica). Con più precisione, come ricorda Mansfield, con
l’ideologia femminista, la cui affermazione ha accompagnato in tutto
l’Occidente le legislazioni abortiste, le donne “per essere libere dagli
uomini volevano cambiare la morale e negare la natura… che aveva dato loro
l’utero, costringendole a diventare madri, il che le legava agli uomini”
[13].
La rappresentazione archetipica del conflitto riproduttivo
Nella questione della posizione, e della crisi, dei due sessi di fronte
alla riproduzione oggi, sono però attive forze più profonde, e più potenti
dello sviamento iperrazionalista (in realtà sempre irrazionale)
dell’ideologia. Siamo di fronte ad un conflitto archetipico, intervenuto
al livello dell’inconscio collettivo, probabilmente condizionando anche i
dispositivi giuridici, le leggi, prodotte da quell’ideologia, e certamente
la loro applicazione. L’esito finale del conflitto è illustrato sul piano
archetipico dal lamento di Giasone, impotente di fronte a Medea, che ha
ucciso i loro figli: “Vorrei non averli generati, per non vederli ora da
te uccisi” [14].
E’ anche per non subire, impotente, l’uccisione della propria progenie che
il maschio occidentale contemporaneo, come Giasone, “non vorrebbe
generare”, e quindi si rende incapace di farlo, attraverso tutta una serie
di comportamenti, attivi ed omissivi, consci e inconsci. Le forme
psichiche attive in questo complesso processo che si svolge nell’inconscio
collettivo hanno quella particolare potenza sugli individui e sui gruppi
che caratterizza l’azione degli Archetipi.
Gli Archetipi, forme simboliche di forze psicologiche invarianti nel
tempo, sono (secondo lo psichiatra Carl Gustav Jung, fondatore della
psicologia-analitica) i principali contenuti dell’inconscio collettivo,
assieme agli istinti. Non è sorprendente dunque imbattersi nell’Archetipo
affrontando una questione come questa della procreazione, all’incrocio tra
personalità individuale, corpo e organizzazione istintuale, modello di
cultura, e inconscio collettivo. E proprio in un terreno, quello della
riproduzione sessuale, dove la spinta istintuale incontra, come abbiamo
visto, il piano transpersonale e simbolico, generalmente espresso
dall’esperienza religiosa.
Medea, il femminile terrifico, e Giasone, il maschio opportunista
L’Archetipo che compare su questo terreno è la donna che uccide i figli,
che ha avuto una rappresentazione particolarmente efficace nella cultura
greca (all’origine della cultura occidentale assieme a quella
ebraico-cristiana), nella figura di Medea, poi continuamente ripresa in
altre culture, da quella latina (Ovidio, Seneca), fino ai contemporanei,
anche italiani (Alvaro, Pasolini). E’ dunque di qualche interesse
ricordare, purtroppo rapidamente, qualche tratto centrale della
personalità di Medea, per chiarire meglio in che modo un quadro
psicologico dominato da questo Archetipo dell’inconscio collettivo
contribuisca ai tratti depressivi che caratterizzano oggi la posizione
maschile circa la riproduzione, spingendola verso una progressiva
infertilità.
Medea, nipote della maga Circe, che nell’Odissea di Omero odia gli uomini
trasformandoli in animali, è una figura caratterizzata dalla ribellione al
padre ed alle tradizioni da lui rappresentate e difese, e dalla passione
per quel potere illimitato sugli altri, non contenuto dal diritto né dalla
devozione religiosa, che è la magia. Questi tratti la portano ad una sorta
di isolamento dagli aspetti tradizionali e affettivi della comunità, i cui
valori non le interessano, e cui anzi si ribella, in quanto potenziali
limitazioni del suo “thymos”, del suo furore, per il quale non accetta
alcun contenimento.
In proposito il grecista e studioso della psiche Eric Dodds osserva che
“nel thymos sono nascosti impulsi dell’azione che né la ragione né
la pietà possono raggiungere” [15]. Sono gli stessi che abbiamo visto in
azione nello sviluppo e nell’esercizio del potere delle ideologie
contemporanee, caratterizzate appunto da quell’irrazionalismo
irraggiungibile dal sentimento di cui parlano anche Minkowski e Gabel
prima citati.
