“Un messaggio di impegno e di
speranza lanciato da Claudio Risé”

di Claudio Bonvecchio

dal Giornale del Popolo di Lugano
31 maggio 2003

 


 

Nel nome del padre

Tra i numerosi libri da poco editi, uno va, sicuramente, segnalato per l’importanza ed il valore che riveste.
È quello scritto da Claudio Risé, editorialista, professore universitario e psicoterapeuta. Porta un titolo evocativo e, per molti aspetti, sconvolgente – IL PADRE l’assente inaccettabile (Edizioni San Paolo, Milano, 2003) – in quanto si sofferma su di una “ferita” psicologica, sociale e umana. È la ferita che, simbolicamente, evidenzia come la figura paterna sia sistematicamente negata nel suo ruolo affettivo ed educativo. Non è un mistero infatti – e Risé lo analizza con rigore e passione – che il padre sia, oggi, marginalizzato da una cultura superficiale e desacralizzante che, in nome di un femminismo confuso e d’accatto, lo relega ad un ruolo secondario: quello di puro procacciatore di beni e di esecutore di una volontà materna. Che questo avvenga all’interno della famiglia tradizionale o nell’ambito di una separazione è cosa di poca importanza. Bisogna, però, subito sgomberare il campo ad ogni possibile equivoco, troppo spesso evocato – quando si affrontano simili argomenti, come Risé bene sa – dalle facili accuse di maschilismo o di fascismo. Accuse che una certa cultura subalterna e ideologizzata utilizza come unico mezzo dialettico per controbattere tesi intelligenti e motivate: come quelle di Risé. Nessuno, dunque, si sogna – e tanto meno l’autore del libro – di sminuire il ruolo materno: fondamentale per la crescita affettiva e per quella educativa dei figli. Allo stesso modo, nessuno ha intenzione di opporre ad un femminismo – oramai démodé – un maschilismo che non avrebbe alcuna ragione d’essere: le conquiste delle donne sono sacrosante, vanno giustamente difese e devono diventare una solida ed indiscussa base umana e civile. Ma non si capisce perché tutto questo debba andare a scapito della figura maschile e paterna che la società e la legge tendono ad accreditare come un complemento del femminile-materno e non come la sua omologa specularità. Specularità  necessaria in vista di quell’equilibrio senza il quale non solo non c’è corretta educazione, ma neppure amore. L’amore – come sottolinea Risé – nasce dall’armonia e dall’equilibrio della coppia ed è quella dimensione che va oltre l’umano ed il contingente per costituirsi come qualcosa di cosmico e trascendente. È la forma terrena di quell’amore universale – divino, se si preferisce – che rappresenta, come tutti i mistici sempre hanno sottolineato, “unione degli opposti”. Se questa “unione” non si verifica, l’amore non va oltre il mero possesso fisico o la mera compensazione (che non è unione) con il risultato che la vita famigliare e l’educazione dei figli non va oltre una pura funzione sociale o la costruzione di un cittadino simile ad un potenziale automa. Per questo, la marginalizzazione del padre è una ferita: una grave ferita all’equilibrio del mondo, le cui conseguenze sono apocalittiche. La parola sembra enfatica ed eccessiva. Ma se si considera lo squilibrio che la perdita della figura paterna genera ed il disagio psicologico che induce (dalla perdita di un modello super-egale al venir meno delle sicurezze, dall’instabilità psichica alla scarsa decisionalità, al rifiuto di responsabilità, solo per citarne alcuni) ci si può rendere conto che la parola “apocalisse” non è casuale. L’uomo, infatti, ha storicamente costruito il suo sviluppo storico e psicologico – come mostrano sia la mitologia che la storia – sulla armonica interazione tra gli aspetti maschili e femminili (entrambi presenti nella sua personalità) e plasmati sull’esempio materno e paterno. Tale esempio – nato nell’ambito della famiglia (nelle sue varie forme storiche) e alimentato dall’amore – era ed è alla base della successiva, e naturale, differenziazione degli aspetti caratteriali che segue allo sviluppo fisiologico, maschile o femminile. Alterare questo meccanismo significa alterare l’essere stesso dell’uomo, trasformandolo in qualcosa di diverso da quello che è: ossia in un essere “mutante da laboratorio”, anche se, in questo caso, il laboratorio è sociale. Si assiste, insomma, all’assurda, prometeica, cieca e superba volontà di alterare il corso della natura e di sostituire all’uomo la sua caricatura. A controbattere questo – che si presenta come il destino dell’uomo delle modernità – non valgono le speciose giustificazioni avanzate da un banale sociologismo e da una giurisprudenza secolarizzata (la tutela della madre nel divorzio, l’affidamento dei minori, l’evoluzione della società, la libertà della procreazione, la “democrazia” affettiva ed altre consimili scempiaggini). Risé le liquida tutte mostrando, con pacato rigore, le patologie di una società senza padre e riproponendo – con coraggio, umano e civile – una nuova responsabilità per la società e la figura di un “nuovo” padre, anch’esso responsabilizzato. Non si tratta di un ritorno al passato, ma della prefigurazione di un mondo migliore per il cui tramite – senza nulla togliere al femminile-materno, anzi con il suo fattivo e paritario contributo – si possa costruire un uomo più equilibrato, di quanto non sia ora e, con esso, un mondo diverso, migliore e pacificato. La pace, la vera pace, nasce infatti nell’equilibrio dell’interiorità: altrimenti la pace è sempre precaria. In questo senso il messaggio di Risé – antico nella sua folgorante novità – è un messaggio di impegno e di speranza.

