|
Dato il carattere un po’
eccentrico e limitato del tipo di elementi di cui dispongo, colti al
volo anche nell’occasione di Nizza, ho potuto solo guardare le cose in
cartolina, leggerle sui giornali tra e dietro le righe, o seguendo le
cose che vengono discusse nel movimento in queste agorà virtuali di
Internet. Analisi o ipotesi sulle prospettive del movimento attuale sono
parole grosse e impegnative, che dovranno essere il risultato di un
lavoro di ricerca interattivo tra tutte e tutti, attualmente solo agli
albori. Cercherò di fare alcune considerazioni un po’ da avvocato del
diavolo. Siamo tutti d’accordo che non ci serve l’autocelebrazione,
e che il discorso sugli elementi di potenza di questo movimento è in
qualche modo già circolato. Dunque vorrei sottolineare alcuni elementi
di tipo critico. Mi sembra che ci sia oggi comunque un grosso problema
di autonomia di questo movimento. E non solo perché non bisogna mai
cullarsi sugli allori, ma perché la costruzione di un punto di vista -
che poi interferisca con altri - che cerchi di acquisire una sua
radicalità ed una sua indipendenza sia una condizione per poter
allargare le brecce che fanno guardare con speranza a questo movimento.
Una prima osservazione: a me sembra che oggi, in quello che un tempo
veniva definito con espressione ormai frusta "il villaggio
globale", nello scenario di quella che viene correntemente definita
la globalizzazione, sul terreno del discorso che circola in modo
effettivamente mondializzato attraverso i media con una sorta di
overload, viaggi un messaggio tutt’altro che univoco.
In Francia avevano inventato l’espressione "pensiero unico":
il carattere insidioso di questo messaggio non sta in un’univocità
che viene bombardata ma in un’ambivalenza - e noi sappiamo che
l’ambivalenza è costitutiva di quella che si chiama ingiunzione
paradossale, il double bind. Se noi accendiamo la radio, sfogliamo i
grandi media o guardiamo la televisione, il messaggio che viene
bombardato non è un messaggio a senso unico. Il discorso che scende per
così dire dall’alto presenta continuamente, da un lato, una sorta di
propaganda goebbelsiana o da socialismo reale sulle magnifiche sorti e
progressive di quella che è oggi la modernizzazione (o
ultramodernizzazione economica, tecno- scientifica, democratica, come la
si voglia definire). E contemporaneamente, dalle stesse cabine di regia,
discende un discorso dai caratteri apocalittici. Non è quindi che loro
battono la grancassa su una specie di panglossismo, "viviamo nel
migliore dei mondi possibili", e noi vediamo invece il rovescio
della medaglia, il culo delle cose. No: loro martellano nelle forme più
diverse questo doppio messaggio, e questo avviene su tutto: quando si
parla di organismi geneticamente modificati e contemporaneamente di
visioni apocalittiche sulla demografia, sull’acqua, sugli aspetti
eco-catastrofici di ogni tipo, l’effetto serra, la fame, le
statistiche sull’indigenza reale. Su tutto viene questo doppio
messaggio.
Rispetto a questo credo che si sia costituita una sorta di vulgata
presso quella che io chiamo la compagneria (in senso largo: un
arcipelago, una nebulosa estremamente contraddittoria, rissosa al suo
interno ma che poi si ritrova sulle stesse piazze, sugli stessi
marciapiedi). In questo tipo di mobilitazioni, negli slogans, io trovo
che si sia costituita una vulgata (che troviamo ad esempio sulle colonne
di Le monde diplomatique, sul Manifesto, probabilmente sui volantini,
fino all’ultimo) che ha un tono di geremiade.
Prendiamo ad esempio un tipo di critica alla globalizzazione, di tipo
sovranistico, quale che ne sia la scala - che poi bisogna anche dirlo,
tutta una serie di posizioni pongono anche delle nostalgie di tipo
diverso, a geometria variabile: quelle del locale, quelle della scala
regionale, quella dell’Europa contro il globale -. C’è alla base
una specie di idea semplice, in cui in qualche modo le masse umane
subiscono variamente l’intreccio di orrori, di atrocità, di forme di
oppressione, di dispotismo, di sfruttamento di ogni tipo: dalle
persistenze delle forme antiche - che anzi si incattiviscono perché
sono in qualche modo messe in discussione e diventano obsolete - a
quelle dei processi di modernizzazione spinta, di ultramodernizzazione,
e all’ibridarsi di queste cose.
Non possiamo pensarci come un’immensa moltitudine di vittime, o noi
come le voci delle anime belle che danno voce alle vittime - il senso
della frase di Deleuze: parlo per il cavallo che stramazza. Non perché
le vittime non ci siano, ma il punto di vista vittima in qualche modo
non ha speranza. Pensarsi cioè come schiacciati da una specie di volontà
maligna, quasi antropomorfizzata, significa reintrodurre una specie di
filosofia della storia, in cui ci sono i signori del mondo - che cos’è,
lo spirito del male, il baphomet, il diavolo? Se fosse così sarebbe
fatale.