Misandria, passione per il potere, assenza di pietà [16]: questi i tratti
caratteristici del tipo femminile rappresentato da Medea, variante greca
dell’aspetto terrificante del femminile. Le cui potenzialità distruttive
verso la vita si esprimono anche prima dell’uccisione dei figli. Secondo
la tradizione Medea è infatti anche all’origine dell’omicidio del giovane
fratello Apsirto, che in alcune narrazioni fa a pezzi, gettandoli in mare
per frenare le navi del padre Eeta che la inseguono mentre fugge dalla
patria [17], e del Re Pelia, le cui figlie persuade a bollirlo, per
restituirgli la giovinezza.
La passione per il potere femminile, e la disponibilità a dare la morte
per averlo, oltre all’avversione per il mondo del padre e la sua funzione
nell’ordine simbolico, sono caratteristiche presenti anche nelle ideologie
che hanno presieduto alle legislazioni abortiste, ed in molte donne che ne
hanno seguito le indicazioni.
E’ però interessante anche vedere chi è il compagno di Medea, Giasone, il
padre dei figli (che poi si pente di aver generato), uccisi da questo tipo
femminile. Giasone è un rappresentante dell’eroe greco classico, che come
è stato più volte osservato nell’antropologia junghiana (da Jung a
Campbell), rimane in qualche modo debitore del potere femminile della
Grande Dea Madre, di cui Medea è la rappresentazione terrifica.
Ad esso si contrappone, in una fase successiva, la nuova figura maschile
rappresentata da Ulisse, che non dipende dalla metis, dal sapere
della Dea Grande Madre, perché lui stesso, allievo del sapere di Pallade
Atena, nata direttamente dalla testa di Zeus, ne è detentore [18]. E’
questa diversa struttura di personalità, e di modello culturale, e
religioso, di riferimento, che fa sì che Ulisse si sottragga al potere di
Circe, mentre Giasone accetta di utilizzare quello di Medea, accettando
così quella dipendenza dal suo potere che darà la morte ai suoi figli, ed
a lui stesso un destino di depressione e di morte [19].
Come il figlio non ancora adulto, Giasone non si assume la piena
responsabilità del proprio comportamento: è un’opportunista, che scarica
ogni colpa sulla propria compagna, la quale a sua volta vive in una sorta
di delirio onnipotenza, come se gli altri e la società non esistessero,
ponendo sé stessa e le proprie pulsioni e furori come unico riferimento
delle proprie azioni. Questa è la coppia archetipica dove la donna uccide
i figli e dove, come osserva Medea, il padre, piangendoli “parla al
vento”, giacché non ha provveduto prima a creare una situazione diversa, a
contenere il thymos, ed il potere, del femminile terrifico
all’interno di un sistema simbolico autenticamente paterno, religioso, che
vincoli entrambi.
Naturalmente, Medea non è, d’altra parte, “intera” nella sua
determinazione omicida. Una parte (in Seneca) dice dei figli: “muoiano,
non sono miei”, l’altra, più consapevole della propria colpa, ripete
tuttavia: “non rimangano in vita, sono miei”. E’ la schizofrenia di chi ha
abbandonato la pìetas verso l’umana fragilità (a cominciare dalla propria)
per il furore dell’ideologia, come abbiamo prima notato, con
Gabel-Minkowski: l’umano rimane, ma in minoranza rispetto al geometrismo
del programma ideologico, alla vendetta per l’offesa al proprio potere, al
proprio trono (l’“offesa al letto”, centrale in Euripide, come nella
rappresentazione del dramma in Ronconi).
