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“Un
messaggio di impegno e di di Claudio Bonvecchio
dal Giornale del
Popolo di Lugano
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Nel nome del padre
Tra i numerosi libri da poco editi, uno
va, sicuramente, segnalato per l’importanza ed il valore che riveste.
IL PADRE CHE NON C’È
Che la nostra sia una società in crisi è cosa nota a tutti e che uno dei punti “più caldi” di questa crisi sia la famiglia è cosa altrettanto noto. Quello che, invece, passa sotto un colpevole silenzio è che una delle vittime annunciate di questa crisi sia il padre: la figura paterna. Il padre, tradizionalmente considerato uno dei punti – se non il punto di riferimento – della famiglia e dell’educazione dei figli, è considerato, oggi, una sorta di ingombro, una presenza “di troppo”. Lo segnalano i sociologi, gli psicoterapeuti, gli psicologi ed i giuristi. Ma lo segnala anche la semplice, quotidiana osservazione che mostra – sia nelle famiglie normali che in quelle conseguenti alla separazione dei coniugi – una marginalizzazione del padre, giudicato come una sorta di complemento affettivo-educativo, piuttosto che un attore insostituibile di quella pratica educativa e di quel profondo sentimento d’amore che nasce nella famiglia e che della famiglia è il principale fondamento. Senza amore e senza scambio educativo la famiglia è – quando lo è – soltanto un semplice moltiplicatore economico o un riproduttore di micro società, ma nulla più. Ma questo significa ridurre la famiglia ad essere la coltivazione, in vitro, di un’arida società: lo specchio miniaturizzata di quel mondo, nevrotico e solitario in cui ci troviamo a vivere. La famiglia vive soltanto se si crea una perfetta – o almeno perfettibile – corrispondenza tra i due genitori che, in armonia, costruiscono una relazione affettiva in cui la loro individualità si fonde con quella dei figli: la naturale, fisica e fisiologica prosecuzione del loro amore. Se questa equilibrata costruzione – ad un tempo sociale, fisica e sacrale (nell’amore) – si sfalda, gli esiti che ne derivano sono nefasti. All’amore si sostituisce la competizione e alla reciproca crescita si sostituisce un meccanismo regressivo che fa della famiglia l’incubatrice di odi, frustrazioni, invidie, depressioni: in una parola di infelicità. Marginalizzare il padre equivale ad avviarsi su questa strada, da cui ritornare non è cosa né facile né semplice. I motivi che hanno prodotto (ed incrementato) questa situazione sono molteplici. In primo luogo, certamente, il disagio derivato da una famiglia sempre più secolarizzata e, quindi, incapace di vedersi come la proiezione terrena di un modello divino o quanto meno trascendente. Il che significa perdere la sua importanza sacrale e la conseguente valenza sociale per ridursi ad un fatto meramente burocratico e sociale: il luogo funzionale dove allevare figli nati da una unione di due persone (di cui talora l’identità sessuale è del tutto casuale) in attesa di consegnarli alla società tramite la scuola. In secondo luogo, il conflitto dei sessi che ha fatto della famiglia il luogo delle revanches del femminile (che per altro, in passato, molto aveva patito) nei confronti del maschile troppo spesso (e, molte volte, a torto) confuso con il maschilismo. Il che ha reso la dialettica di compensazione ed equilibrio – che deve contraddistinguere il maschile ed il femminile – una lotta di cui le vittime sono coloro che hanno bisogno di entrambi, del femminile e del maschile, per costruire una loro armonica identità: ossia i figli. In terzo luogo, il mito dei diritti umani che – talora con colpevole cecità – ha voluto privilegiare il ruolo materno nei rapporti genitoriali e nelle cause di separazione, considerando, in un eccesso di politically correct la madre come la componente più indifesa della famiglia e pertanto il soggetto da tutelare maggiormente, a scapito del padre (e dei figli). Il che non ha significato una corretta partnership tra i genitori, ma solo una penalizzazione affettiva, psicologica, economica e decisionale del padre. Su questo argomento così importante, ma così tabuizzato pochi hanno osato parlare, nel timore di essere colpiti da pubbliche censure e da esclusioni sociali. Una delle poche e coraggiose voci italiane in controtendenza è quella di Claudio Risé, docente universitario e psicoterapeuta di fama, che da anni ha analizzato, studiato e meditato su questo problema. Lo ha trattato, però, non come puro e astratto oggetto di studio, ma come un pesante macigno che grava sulle coscienze e di cui la società è responsabile: un macigno che provoca inarrestabili frane nella psiche individuale e collettiva. Ne è scaturito – frutto di riflessioni, discussioni ed infiniti, pazienti, incontri individuali e collettivi – un libro (IL PADRE l’assente inaccettabile) esemplare nella sua chiarezza e profondità. In esso, la lucidità della diagnosi e la critica serrata – ma sempre pacata – allo sfacelo dei valori (che toglie al padre persino la possibilità di procreare) si volge a segnalare la presenza di una decisa inversione di tendenza. È il desiderio – spontaneo fra i giovani – di una società diversa che riscopra, nel rispetto reciproco della propria dignità, quei valori nobili e dimenticati, ma non per questo assenti dall’animo umano. Risé li individua e li indica: la sua proposta è una straordinaria meditazione su di un presente che bisogna mutare e su di un futuro che tutti – ossia noi, le nostre famiglie e i nostri figli – dobbiamo costruire.
