Il prossimo referendum, con la sua richiesta di liberalizzare la
fabbricazione, e la distruzione, di esseri umani, ci interpella
prepotentemente sugli ultimi sviluppi di un dramma modernissimo. Da tempo
il pensiero più sensibile riflette, soprattutto nelle scienze umane, sulla
tendenza della modernità ad aumentare i rifiuti, e ridurre sempre più cose
a spazzatura. Anche il laico e progressista Zygmunt Bauman, fra i massimi
sociologi viventi, ne discute nel suo ultimo libro (tradotto ora col
titolo «Vite di scarto», Laterza Ed.). Passando dalla civiltà contadina,
nella quale tutto veniva restituito alla terra, a quella industriale,
nasce l'idea di materiali in "esubero", utilizzati per qualcosa e poi
buttati da qualche parte. Gli artisti più attenti descrivono con timore la
cecità di questa corsa, condotta in nome del progresso. Italo Calvino, ne
«Le città invisibili», mostra accuratamente gli abitanti di Leonia,
convinti di avere una passione per "godere cose nuove e diverse", ma in
realtà posseduti dal gusto per "l'espellere, l'allontanare da sé, il
mondarsi d'una ricorrente impurità". Ivan Klima, lo scrittore dei moti di
Praga che precedettero il crollo dell'Unione Sovietica, invitato dal
presidente della Ford ad ammirare l'incremento della produzione, chiese
del destino delle vecchie macchine, e non si accontentò della risposta
«Ah, quello è solo un problema tecnico». Fattosi mostrare i modi di
assemblaggio dei rifiuti, sempre crescenti, concluse: «No, questo non è un
semplice problema tecnico. Perché lo spirito delle cose morte risorge
sulla terra e sulle acque, e il suo alito presagisce il male». Ma, fin lì,
si era ancora ai rifiuti di materiali, di cose, per quanto in una certa
intimità con l'uomo. Quello che invece ora una parte della scienza,
dell'industria, e della tecnica (per fortuna autorevolmente contrastata da
numerosi e valorosi scienziati, sul piano nazionale e internazionale),
vuole imporre al genere umano, con le norme che essa a gran voce reclama,
è un salto di qualità su cui non possiamo non riflettere, con angoscia.
Ciò che andrebbe ad alimentare il mondo dei rifiuti, fabbricati per essere
gettati via dopo una rapida e sommaria utilizzazione ai fini dei viventi
abitanti di Leonia, sarebbe ormai la vita stessa, nella sua forma
embrionale. Che la saggezza umana, più calda, e precisa di quella tecnica,
ha sempre considerato vita. Quando una donna ha un aborto spontaneo, non
ha mai detto : «Ho perso un embrione»; ha sempre detto: «Ho perso il
bambino». Non si è arrivati improvvisamente a questa svolta nella pretesa
tecno-industriale, che segna un mutamento non solo culturale, ma
antropologico. La legalizzazione generalizzata, e indiscriminata, delle
pratiche abortive andava già in quella direzione, dell'indifferenza della
comunità verso le nuove vite umane. Anche scelte spontanee, come quella di
gettare i neonati nei cassonetto della spazzatura, piuttosto che deporli
sui gradini di una chiesa, o di una casa, testimoniano di come, da allora,
si sia diffusa questa raccapricciante contiguità, tra vita nuova e rifiuto
(termine non a caso usato sia per il dire di no, sia per ciò che viene
gettato). Non solo i figli, ma anche le figure genitoriali sono state
viste come potenziali rifiuti, da buttare quando non servivano più. Negli
Stati Uniti per esempio, gli anni dopo il 1970, con la loro tipica
impennata nei divorzi "no fault" (richiesti in oltre il 75% dalle mogli,
senza che fosse avanzata una motivazione), sono stati chiamati quelli del
"father disposable", "il padre usa e getta". Come la siringa usata, e
tante altre cose. È anche per le conseguenze, cliniche e sociali, di
questi anni che, dopo l'11 settembre, la grande maggioranza degli
intervistati rispose ad un sondaggio Gallup che «il primo problema degli
Usa non è il terrorismo, ma quello rappresentato dai padri che non possono
crescere i bimbi che hanno generato». Oggi, e di fronte alle pretese
referendarie, è venuto il tempo di sottrarsi al ricatto tecno-indu-
striale, e dei suoi mercanti di esseri umani, di ricambio o di scarto. Non
votiamo. Anche per non moltiplicare più le "vite da scarto". Ogni vita è
preziosa, nel suo stupefacente mistero.
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