Se l’uomo virile, come osserva Mansfield [20] : “si distingue dagli altri
affinché la giustizia in cui crede non resti inascoltata, si espone per
richiamare l’attenzione su ciò che ritiene importante, talvolta su
questioni molto più grandi di lui”, Giasone, come una buona parte dei
maschi contemporanei, certamente non lo è. E’ piuttosto Medea, che, nel
suo modo inflazionato e a-relato da qualsiasi struttura
giuridico-simbolica, continua a invocare la diké, la giustizia, ed
a ritenersi (seppure in modo del tutto egoriferito), vittima della sua
violazione. D’altra parte, questo “non esporsi” maschile, è il
corrispondente morale dell’impotenza e dell’infertilità.
In nessun’altra azione l’uomo si espone come nella riproduzione: di fronte
a sé stesso, all’altro, alla società, a Dio, al presente e al futuro.
Quando questa consapevolezza virile viene a mancare, i bambini non ci sono
già più, sia che Medea li uccida, sia che non nascano neppure.
L’Archetipo di Medea irrompe nella vita del maschio, e nel collettivo, nel
momento in cui gli uomini smarriscono il significativo donativo e
sacrificale della virilità, che viene sostituita da un opportunistico
profittare del potere “magico” femminile, evocativo del lato terrifico
della Grande Madre, con i suoi altissimi costi, tipicamente (anche in
altre saghe e cicli leggendari [21]) a carico del futuro, rappresentato
dai bambini.
L’impotenza e la sterilità sono a quel punto la manifestazione biologica
sincronica all’abbandono della virilità psichica e simbolica. Come sempre
nelle vicende umane più profonde, i due piani, quello fisico e quello
psichico, procedono di pari passo. Ma è al più profondo piano simbolico, e
alle sue ricadute sullo psichico, che occorre guardare, per capire da dove
si originano i disagi del corpo. [1] Per un’informazione complessiva
sulle quantità consumate e le ricerche sulla sostanza, cfr. C. Risé,
Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita. San Paolo, 2007. Per
aggiornamenti dati e ricerche vedi anche la category Cannabis in:
http://claudiorise.blogsome.com/ [2] Cfr. Mancini A.- Giacchi E.- De
Marinis L., La prevenzione in andrologia: una prospettiva etica, in
Ministero della salute, Patologie andrologiche dell’età giovanile: il
ruolo della prevenzione, Roma, 15 dicembre 2004. Gli Atti del
convegno, presieduto dall’ endocrinologo dell’Università La Sapienza di
Roma, Leopoldo Silvestroni, sono disponibili in formato pdf in
www.ministerosalute.it [3] Cfr. la nota precedente.
[4] La scoperta era nata nel corso di un’indagine sulle abitudini e sullo
stile di vita di uomini non fertili, avvenuta in diversi ospedali e centri
di ricerca. Poiché si era osservato che molti pazienti sottoposti ad esami
per la sterilità erano consumatori di cannabis su base regolare, era stato
avviato uno studio specifico per la ricerca degli effetti diretti del THC,
che aveva confermato l’ipotesi di ricerca: il THC contribuisce
all’infertilità maschile.
[5] Si veda: Whann L.B.-McClure N.-Lewis S., The effects of
Tetrahydrocannabinol (THC), the primary psychoactive cannabinoid in
marijuana, on in vitro human sperm motility. Questa ricerca, a cura
degli studiosi del Reproductive Medicine Research Group di Belfast (con il
concorso dei seguenti istituti: School of Medicine, Obs and Gynae, Queen’s
University, Belfast and Regional Fertility Centre, Royal Maternity
Hospital, Belfast, Northern Ireland, UK), venne presentata al convegno
“The Annual British Fertility Society Meeting 2004”, 31.03.2004,
Cheltenham, UK. Un abstract dell’articolo è pubblicato nel sito della
British Fertility Society
http://www.fertility.org.uk
[6] Su questo tema la bibliografia diventa sempre più vasta. Rimandando ad
alcune fonti riportate nella bibliografia di questo volume, ricordiamo
qui, anche per la trattazione sintetica ma esaustiva: Comitato Nazionale
per la Bioetica, Il Tabagismo, 9.04.2003. Questo documento del CNB,
dotato di abbondanti riferimenti, dedica molta attenzione agli impedimenti
provocati dal fumo nell’uomo, nella donna e nella coppia laddove si
desideri la nascita di un bambino. Il documento è disponibile on line in
www.governo.it/bioetica . Una prospettiva particolare, e che potrebbe
rivelarsi un’altra pista di ricerca, è quella proposta da Leopoldo
Silvestroni in SOS Fertilità Maschile, L’Airone, Roma, 1998: in
questo studio l’autorevole membro della Società Italiana di Andrologia,
esamina l’indebolimento della fertilità maschile osservando i meccanismi
per cui le sostanze tossiche con cui la madre entra in contatto
(supponiamo appunto le sostanze nocive dei cannabinoidi) raggiungono il
feto, di sesso maschile, danneggiandone l’apparato riproduttivo fin dalla
vita intrauterina.
