IL MONITO INASCOLTATO DI UN RIVOLUZIONARIO DOC: NON ANDATE A GENOVA

Lettera aperta di Oreste Scalzone al no-global forum di Napoli

(Riflessioni estemporanee sul movimento per mettere qualche pulce nell’orecchio)


 

Dato il carattere un po’ eccentrico e limitato del tipo di elementi di cui dispongo, colti al volo anche nell’occasione di Nizza, ho potuto solo guardare le cose in cartolina, leggerle sui giornali tra e dietro le righe, o seguendo le cose che vengono discusse nel movimento in queste agorà virtuali di Internet. Analisi o ipotesi sulle prospettive del movimento attuale sono parole grosse e impegnative, che dovranno essere il risultato di un lavoro di ricerca interattivo tra tutte e tutti, attualmente solo agli albori. Cercherò di fare alcune considerazioni un po’ da avvocato del diavolo. Siamo tutti d’accordo che non ci serve l’autocelebrazione, e che il discorso sugli elementi di potenza di questo movimento è in qualche modo già circolato. Dunque vorrei sottolineare alcuni elementi di tipo critico. Mi sembra che ci sia oggi comunque un grosso problema di autonomia di questo movimento. E non solo perché non bisogna mai cullarsi sugli allori, ma perché la costruzione di un punto di vista - che poi interferisca con altri - che cerchi di acquisire una sua radicalità ed una sua indipendenza sia una condizione per poter allargare le brecce che fanno guardare con speranza a questo movimento.
Una prima osservazione: a me sembra che oggi, in quello che un tempo veniva definito con espressione ormai frusta "il villaggio globale", nello scenario di quella che viene correntemente definita la globalizzazione, sul terreno del discorso che circola in modo effettivamente mondializzato attraverso i media con una sorta di overload, viaggi un messaggio tutt’altro che univoco.
In Francia avevano inventato l’espressione "pensiero unico": il carattere insidioso di questo messaggio non sta in un’univocità che viene bombardata ma in un’ambivalenza - e noi sappiamo che l’ambivalenza è costitutiva di quella che si chiama ingiunzione paradossale, il double bind. Se noi accendiamo la radio, sfogliamo i grandi media o guardiamo la televisione, il messaggio che viene bombardato non è un messaggio a senso unico. Il discorso che scende per così dire dall’alto presenta continuamente, da un lato, una sorta di propaganda goebbelsiana o da socialismo reale sulle magnifiche sorti e progressive di quella che è oggi la modernizzazione (o ultramodernizzazione economica, tecno- scientifica, democratica, come la si voglia definire). E contemporaneamente, dalle stesse cabine di regia, discende un discorso dai caratteri apocalittici. Non è quindi che loro battono la grancassa su una specie di panglossismo, "viviamo nel migliore dei mondi possibili", e noi vediamo invece il rovescio della medaglia, il culo delle cose. No: loro martellano nelle forme più diverse questo doppio messaggio, e questo avviene su tutto: quando si parla di organismi geneticamente modificati e contemporaneamente di visioni apocalittiche sulla demografia, sull’acqua, sugli aspetti eco-catastrofici di ogni tipo, l’effetto serra, la fame, le statistiche sull’indigenza reale. Su tutto viene questo doppio messaggio.
Rispetto a questo credo che si sia costituita una sorta di vulgata presso quella che io chiamo la compagneria (in senso largo: un arcipelago, una nebulosa estremamente contraddittoria, rissosa al suo interno ma che poi si ritrova sulle stesse piazze, sugli stessi marciapiedi). In questo tipo di mobilitazioni, negli slogans, io trovo che si sia costituita una vulgata (che troviamo ad esempio sulle colonne di Le monde diplomatique, sul Manifesto, probabilmente sui volantini, fino all’ultimo) che ha un tono di geremiade.
Prendiamo ad esempio un tipo di critica alla globalizzazione, di tipo sovranistico, quale che ne sia la scala - che poi bisogna anche dirlo, tutta una serie di posizioni pongono anche delle nostalgie di tipo diverso, a geometria variabile: quelle del locale, quelle della scala regionale, quella dell’Europa contro il globale -. C’è alla base una specie di idea semplice, in cui in qualche modo le masse umane subiscono variamente l’intreccio di orrori, di atrocità, di forme di oppressione, di dispotismo, di sfruttamento di ogni tipo: dalle persistenze delle forme antiche - che anzi si incattiviscono perché sono in qualche modo messe in discussione e diventano obsolete - a quelle dei processi di modernizzazione spinta, di ultramodernizzazione, e all’ibridarsi di queste cose.
Non possiamo pensarci come un’immensa moltitudine di vittime, o noi come le voci delle anime belle che danno voce alle vittime - il senso della frase di Deleuze: parlo per il cavallo che stramazza. Non perché le vittime non ci siano, ma il punto di vista vittima in qualche modo non ha speranza. Pensarsi cioè come schiacciati da una specie di volontà maligna, quasi antropomorfizzata, significa reintrodurre una specie di filosofia della storia, in cui ci sono i signori del mondo - che cos’è, lo spirito del male, il baphomet, il diavolo? Se fosse così sarebbe fatale.
Noi in qualche modo abbiamo bisogno di avere un punto di vista che veda la potenza - nel senso proprio spinoziano, la potenza della virtualità - delle moltitudini. Non facendo del trionfalismo che rischia il cinismo. Per spiegarlo a un bambino si direbbe: tu pensi che il vampiro sia fortissimo? Ma il vampiro non ha un principio autonomo, non potrebbe esistere come vampiro se non ci fosse il collo bianco delle fragili fanciulle che il vampiro vampirizza. Quelle là potrebbero vivere benissimo senza vampiro.
Allora il problema è capire da un lato come, a quali aspetti e bisogni – da un lato reali - la relazione di potere costituito, il rapporto di capitale, nella modernità nel senso largo del termine, la forma-stato nell’ultimo mezzo millennio, a quali cose hanno dato una traduzione forte, lanciando una sfida e interpretando una sintesi sociale forte. Dall’altro, quali sono state invece le capacità di illusionismo, su quali debolezze, paure, angosce antiche e moderne, su quali tendenze a non essere consapevoli di questa potenza delle moltitudini (e direi oggi sempre più della specie) questo potere, questa negoziazione di autonomia si è retta.
È là che bisogna lavorare. È evidente che c’è un elemento di servitù volontaria, ma questa non è una condizione che non ammette una possibilità di fuoriuscita. Però è chiaro che bisogna lavorarci.
C’è un nodo che riguarda angoscia e politica, le politiche dell’angoscia. Noi dobbiamo riuscire a fare uno strappo da tutta questa vulgata delle passioni tristi, del risentimento come esito dell’odio di classe e del male di vivere. Che è un esito micidiale, è l’opposto della critica, l’opposto al limite anche della guerra sociale. Questo discorso a partire dall’emergenza (ad esempio le psicosi sulla sicurezza, il discorso su criminalità e immigrazione, anche da quello che è stato in fondo il prototipo dell’emergenza come forma di governo, l’emergenza antiterrorista in Italia - che poi si è moltiplicata, si è passati all’emergenza antimafia, all’emergenza anticorruzione e così via), lo si può esaminare da diversi punti di vista. Qui vorrei notarne uno: è come se da troppi anni ormai, rispetto a un vecchio slogan di un tempo, "unica soluzione rivoluzione", ci fosse il diffondersi di un’abitudine: "unica soluzione la punizione penale di qualcuno", unico agente della trasformazione. È come se le moltitudini fossero indotte, anche da sole, a coltivare questa nuvola d’ira, di risentimento, e a concepirsi come un’immensa parte civile di un processo sommario. Io credo che tutto questo sia la forma più estrema e disperante.

