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Credo che ci siano pochi dubbi sul fatto che la legge
sul divorzio, come anche quella sull'aborto, abbiano modificato il modo di
pensare e di essere delle generazioni cresciute dopo la loro approvazione.
Si è fortemente indebolita, in particolare, l'esperienza dello sforzo,
della fatica di tenere in piedi comunque una relazione problematica; la
consapevolezza che la relazione richiede un investimento costante, che
cambia di segno durante le fasi della vita, ma continua per tutta la sua
durata. La difficoltà del momento ha avuto dalla sua l'appoggio
legislativo, disponibile ad accoglierla sciogliendo il matrimonio, mentre
l'impegno di vita si è trovato improvvisamente senza nessun punto
d'appoggio. Se non, per chi l'aveva, il comandamento religioso.
Dal punto di vista antropologico questo effetto rientra perfettamente in
quel fenomeno che Arnold Gehlen, nei suoi lavori sulla tarda cultura della
modernità chiama “l'esonero eccessivo”, che caratterizza il nostro tempo,
nella società occidentale, ed ha come effetto l'indebolimento del
soggetto, e della sua spinta vitale.
Dal punto di vista simbolico, e psicologico, ad indebolirsi nelle
coscienze è l'archetipo, ed il principio, paterno. Sia perché è quello il
riferimento simbolico dello sforzo e del trascendimento dell'interesse
immediato, in funzione transpersonale. Sia perché di fatto, nella famiglia
postdivorzio, il padre viene tagliato fuori come figura educativa e di
continuità, funzione che passa alla madre, generalmente affidataria dei
figli, anche in presenza di unioni, o matrimoni, successivi. Il padre, in
questo tipo di organizzazione legislativa, “rimane indietro”, è una figura
del passato. Resta presente invece, soprattutto nella prassi giudiziaria
italiana, unilateralmente antimaschile da questo punto di vista, come
fornitore di mezzi finanziari, e come oggetto di sanzioni anche pesanti
quando non vi ottemperi. L'indebolimento del principio paterno a livello
coscienziale non ne segna, tuttavia, la scomparsa. Ne segna semplicemente
lo sprofondamento nell'inconscio, e quindi la regressione, il mutare del
segno da positivo a negativo, da principio solare e d'ordine a figura
saturnina, non priva di aspetti mortiferi. Se il padre non è più la
controfigura terrena del Padre celeste, può diventare quella del Signore
delle tenebre, in cui è stato cacciato. L'erotismo pedofobico (e non
“pedofilo”, come si continua a chiamare), ed il complesso di Erode che lo
sottende, è anche manifestazione di questo fenomeno.
Di fronte a sviluppi la cui profondità è naturalmente proporzionale alla
rilevanza dell'intervento divorzista, del tutto sconosciuta alla classe
politica che l'ha promosso (per ragioni elettorali, e di pressioni di
gruppi internazionali), è necessario orientarsi verso misure
d'aggiustamento che garantiscano il massimo di libertà delle coscienze.
Soprattutto nella libertà, infatti, può manifestarsi quel principio
vitale, che tende alla guarigione dell'individuo e della comunità, e che
rimedia ai guasti, o agli orientamenti unilaterali, quindi superficiali,
del passato. L'individuo, come la comunità, tende a guarire dai mali, a
volte trasmessi dai padri: basta lasciare agire liberamente gli anticorpi,
fisici e psichici, le difese degli organismi ancora vitali.
Per questo mi sembra di estremo interesse il fermento, presente in campo
cattolico ma non solo, verso una normativa matrimoniale e familiare
differenziata, che lasci i singoli liberi di scegliere le norme cui
riferirsi nella propria vita coniugale e familiare. Da questo punto di
vista l'esperienza in corso (detta : "Covenant Marriage", vedi: Amadeo de
Fuenmayor, Ripensare il divorzio, ed. Ares, Milano) ed in via di
accelerazione in molti Stati americani, mi sembra un riferimento di grande
interesse.
Chi lo desidera deve, a mio avviso, poter contrarre un matrimonio
indissolubile; come avviene appunto secondo questo tipo di contratto
matrimoniale. Senza per questo essere obbligato al matrimonio religioso,
che tra l'altro indissolubile non è, perché oggi può sempre essere cassato
dallo Stato, oltre che dai tribunali ecclesiastici che non hanno certo
sempre brillato per giustizia, e rigore. Ed il matrimonio religioso,
quando viene scelto come indissolubile, non deve essere perennemente messo
a rischio dalla possibilità di “cambiare regime”, contrariamente agli
obblighi sottoscritti nel rito. D'altra parte, è certo che la grande
maggioranza dei cittadini, che sono, ad oggi, favorevoli all'istituto del
divorzio, devono poter sottoscrivere un contratto matrimoniale che preveda
il ricorso a questa possibilità.
Personalmente, ritengo che questo contratto matrimoniale libero rispetto
alla norma offerta convenzionalmente dallo Stato (il divorzio appunto),
potrebbe anche prevedere restrizioni alla possibilità di ricorso
all'aborto. So che questo susciterà indignazioni e strappar di vesti, ma
d'altronde è noto che ho promosso, assieme con protagonisti di questa
rivista, come Carlo Stagnaro ed Alberto Mingardi, un appello “Per il
Padre” in cui abbiamo sollecitato, tra l'altro, un dibattito che faciliti
la possibilità per il padre di “riscattare” la vita del figlio che la
madre non desidera. La vicenda della procreazione riguarda entrambi i
genitori, cui dovrebbe essere riconosciuta la facoltà, nel momento del
matrimonio, di regolarla come credono. La legge dello Stato, nell'aborto
come nel divorzio, deve rappresentare il riferimento di minor sforzo, che
è possibile scegliere se lo si desidera al momento della sottoscrizione
dell'atto. Qualcosa come il tasso di sconto praticato dalla Banca
centrale, che non elimina la possibilità di tassi più elevati, contratti
da soggetti consenzienti, ed in possesso delle proprie capacità. L'attuale
legislazione in materia di matrimonio e procreazione, è, in realtà, un
perfetto esempio di “messaggio contraddittorio”, la comunicazione che,
come è noto, ha grosse responsabilità nello sviluppo della schizofrenia.
Da una parte si prende per buono, ad esempio, l'impegno del cattolico che
sottoscrive un matrimonio indissolubile, e contrario all'aborto.
Dall'altra parte gli si fa però sapere che potrà contravvenire ad entrambi
questi impegni. Quanto al cittadino non credente, ma che desidera
contrarre un matrimonio indissolubile, e che escluda il ricorso
all'aborto, o lo limiti diversamente da quanto fa lo Stato, è costretto a
rinunciarvi. Il carattere illiberale di questo quadro legislativo è
evidente. I suoi esiti patologici, già ampiamente manifestati, non possono
che svilupparsi.
E' dunque urgente dare la parola alla libera volontà dei cittadini. Che
possano uscire dalla tutela di uno Stato che li tratta come bambini
inconsapevoli, e che, sostanzialmente autoritario, getta sui loro stili di
vita desiderati e immaginati il peso del proprio permissivismo, uguale -
ed obbligatorio - per tutti.
Deve essere possibile, per chi lo vuole, uscire dalla normativa divorzista
e abortista. Altrimenti queste leggi non potranno più richiamarsi alla
libertà, ma saranno solo voci rivelatrici degli obiettivi del Regolamento
del Grande Gulag democratico. |