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NGO,
non-governmental organizations.
Oppure,
all’italiana, OGN, organizzazioni non governative, se preferite. Fatto
sta che dietro questa sigla, due consonanti una vocale, si nasconde il
cuore pulsante del popolo antiglobal: ideologia, passioni, bandiere.
Persino il logo, quell’odiatissima effige – eppure blandita,
accarezzata dai contestatori in servizio permanente.
C’è qualcosa di più che la sagoma allampanata di Agnoletto, dietro
gli invasori di Genova. C’e’ qualcosa di piu’ di questi
immaginfici “N.T.A.” dietro la bomba di Venezia. E’ un movimento
che si staglia ai quattro angoli del globo, e pian piano sta macinando
vittorie, sta consumando il fatidico passo che lo condurrà nelle stanze
dei bottoni. Sempre che non ci sia già.
Non fatevi ingannare dai borbottii delle sinistre, dal can-can sulla
morte di Carlo Giuliani, dalle proteste inscenate qua e là nelle piazze
d’Italia: il Genoa Social Forum non combatte il Potere e le sue
perversioni. E’ il Potere.
I primi dubbi avrebbero dovuto venirci quando alla fatidica domanda, ma
questi chi li paga?, non siamo stati capaci di dare una risposta.
L’interrogativo rimane aperto, spalancato.
Un’ipotesi. Fuochi d’artificio a parte, in realta’ fra NGO e
multinazionali si cerca un modus vivendi, la lotta all’ultimo sangue oè
solo uno specchietto per le allodole. La tesi e’ rimbalzata sul
“Financial Times” qualche settimana fa, Vanessa Houlder ha
raccontato come le principali sigle del popolo di Seattle, a cominciare
da Greenpeace, siano ormai pappa-e-ciccia con i nemici di sempre –
inquinatori, capitalisti, americani. Ma soprattutto l’hanno
argomentata a puntino Gary Gereffi, Ronie Garcia-Johnson ed Erika Sasser
della Duke University sull’ultimo numero di “Foreign Policy” –
che presenta un esaustivo dossier su come le NGO stiano diventando ogni
giorno più potenti. Ogni giorno più pericolose.
Non è più solo la rabbia delle piazze, la protesta per la protesta,
c’è qualcos’altro dietro i 200 mila di Genova: la capacità di
incidere vistosamente sulle scelte delle grandi corporation, di
abbindolare i governi dei Paesi occidentali. Qualche esempio.
Ad aprile, negli Stati Uniti, Starbucks (la stessa messa all’indice
dagli ecologisti per “spaccio” di biscottini transgenici) ha
annunciato che comprerà chicchi di caffe’ soltanto da quelle
compagnie che pagano a livelli “occidentali” i coltivatori. Nell’
agosto dell’anno scorso, McDonald’s spediva una cortese letterina ai
suoi fornitori di uova ordinando loro di uniformarsi alle prescrizioni
umanitarie delle NGO – pena la perdita del contratto. E prima ancora
– ricordano Gereffi, Garcia-Johnson e Sasser – la De Beers aveva
dovuto affrontare massicci investimenti in Canada per scagionarsi della
nomea di sfruttatrice dei “diamanti insanguinati” dell’Africa.
Il popolo antiglobal, insomma, ha un peso politico non indifferente,
senz’altro maggiore di quello che gli piace farci credere. Prova ne
sia il fatto che la stragrande maggioranza delle corporation è stata
costretta ad introdurre un “codice di comportamento” contro lo
sfruttamento dei bambini in fabbrica e per garantire un salario minimo
ai suoi impiegati in giro per il mondo. Ha cominciato la Walt Disney,
presumibilmente in ossequio al buonismo di Topolino. Poi sono venute
Levi Strauss and Co. (1991), Liz Claiborn, la Reebok e, sì, anche
l’odiata Nike. Il cui codice d’onore contempla la condanna del
lavoro minorile, garanzie di pari opportunia’ in catena di montaggio,
e remunerazione al di sopra del salario minimo garantito da un’altra
compagnia. E quando un fornitore indigeno dell’azienda col baffo non
rispetta le tavole della legge (è successo, all’inizio di
quest’anno a Kukdong), Nike puntualmente spedisce sul posto i suoi
colonnelli per garantire che tutto venisse fatto come da prescrizioni
del manuale antiglobal.
Eppure Genoa Social Forum e affini continuano ad accusare queste stesse
imprese di ogni efferatezza. E’ un trucco: per sgraffignare più
soldi, per garantirsi maggiore influenza. Nel febbraio del 2001, del
resto, la Global Alliance for Workers and Communities (agenzia
non-governativa dal curriculum immacolato) ha dato alle stampe un
dossier di 106 pagine sulle condizioni disgustose in cui verserebbero i
lavoratori della Nike in tutto il mondo. Sapete chi l’ha pagato, quel
libro, stampa e distribuzione compresa? Bingo, la stessa Nike.
Niente di nuovo sotto il sole. Paul Weaver, una decina di anni fa diede
alle stampe “The Suicidal Corporation”, non credo ci sia bisogno di
tradurre, un pamphlet zeppo di dati su come certe grandi imprese,
compromesso dopo compromesso, sacrifichino il mercato sull’altare
della politica.
Capita, e’ cosi’, gli italiani (I torinesi, in particolare) ne sanno
qualcosa. Con tutti i grandi media a fargli da cassa di risonanza, il
movimento antiglobal ha ormai raggiunto la dimensione di interlocutore
autorevole (e, per certi versi, privilegiato) delle stesse
multinazionali. E, non dimentichiamocelo, dei governi: Kofi Annan,
l’Al Capone delle Nazioni Unite, non manca di portare avanti – in
sede istituzionale – le medesime istanze con cui i contestatori
infuocano le piazze.
E
le proteste, il vandalismo, Genova che brucia, il morto che c’è
scappato? Uno spot televisivo. Attenti, avverte “Foreign Policy”,
questa santa alleanza fra contestatori, corporations ed ONU, ha già
fatto le sue prime vittime. Il libero mercato, quello vero, e quei Paesi
che, per uscire dal tunnel della povertà ne avrebbero drammaticamente
bisogno.
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