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Sin dal titolo, i libri di Massimo
Fini hanno questo di buono: arrivano dritti come pugni nello stomaco.
Non che lo sguardo dello scrittore milanese sia totalmente immune
da tratti di cinismo, rischioso relativismo, persino nichilismo: sia
detto, ben inteso, senza puntare il dito, nella consapevolezza, trasmessaci
dal Solitario di Wilflingen, della necessità di caricarsi in prima
persona la terribile accusa. Ma le riflessioni di Fini hanno il pregio
di rimanere fuori dal coro, l’attitudine/ambizione di risvegliare
nelle coscienze verità elementari. Perciò difficili da digerire per
i monotoni frequentatori degli universi conoscitivi preconfezionati,
dove tutto è ovattato, edulcorato, piacevole anche, falso; verità,
insomma, sconosciute ai docili sudditi dei tempi moderni: gli uomini
ridotti a consumatori/elettori delle democrazie borghesi; gli ipnotizzati
del potere, ambito e/o contestato (di solito per prenderne il posto).
Premessa: del libro che ispira queste note non ci interessano i giudizi
dell’autore sulle scelte di questo o quel governo. Trattasi di giudizi,
per definizione, discutibili. Il prezzo da pagare per discuterli,
però, è l’abbandono istantaneo delle vie selvatiche, la mobilitazione,
l’accettazione delle regole del gioco (che, ad un certo livello della
nostra esperienza, è inevitabile, forse auspicabile, purché non comprometta
la nostra intima natura). Si rischia, per l’appunto, di rimpicciolirsi
a cittadini dello Stato (va da sé: democratico), ri-creando incessantemente,
magari senza averne coscienza, il sistema politico fondato da quella
razza d’uomo degenerato, psicologicamente sofferente, spiritualmente
decaduto, che fu magistralmente descritta da Donoso Cortés. Dio ce
ne scampi.
Il libro di Fini ci sembra invece molto utile perché con parole semplici,
a volte colorite, smaschera efficacemente le ipocrisie, le bugie e
le finzioni costitutive del «migliore dei sistemi possibili»: la democrazia
rappresentativa e liberale, la Terra Promessa della «fine della storia».
Fini non attacca lo Stato democratico da sinistra, per non aver realizzato
l’uguaglianza sociale, neppure da destra, per essere un governo di
mediocri. Accusa la più moderna organizzazione politica per la sua
incoerenza, per aver tradito le premesse, i postulati, su cui pretende
di fondarsi. Lasciamo alla curiosità del lettore che desideri farlo,
il compito di verificare le argomentazioni di Fini. Qui basterà ricordare
che se la democrazia è soprattutto un metodo fondato sulla «mitologia
del voto»(1) , il giornalista milanese sembra vicino alla realtà quando
afferma che essa è «un regime di minoranze organizzate, di oligarchie
politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l’individuo,
già frustrato e reso anonimo dal micidiale meccanismo produttivo di
cui la democrazia è l’involucro legittimante».
Con ciò – precisazione necessaria, soprattutto di questi tempi -,
non si intende affatto cedere a posizioni “pentitiste” ovvero salire
sul carro, oggi assai affollato e maleodorante, dei terzomondismi
più o meno autoflagellatori. Per amore dei padri, e di verità, avremo
cura di distinguere tra Stato moderno e Civiltà d’Europa e d’Occidente.
Proprio in questa prospettiva, riteniamo conveniente sottolineare
alcuni punti critici del ragionamento di Fini che, a nostro giudizio,
sono causa dello sguardo vagamente disperato, perciò disarmato, dell’autore.
Procediamo con ordine. Anche in questo pamphlet viene significativamente
ripresentata, sia pure di passaggio, la tesi cara a Fini, e ad altri
no global, secondo cui il pensiero unico e le tendenze totalitarie
della modernità sarebbero radicati, o troverebbero sponda, nelle «tre
grandi religioni monoteiste». Idea, questa, che appare quanto meno
opinabile se riferita alle religioni ebraica e islamica, mentre è
palesemente falsa, sia sul piano teologico che su quello storico-politico,
per quel che concerne il cristianesimo. Basterà ricordare, a questo
proposito, che nel pensiero cristiano «il gioco dell’alterità è in
Dio stesso» (2). E’ falso, dunque, che la fede nel Dio Trinitario
renda inconcepibile, inaccettabile, il pluralismo identitario. Come
d’altro canto dimostra anche l’esperienza storico-politica: nel periodo
di più profonda unità del pensiero cristiano europeo, l’idea imperiale,
con quella «pluralità di patriottismi» (S. Weil) che le è propria,
ha vissuto una sua fase di grande splendore. Infatti è precisamente
il tramonto dell’egemonia (unità) del pensiero cristiano europeo ad
aver innescato il processo di costituzione dello Stato moderno, assoluto
prima, democratico poi, seguendo la linea degli espropri e delle neutralizzazioni
lucidamente descritte da C. Schmitt.