[7] Cfr. Physical Agents, Drugs and Toxins in the Causation of Male
Infertility, in Jequier A.M., Male Infertility: a guide for the
clinician, Blackwell Publish., Oxford, 2000, pp.341-331. Si invita
inoltre a consultare le pubblicazioni on line presenti nel sito della
Società Italiana di Andrologia
www.andrologiaitaliana.it per un continuo aggiornamento su queste
tematiche: la rivista scientifica “Giornale Italiano di Medicina sessuale
e riproduttiva” e la newsletter informativa AndroNews.
[8] Come
ho spiegato nel mio contributo al quaderno di Scienza e vita …. [9] Su
questo: C. Risé, Essere uomini. La virilità in un mondo femminilizzato,
Red ed., 2002. [10] Anche se poi i primi casi di sviluppo dell’utero
della paziente, da infantile ad adulto, o di abbandono della posizione
retroversa dello stesso per quella normale, avvenuti sincronicamente a
precisi passaggi dell’analisi, espressi chiaramente anche nei sogni, mi
stupirono non poco. [11] Questo asse Io-Sé è stato messo a fuoco con
particolare chiarezza nel fondamentale E. Neumann, Das Kind, trad.
it. La personalità nascente del bambino. Struttura e dinamiche, Red,
1991. [12 ]J. Gabel, La falsa coscienza, Dedalo libri, 1967.
Gabel, seguendo Minkowski, individua nella schizofrenia una manifestazione
di “geometrismo e razionalismo morboso”. [13] H.C. Mansfield,
Virilità. Il ritorno di una virtù perduta, Rizzoli, 2006. [14]
Euripide, Grillparzer, Alvaro, Medea. Variazioni sul mito, a cura
di Maria Grazia Ciani, Marsilio 1999. [15] E.R.Dodds, I Greci e
l’irrazionale (trad. it. di V. Vacca De Bosis, a cura di R. Di
Donato), Sansoni, 2003, [16] Rappresentata efficacemente nella
riscrittura settecentesca ad opera dell’austriaco Franz Grlllparzer, dove
la spietatezza di Medea è contrapposta alla sensibile femminilità di
Creusa, figlia di Creonte, da Medea continuamente schernita proprio per
questo suo tratto. [17] R. Graves, I miti greci, Longanesi, 1983;
B. Gentili, La Medea di Euripide, in: Medea nella letteratura e
nell’arte, a cura di B. Gentili e F. Perusino, Marsilio, 2000. [18]
B. Andreae, L’immagine di Ulisse. Mito e archeologia. Einaudi,
1983. Cfr. anche il mio capitolo Anima, il femminile dell’uomo. La
Vergine e la Madre, in Essere uomini. La virilità in un mondo
femminilizzato, red ed., 2002. [19] Anche sul piano simbolico, la
contrapposizione tra l’Eroe legato alla potenza della Grande Madre, e
Ulisse, l’uomo nuovo istruito dalla vergine Pallade Atena, viene poi
naturalmente superata dalla comparsa del Cristo, Figlio del Padre. [20]
Op. cit. [21] Come quello della donna del bosco, presentata in: C.Risé e
M.Paregger, Donne Selvatiche, Forza e mistero del femminile,
Sperling, 2006.
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