QUALE PADRE IN QUALE SOCIETA’ ?
Molteplici sono le possibili letture
dell’ultimo libro di Claudio Risè: IL PADRE l’assente
inaccettabile. L’argomento – come si desume dal titolo – è quello
della figura paterna, negata nell’odierna società polverizzata e
secolarizzata; la trattazione è di estrema originalità. Risé – docente
universitario, editorialista e psicoterapeuta – non si diletta – come
avviene solitamente – a costruire melensi esercizi di dialettica
sociologica da “prima pagina”: entra, piuttosto, nel vivo del problema. Lo
fa con la sicurezza di chi crede fermamente in quello che scrive e con
l’onestà intellettuale di chi non si cura delle critiche pretestuose e di
parte che potranno venirgli. L’assunto del suo intervento è, infatti, che
la figura del padre sia marginalizzata, screditata, umiliata e trascurata
da una società che ha fatto proprio, acriticamente e superficialmente, il
mito di una Grande Madre onnipervasiva e onnipotente. A fronte della
società orwelliana del “Grande Fratello”, Risé propone la realtà di questo
nuovo, allucinante, modello: quello di una società che ha introiettato i
valori del femminile-materno (il sentimento, l’emotività, l’istintualità,
il racchiudersi nel piccolo gruppo, il rifiuto della forza) senza però
compensarli con gli altrettanto importanti aspetti maschili quali: il
senso del dovere, dell’eroismo, della forza, dell’abnegazione, della
lotta, del fondamento. Come si può facilmente comprendere, Risé non vuole
assolutamente giocare il maschile contro il femminile, in una révanche
anti femminista. Vuole piuttosto analizzare una società che, avendo –
volutamente – negato il padre, rifiuta, con questa negazione, la
possibilità di un equilibrio e di una armonia nei rapporti affettivi
(l’amore, la sessualità, la famiglia) ed in quelli educativi, quali
l’educazione dei figli ed il loro inserimento, graduale, nel novero degli
adulti. Non può che risultarne una società dimidiata, parcellizzata,
patologica e afflitta da una perenne instabilità individuale e collettiva.
A questa impietosa radiografia del nostro presente – fatto di guerre,
violenze, ansia, depressione, disprezzo per la vita, iperconformismo,
droga, pornografia, rifiuto della famiglia, ipervalutazione della scienza,
rifiuto della morte e così via – ma anche del nostro ipotetico, ma
possibile, futuro (ipocritamente spacciato come democratico e
“politicamente corretto”), Risé contrappone l’ideale di un mondo diverso
più equilibrato e “normale”. È il mondo che, nella valorizzazione del
padre –oggi fortemente penalizzato nelle separazioni legali, nelle
decisioni sulla procreazione, nell’educazione dei figli e nel suo essere
stesso – deve recuperare i suoi valori fondanti e fondamentali. Sono
quelli – tipicamente maschili – del Sacro, del creativo, della
responsabilità, del coraggio, del lavoro, dell’impegno, del senso della
vita, della famiglia e della corretta educazione. Non sono contro il
femminile. Sono – con quelli femminili – per l’uomo.
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