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Questa è una delle conclusioni proposte da Ombretta Fumagalli Carulli, ordinario di Diritto canonico all’Università Cattolica di Milano e deputato al Parlamento per la X Legislatura nonché rappresentante dell’Italia nell’Union Internationale des Juristes catholiques, in un contributo sull’inadeguatezza ed il ritardo delle categorie giuridiche incapaci, per ora, di affrontare seriamente “tipi di problemi radicalmente nuovi e che si sono affacciati con singolare rapidità in materia di vita”.
La studiosa presenta questa osservazione in La cultura della vita umana. Le prospettive giuridiche e legislative, relazione del suo intervento in occasione del seminario di studio e dibattito ”La cultura della vita umana: dalla società tradizionale a quella post-moderna e oltre” (Roma, 17 e 17 dicembre 1988).
Il seminario è stato promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana e gli atti sono stati pubblicati integralmente da Franco Angeli Ed. in
La cultura della vita. Dalla società tradizionale a quella postmoderna per la cura di Pierpaolo Donati, 1989. L’intento della relazione di cui ci occupiamo era quello di indicare le enormi difficoltà in cui si è imbattuto e si imbatte il legislatore interessato alla tutela della vita prenatale in una società che “all’insegna del progresso corre il rischio di imbarbarimento”.
Nell’ambito della difesa della vita concepita, secondo l’autrice, a nulla serve infatti il tentativo di tutela realizzato attraverso il riferimento alla Costituzione Italiana o ai grandi trattati internazionali (tra gli altri vengono citati la Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo del 1948, la Dichiarazione dei diritti del bambino dell’ Onu del 1959 che prevedeva la
speciale protezione del bambino nel periodo precedente e seguente la nascita). Le difficoltà del legislatore sono dovute al fatto che ci troviamo “in presenza di due «derive storiche»: la deriva mercificante […] e la deriva totalitaria […]” e la fatto che “L’Italia, partita per così dire in ritardo sui grandi processi di modernizzazione, ha proceduto di fatto piuttosto in fretta sulla strada delle tendenze di svalorizzazione
pratica della vita umana”, come ha osservato il curatore e sociologo Pierpaolo Donati nell’Introduzione al volume.
Dato questo avanzare di realtà inquietanti la studiosa afferma che “alla cultura della vita, in realtà, non è esagerato ritenere che si stia drammaticamente sostituendo una strisciante cultura della morte. […] La confusione dei termini non tanto né solo giuridici ma anzitutto culturali in materia di vita è ormai giunta ad una Babele di concetti e di modelli di comportamento, che rendono la nostra età tra le più singolari. Esemplare di questa singolarità è l’interpretazione del legame che deve porsi (o spezzarsi?) tra donna, sessualità e concepito. Il mito (perché mito è) del diritto della donna ad una gestione egoistica e solitaria della propria sessualità e dei prodotti di essa (singolarmente recepito pure da una nota ordinanza della Corte costituzionale che ha negato al padre la possibilità di intervenire nel colloquio che la donna fa con il medico prima di abortire) si intreccia con la scarsa attenzione per la tutela dei diritti (tra i quali il primo è quello della vita) del concepito.
Sia pure per vie diverse e con diverse politiche legislative, del resto, ormai pressoché tutte le legislazioni hanno reso lecita la possibilità di ricorrere all’aborto volontario da parte della donna. Vi è chi parla del venir meno delle evidenze etiche e chi applica il mito di Prometeo alla donna ormai eguale, perché liberata, si dice, da paure e tabù. Non mancano voci in senso allarmato e contrario da parte della cultura anche laica e non solo cristiana: ma quanto spesso sono zittite come segnali di oscurantismo o di regressione ad idee di secoli bui”. Di fronte a questa confusione la giurista propone, per un nuovo incamminamento verso la promozione della cultura della vita, una concreta attuazione di tutti gli aspetti preventivi che si ritengano utili per prevenire l’aborto: da una integrazione della legge 194 per quanto riguarda le promesse di tutela della vita, ad una riconsiderazione della struttura e funzione dei consultori, fino ad una seria delineazione nella legge italiana di uno statuto giuridico dell’embrione volto alla sua rigorosa difesa.
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