Questo vizio, neppure troppo oscuro, della posizione intellettuale
di Fini, a nostro modesto giudizio, depotenzia fortemente il suo lavoro.
Ritenere che il recupero di una visione trascendente della vita, quindi
anche della politica, il superamento della «società orizzontale»,
possa avvenire, in Occidente, per mezzo di una «religiosità senza
Padre», è un’idea che rischia di rendere le voci di Fini, e degli
altri che la pensano come lui, magari eccentriche ma, nel profondo,
non autenticamente alternative all’antimondialismo e all’antiamericanismo
più superficiali(3) .
Non ci stupisce, quindi, che nel suo interessantissimo Manifesto contro
la democrazia l’autore faccia affermazioni di questo tenore: «La legittimità
del potere democratico non è diversa da quella del potere regale o
carismatico o tradizionale o di qualsiasi altro tipo. Nel senso che
non esiste»; «Nessun potere politico è di per sé legittimo per la
semplice ragione che si deve rifare a un punto di partenza concettuale
che è, per forza di cose, arbitrario»; «Non c’è nessun Assoluto che
possa essere preso come punto di riferimento, da cui far discendere
una gerarchia fra ciò che è Bene e ciò che è Male. Sono solo credenze,
illusioni, sono i sogni degli uomini». Parole che tradiscono uno sguardo
perso nel vuoto.
Se infatti il potere contingente e storico prevede sempre una finzione(4)
(la stessa Repubblica ideale immaginata da Platone contempla la bugia
dei governanti), esso possiede altresì una sua dimensione assoluta,
simbolica, che si esprime nell’Autorità (5). Ed è esattamente questa
la dimensione che marca la differenza tra le organizzazioni politiche
artificiali della modernità, e gli organismi politici premoderni,
da quelli più semplici ed esotici a quelli più strutturati: lo Stato
democratico, essendo fabbricazione razionalista, secolarizzata, formalizzata,
è figura del potere senza autorità. Il fatto che Fini definisca «una
favola», l’immagine della derivazione divina dell’autorità (a cui
si sarebbe sostituita l’ugualmente fiabesca «mitologia del voto»),
tradisce l’incapacità di riconoscere e accettare veramente il fondamento
simbolico e metafisico della Comunità, tanto rimpianta dallo stesso
Fini (6).
Fondamento che, nella sua fase coscienziale, occidentale, viene sancito
dall’identificazione con la figura maschile, dalla benedizione del
Padre, sorgente eterna di giustizia e superiore unità, di ricomposizione
armonica dell’ineliminabile conflitto politico. Che nei tempi moderni
è esploso, e nello Stato democratico si manifesta nell’azione dei
“partiti”, da Fini considerati un tradimento dei presupposti teorici
della democrazia, mentre in realtà sono l’essenza di quel sistema
statuale nato simbolicamente il 3 ottobre 1793, quando il deputato
del Basso Reno Philippe Rühl distrusse la Sacra Ampolla con cui venivano
consacrati i Re di Francia (7).
Va da sé che l’Antico Regime era da tempo innervato da forti tendenze
dissolutive, benché ci sembri ancora materialista, troppo sociologica
e dunque tutta interna alla visione della modernità, la tesi di Fini
secondo cui la rivoluzione democratica sarebbe la conseguenza del
tradimento del sistema dei privilegi (e dei corrispondenti oneri)
su cui si basava l’ordine feudale.(8)
Si legga ciò che scrisse Julius Evola: «Non si sente forse ripetere
che, se una rivoluzione ha trionfato, è segno che i capi antichi erano
fiacchi e che gli antichi ceti dirigenti erano degeneri? Veduta, questa,
quanto mai unilaterale. Si dovrebbe certamente pensare a ciò, qualora
si avessero come dei cani selvaggi alla catena, che alla fine prendono
la mano […] Ma le cose stanno diversamente quando si rigetti la teoria
dell’origine violenta del vero Stato e quando il punto di partenza
sia la gerarchia spirituale […] Una tale gerarchia può decadere ed
esser rovesciata in un solo caso: quando il singolo decada, quando
egli usi della sua fondamentale libertà per dir no allo spirito, per
privare la sua vita da ogni superiore punto di riferimento e costituirsi
a sé come un moncone […] Questo è il mistero della decadenza, questo
è il mistero di ogni rivoluzione sovvertitrice. Il rivoluzionario
ha cominciato con l’uccidere in sé la gerarchia, mutilandosi di quelle
possibilità, alle quali corrispondeva il fondamento interiore dell’ordine,
che egli poi va ad abbattere anche esteriormente. […] Quando il mito
cattolico riferisce la caduta dell’“uomo primordiale” e la stessa
“rivolta degli angeli” al libero arbitrio, esso si riporta, in fondo,
allo stesso principio esplicativo. Si tratta del terribile potere,
insito nell’uomo, di usare la libertà nel senso di una distruzione
spirituale, per respingere tutto ciò che può assicurargli una dignità
supernaturale»(9) . Parole, queste, che andrebbero attualizzate, proprio
in riferimento alle innaturali e dis-ordinate organizzazioni statuali
del nostro tempo, meditandole assieme a queste altre, di Ernst Jünger:
«Il confronto con il Leviatano, che si impone come tiranno ora esterno
ora interno, è il più vasto e universale del nostro mondo. Due grandi
paure dominano infatti l’uomo quando il nichilismo è al suo apice.
