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Se il No global è quello declinato dai Bertinotti, dagli Agnoletto, dai Casarini, i cui programmi sono stati così ben chiariti da un articolo di Piero Sansonetti sull'Unità, e cioè contro le multinazionali ma non contro il libero mercato, è anzi più liberista degli attuali liberisti occidentali in quanto vorrebbe l'abolizione di certe forme di protezionismo europee e americane, non è contro gli investimenti nel Terzo Mondo, ma è anzi per maggiori investimenti però meglio regolati, non è contro la libera circolazione dei capitali ma per una loro, modesta, tassazione e non è insomma contro la globalizzazione ma anzi per una più completa globalizzazione che si estenda ai diritti, i corifei del sistema di sviluppo attuale non hanno di che preoccuparsi.
Si tratta infatti
della vecchia variante di sinistra dell'industrialismo, cucinata in
salsa planetaria. Questa variante è già stata sconfitta dalla Storia,
perché ha dimostrato di essere, rispetto al capitalismo, un
industrialismo inefficiente. Inoltre a differenza del marxismo classico
il No global, visto dai Bertinotti and company, non è affatto
rivoluzionario, ma riformista, propone una sua visione razionalizzatrice
della globalizzazione.
Ma il No global
internazionale, quello che venne all'onor del mondo a Seattle e di cui
il Social Forum di Firenze non rappresenta, anche quantitativamente, che
uno sputo, è tutt'altra cosa. Non vuole affatto razionalizzare la
globalizzazione ma la contesta in radice, contesta cioè radicalmente il
modello di sviluppo occidentale uscito dalla Rivoluzione industriale. E'
autarchico, è contro la libera circolazione planetaria dei capitali e
delle merci ma anche degli uomini, non è per maggiori investimenti nel
Terzo Mondo ma contro, perché quelle popolazioni possano svilupparsi, o
non svilupparsi, secondo le loro vocazioni e non è quindi, per la stessa
ragione, per una globalizzazione dei diritti (che, naturalmente, sono
quelli nostri, occidentali) ed è infine per un ritorno, sia pur
graduale, ragionato e limitato, a forme di autoconsumo e di
autoproduzione attraverso la riscoperta del primato della terra
sull'industria.
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