Noi in qualche modo abbiamo bisogno di avere un punto di vista che veda
la potenza - nel senso proprio spinoziano, la potenza della virtualità
- delle moltitudini. Non facendo del trionfalismo che rischia il
cinismo. Per spiegarlo a un bambino si direbbe: tu pensi che il vampiro
sia fortissimo? Ma il vampiro non ha un principio autonomo, non potrebbe
esistere come vampiro se non ci fosse il collo bianco delle fragili
fanciulle che il vampiro vampirizza. Quelle là potrebbero vivere
benissimo senza vampiro.
Allora il problema è capire da un lato come, a quali aspetti e bisogni
– da un lato reali - la relazione di potere costituito, il rapporto di
capitale, nella modernità nel senso largo del termine, la forma-stato
nell’ultimo mezzo millennio, a quali cose hanno dato una traduzione
forte, lanciando una sfida e interpretando una sintesi sociale forte.
Dall’altro, quali sono state invece le capacità di illusionismo, su
quali debolezze, paure, angosce antiche e moderne, su quali tendenze a
non essere consapevoli di questa potenza delle moltitudini (e direi oggi
sempre più della specie) questo potere, questa negoziazione di
autonomia si è retta.
È là che bisogna lavorare. È evidente che c’è un elemento di
servitù volontaria, ma questa non è una condizione che non ammette una
possibilità di fuoriuscita. Però è chiaro che bisogna lavorarci.
C’è un nodo che riguarda angoscia e politica, le politiche
dell’angoscia. Noi dobbiamo riuscire a fare uno strappo da tutta
questa vulgata delle passioni tristi, del risentimento come esito
dell’odio di classe e del male di vivere. Che è un esito micidiale,
è l’opposto della critica, l’opposto al limite anche della guerra
sociale. Questo discorso a partire dall’emergenza (ad esempio le
psicosi sulla sicurezza, il discorso su criminalità e immigrazione,
anche da quello che è stato in fondo il prototipo dell’emergenza come
forma di governo, l’emergenza antiterrorista in Italia - che poi si è
moltiplicata, si è passati all’emergenza antimafia, all’emergenza
anticorruzione e così via), lo si può esaminare da diversi punti di
vista. Qui vorrei notarne uno: è come se da troppi anni ormai, rispetto
a un vecchio slogan di un tempo, "unica soluzione
rivoluzione", ci fosse il diffondersi di un’abitudine:
"unica soluzione la punizione penale di qualcuno", unico
agente della trasformazione. È come se le moltitudini fossero indotte,
anche da sole, a coltivare questa nuvola d’ira, di risentimento, e a
concepirsi come un’immensa parte civile di un processo sommario. Io
credo che tutto questo sia la forma più estrema e disperante.
Oreste Scalzone
SCALZONE ACCUSA IL GSF: «PARANOICI»
«Una frittata di fragole e sangue.
Ecco cosa è stata capace di fare l’intellighenzia un po’ new age
dei piani alti del Genoa Social Forum». A puntare il dito contro
Vittorio Agnoletto è Oreste Scalzone, ex leader di Autonomia Operaia,
che aveva già partecipato alla manifestazione anti-global di Nizza e ha
seguito gli eventi di Genova dalla Francia, essendo per la legge
italiana un latitante. «Dopo aver protestato per giorni contro la
militarizzazione della città e il rimpatrio da Ancona di alcuni
manifestanti provenienti dalla Grecia l’appunto che Agnoletto muove al
governo è di non aver individuato, respinto e annientato con precisione
chirurgica i disturbatori cattivi. Questo copione giunge al delirio
quando perfino Casarini rispolvera un repertorio paranoico attribuendo
ai Carabinieri o ai black block chiunque circolasse vestito di scuro».
Non è con i casseurs che hanno messo Genova in ginocchio che se la
prende Scalzone, piuttosto con le tute bianche. «C’erano anche loro là
in mezzo, inutile nasconderlo. Il fatto è - prosegue Scalzone – che
tutti gli attori istituzionali di questa vicenda escono sconfitti. La
Polizia è stata di una brutalità inequivocabile. Ciò che contesto è
che questo sia prerogativa di Governi di destra. Quando attacco
atteggiamenti delatori oltre che stolti di settori e vertici del
movimento questo prescinde da un giudizio di
merito su quelli che vengono calunniati. Ieri le Br oggi i black
block. L’aver reclamato più militarizzazione, naturalmente mirata
contro i casseurs – conclude Scalzone – trovo che abbia spalancato
la porta a chi meditava un blitz». Insomma, per Scalzone «era chiaro
che solo una sorta di miracolo avrebbe potuto evitare ciò che è
accaduto. Si sono con cinismo irresponsabile e frivolo alimentate
illusioni e velleità, tenendosi pronti a stramaledire i guastafeste, i
guastatori rozzi e violenti».
(da: Il Giornale, 24.7.2001)
|