L’una riposa sul terrore del vuoto interiore e lo costringe a manifestarsi
esteriormente ad ogni costo: con lo spiegamento di forza, con il dominio
dello spazio e un’accresciuta velocità. L’altra agisce dall’esterno
verso l’interno come attacco del mondo e della sua potenza insieme
demoniaca e automatizzata. L’invincibilità del Leviatano nel nostro
tempo si fonda su questo doppio gioco. Essa è illusoria; ma proprio
questa è la sua forza. La morte che essa promette è illusoria e perciò
più terribile della morte sul campo di battaglia. Neppure valenti
guerrieri le tengono testa: i loro ordini non contemplano la sconfitta
delle illusioni. Dove conta la realtà ultima, superiore all’apparenza,
la fama guerriera non può che sbiadire. Se si riuscisse ad abbattere
il Leviatano, lo spazio reso libero dovrebbe essere riempito. Ma di
ciò è incapace il vuoto interiore, la disposizione di colui che non
crede. Per questo motivo, quando vediamo crollare un’immagine del
Leviatano, vediamo subito emergere come teste dell’Idra nuove creazioni.
Il vuoto stesso le esige»(10) .
C’è molto spazio per l’impegno, dunque, e per gonfiare il cuore di
speranza. Senza scomodare i Nuer.
Paolo
Marcon
(1)
Cfr. C. Bonvecchio, Imago Imperii Imago Mundi. Sovranità simbolica
e figura imperiale, Cedam, Padova, 1997, Nota 1, pag. 9.
(2) «Nel mistero della Trinità è presente la più
radicale differenza che si possa sperimentare o anche semplicemente
intuire. La massima differenza all’interno della più assoluta
identità» (A. Scola, Uomo-Donna. Il caso “serio” dell’amore,
Marietti 1820, Genova-Milano, 2003, pag. 18).
(3) Ha ragione da vendere Claudio Risé, quando afferma: «Ora,
(e qui parlo più della società europea che di quella
americana, molto più variegata e complessa), una cultura che
è ancora sotto l’ala plumbea della visione nichilista novecentesca,
non ha più visione trascendente, cioè il Padre, ed ha
solo una visione orizzontale, che si snoda lungo le corsie dei centri
commerciali. La religiosità “compatibile” con questa visione
è spiritualità da centro commerciale: un neopaganesimo
ben modulato, come ogni prodotto che ambisca al successo (ad ognuno
il suo dio), espulsi i temi forti del cristianesimo, il sacrificio
e la croce, il corpo e il sangue rimpiazzati da un’enogastronomia
etnico/religiosa, travestita da recupero culturale e identitario»
(Padre e società occidentale, intervista a C. Risé,
a cura di R. Paradisi, Officina, agosto 2003).
(4) Cfr. su questo punto il fondamentale testo di G.M.Chiodi, La menzogna
del potere. La struttura elementare del potere nel sistema politico,
Giuffrè, Milano, 1979.
(5) Cfr. C. Bonvecchio, Potere-Simbolo-Democrazia, in Immagini del
politico. Saggi su simbolo e mito politico, Cedam, Padova, pagg. 133-143.
(6) Su questo punto, cfr. C. Bonvecchio, Il simbolico e la comunità,
in id. Il pensiero forte. La sfida simbolica alla modernità,
Settimo Sigillo, Roma, 2000, pagg. 117-136.
(7) Cfr. C. Bonvecchio, Il duplice volto del politico moderno, in
id., La maschera e l’uomo. Simbolismo, comunicazione e politica, Franco
Angeli, Milano, 2002, pagg. 87-106.
(8) Sistema volgarmente liquidato come fonte di soprusi dalle ideologie
egualitariste della modernità. Per una critica alle moltitudini
che nelle Terre desolate si sono rovinate lottando contro i privilegi
si veda anche J. Ortega y Gasset, Discorso sulla caccia, Vallecchi,
1990, pagg. 21-22.
(9) AA.VV. Gerarchia e Democrazia, Edizioni di Ar, Padova, 1977, pagg.
22-23.
(10) E. Jünger, Oltre la linea, in E. Jünger, M. Heidegger,
Oltre la linea, Adelphi, Milano, 1995, pagg. 91-92.
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