Oreste Scalzone

 

SCALZONE ACCUSA IL GSF: «PARANOICI»

«Una frittata di fragole e sangue. Ecco cosa è stata capace di fare l’intellighenzia un po’ new age dei piani alti del Genoa Social Forum». A puntare il dito contro Vittorio Agnoletto è Oreste Scalzone, ex leader di Autonomia Operaia, che aveva già partecipato alla manifestazione anti-global di Nizza e ha seguito gli eventi di Genova dalla Francia, essendo per la legge italiana un latitante. «Dopo aver protestato per giorni contro la militarizzazione della città e il rimpatrio da Ancona di alcuni manifestanti provenienti dalla Grecia l’appunto che Agnoletto muove al governo è di non aver individuato, respinto e annientato con precisione chirurgica i disturbatori cattivi. Questo copione giunge al delirio quando perfino Casarini rispolvera un repertorio paranoico attribuendo ai Carabinieri o ai black block chiunque circolasse vestito di scuro». Non è con i casseurs che hanno messo Genova in ginocchio che se la prende Scalzone, piuttosto con le tute bianche. «C’erano anche loro là in mezzo, inutile nasconderlo. Il fatto è - prosegue Scalzone – che tutti gli attori istituzionali di questa vicenda escono sconfitti. La Polizia è stata di una brutalità inequivocabile. Ciò che contesto è che questo sia prerogativa di Governi di destra. Quando attacco atteggiamenti delatori oltre che stolti di settori e vertici del movimento questo prescinde da un giudizio di  merito su quelli che vengono calunniati. Ieri le Br oggi i black block. L’aver reclamato più militarizzazione, naturalmente mirata contro i casseurs – conclude Scalzone – trovo che abbia spalancato la porta a chi meditava un blitz». Insomma, per Scalzone «era chiaro che solo una sorta di miracolo avrebbe potuto evitare ciò che è accaduto. Si sono con cinismo irresponsabile e frivolo alimentate illusioni e velleità, tenendosi pronti a stramaledire i guastafeste, i guastatori rozzi e violenti».

(da: Il Giornale, 24.7.2001)