Il potere globale dei no global

di ALBERTO MINGARDI (da LIBERO)

 

NGO, non-governmental organizations. Oppure, all’italiana, OGN, organizzazioni non governative, se preferite. Fatto sta che dietro questa sigla, due consonanti una vocale, si nasconde il cuore pulsante del popolo antiglobal: ideologia, passioni, bandiere. Persino il logo, quell’odiatissima effige – eppure blandita, accarezzata dai contestatori in servizio permanente.
C’è qualcosa di più che la sagoma allampanata di Agnoletto, dietro gli invasori di Genova. C’e’ qualcosa di piu’ di questi immaginfici “N.T.A.” dietro la bomba di Venezia. E’ un movimento che si staglia ai quattro angoli del globo, e pian piano sta macinando vittorie, sta consumando il fatidico passo che lo condurrà nelle stanze dei bottoni. Sempre che non ci sia già.
Non fatevi ingannare dai borbottii delle sinistre, dal can-can sulla morte di Carlo Giuliani, dalle proteste inscenate qua e là nelle piazze d’Italia: il Genoa Social Forum non combatte il Potere e le sue perversioni. E’ il Potere.
I primi dubbi avrebbero dovuto venirci quando alla fatidica domanda, ma questi chi li paga?, non siamo stati capaci di dare una risposta. L’interrogativo rimane aperto, spalancato.

Un’ipotesi. Fuochi d’artificio a parte, in realta’ fra NGO e multinazionali si cerca un modus vivendi, la lotta all’ultimo sangue oè solo uno specchietto per le allodole. La tesi e’ rimbalzata sul “Financial Times” qualche settimana fa, Vanessa Houlder ha raccontato come le principali sigle del popolo di Seattle, a cominciare da Greenpeace, siano ormai pappa-e-ciccia con i nemici di sempre – inquinatori, capitalisti, americani. Ma soprattutto l’hanno argomentata a puntino Gary Gereffi, Ronie Garcia-Johnson ed Erika Sasser della Duke University sull’ultimo numero di “Foreign Policy” – che presenta un esaustivo dossier su come le NGO stiano diventando ogni giorno più potenti. Ogni giorno più pericolose.
Non è più solo la rabbia delle piazze, la protesta per la protesta, c’è qualcos’altro dietro i 200 mila di Genova: la capacità di incidere vistosamente sulle scelte delle grandi corporation, di abbindolare i governi dei Paesi occidentali. Qualche esempio.
Ad aprile, negli Stati Uniti, Starbucks (la stessa messa all’indice dagli ecologisti per “spaccio” di biscottini transgenici) ha annunciato che comprerà chicchi di caffe’ soltanto da quelle compagnie che pagano a livelli “occidentali” i coltivatori. Nell’ agosto dell’anno scorso, McDonald’s spediva una cortese letterina ai suoi fornitori di uova ordinando loro di uniformarsi alle prescrizioni umanitarie delle NGO – pena la perdita del contratto. E prima ancora – ricordano Gereffi, Garcia-Johnson e Sasser – la De Beers aveva dovuto affrontare massicci investimenti in Canada per scagionarsi della nomea di sfruttatrice dei “diamanti insanguinati” dell’Africa.
Il popolo antiglobal, insomma, ha un peso politico non indifferente, senz’altro maggiore di quello che gli piace farci credere. Prova ne sia il fatto che la stragrande maggioranza delle corporation è stata costretta ad introdurre un “codice di comportamento” contro lo sfruttamento dei bambini in fabbrica e per garantire un salario minimo ai suoi impiegati in giro per il mondo. Ha cominciato la Walt Disney, presumibilmente in ossequio al buonismo di Topolino. Poi sono venute Levi Strauss and Co. (1991), Liz Claiborn, la Reebok e, sì, anche l’odiata Nike. Il cui codice d’onore contempla la condanna del lavoro minorile, garanzie di pari opportunia’ in catena di montaggio, e remunerazione al di sopra del salario minimo garantito da un’altra compagnia. E quando un fornitore indigeno dell’azienda col baffo non rispetta le tavole della legge (è successo, all’inizio di quest’anno a Kukdong), Nike puntualmente spedisce sul posto i suoi colonnelli per garantire che tutto venisse fatto come da prescrizioni del manuale antiglobal.
Eppure Genoa Social Forum e affini continuano ad accusare queste stesse imprese di ogni efferatezza. E’ un trucco: per sgraffignare più soldi, per garantirsi maggiore influenza. Nel febbraio del 2001, del resto, la Global Alliance for Workers and Communities (agenzia non-governativa dal curriculum immacolato) ha dato alle stampe un dossier di 106 pagine sulle condizioni disgustose in cui verserebbero i lavoratori della Nike in tutto il mondo. Sapete chi l’ha pagato, quel libro, stampa e distribuzione compresa? Bingo, la stessa Nike.
Niente di nuovo sotto il sole. Paul Weaver, una decina di anni fa diede alle stampe “The Suicidal Corporation”, non credo ci sia bisogno di tradurre, un pamphlet zeppo di dati su come certe grandi imprese, compromesso dopo compromesso, sacrifichino il mercato sull’altare della politica.
Capita, e’ cosi’, gli italiani (I torinesi, in particolare) ne sanno qualcosa. Con tutti i grandi media a fargli da cassa di risonanza, il movimento antiglobal ha ormai raggiunto la dimensione di interlocutore autorevole (e, per certi versi, privilegiato) delle stesse multinazionali. E, non dimentichiamocelo, dei governi: Kofi Annan, l’Al Capone delle Nazioni Unite, non manca di portare avanti – in sede istituzionale – le medesime istanze con cui i contestatori infuocano le piazze.
E le proteste, il vandalismo, Genova che brucia, il morto che c’è scappato? Uno spot televisivo. Attenti, avverte “Foreign Policy”, questa santa alleanza fra contestatori, corporations ed ONU, ha già fatto le sue prime vittime. Il libero mercato, quello vero, e quei Paesi che, per uscire dal tunnel della povertà ne avrebbero drammaticamente bisogno.