 

IL PADRE CHE NON C’È

 

Che la nostra sia una società in crisi è cosa nota a tutti e che uno dei punti “più caldi” di questa crisi sia la famiglia è cosa altrettanto noto. Quello che, invece, passa sotto un colpevole silenzio è che una delle vittime annunciate di questa crisi sia il padre: la figura paterna. Il padre, tradizionalmente considerato uno dei punti – se non il punto di riferimento – della famiglia e dell’educazione dei figli, è considerato, oggi, una sorta di ingombro, una presenza “di troppo”. Lo segnalano i sociologi, gli psicoterapeuti, gli psicologi ed i giuristi. Ma lo segnala anche la semplice, quotidiana osservazione che mostra – sia nelle famiglie normali che in quelle conseguenti alla separazione dei coniugi – una marginalizzazione del padre, giudicato come una sorta di complemento affettivo-educativo, piuttosto che un attore insostituibile di quella pratica educativa e di quel profondo sentimento d’amore che nasce nella famiglia e che della famiglia è il principale fondamento. Senza amore e senza scambio educativo la famiglia è – quando lo è – soltanto un semplice moltiplicatore economico o un riproduttore di micro società, ma nulla più. Ma questo significa ridurre la famiglia ad essere la coltivazione, in vitro, di un’arida società: lo specchio miniaturizzata di quel mondo, nevrotico e solitario in cui ci troviamo a vivere. La famiglia vive soltanto se si crea una perfetta – o almeno perfettibile – corrispondenza tra i due genitori che, in armonia, costruiscono una relazione affettiva in cui la loro individualità si fonde con quella dei figli: la naturale, fisica e fisiologica prosecuzione del loro amore. Se questa equilibrata costruzione – ad un tempo sociale, fisica e sacrale (nell’amore) – si sfalda, gli esiti che ne derivano sono nefasti. All’amore si sostituisce la competizione e alla reciproca crescita si sostituisce un meccanismo regressivo che fa della famiglia l’incubatrice di odi, frustrazioni, invidie, depressioni: in una parola di infelicità. Marginalizzare il padre equivale ad avviarsi su questa strada, da cui ritornare non è cosa né facile né semplice. I motivi che hanno prodotto (ed incrementato) questa situazione sono molteplici. In primo luogo, certamente, il disagio derivato da una famiglia sempre più secolarizzata e, quindi, incapace di vedersi come la proiezione terrena di un modello divino o quanto meno trascendente. Il che significa perdere la sua importanza sacrale e la conseguente valenza sociale per ridursi ad un fatto meramente burocratico e sociale: il luogo funzionale dove allevare figli nati da una unione di due persone (di cui talora l’identità sessuale è del tutto casuale) in attesa di consegnarli alla società tramite la scuola. In secondo luogo, il conflitto dei sessi che ha fatto della famiglia il luogo delle revanches del femminile (che per altro, in passato, molto aveva patito) nei confronti del maschile troppo spesso (e, molte volte, a torto) confuso con il maschilismo. Il che ha reso la dialettica di compensazione ed equilibrio – che deve contraddistinguere il maschile ed il femminile – una lotta di cui le vittime sono coloro che hanno bisogno di entrambi, del femminile e del maschile, per costruire una loro armonica identità: ossia i figli. In terzo luogo, il mito dei diritti umani che – talora con colpevole cecità – ha voluto privilegiare il ruolo materno nei rapporti genitoriali e nelle cause di separazione, considerando, in un eccesso di politically correct la madre come la componente più indifesa della famiglia e pertanto il soggetto da tutelare maggiormente, a scapito del padre (e dei figli). Il che non ha significato una corretta partnership tra i genitori, ma solo una penalizzazione affettiva, psicologica, economica e decisionale del padre. Su questo argomento così importante, ma così tabuizzato pochi hanno osato parlare, nel timore di essere colpiti da pubbliche censure e da esclusioni sociali. Una delle poche e coraggiose voci italiane in controtendenza è quella di Claudio Risé, docente universitario e psicoterapeuta di fama, che da anni ha analizzato, studiato e meditato su questo problema. Lo ha trattato, però, non come puro e astratto oggetto di studio, ma come un pesante macigno che grava sulle coscienze e di cui la società è responsabile: un macigno che provoca inarrestabili frane nella psiche individuale e collettiva. Ne è scaturito –  frutto di riflessioni, discussioni ed infiniti, pazienti, incontri individuali e collettivi – un libro (IL PADRE l’assente inaccettabile) esemplare nella sua chiarezza e profondità. In esso, la lucidità della diagnosi e la critica serrata – ma sempre pacata – allo sfacelo dei valori (che toglie al padre persino la possibilità di procreare) si volge a segnalare la presenza di una decisa inversione di tendenza. È il desiderio – spontaneo fra i giovani – di una società diversa che riscopra, nel rispetto reciproco della propria dignità, quei valori nobili e dimenticati, ma non per questo assenti dall’animo umano. Risé li individua e li indica: la sua proposta è una straordinaria meditazione su di un presente che bisogna mutare e su di un futuro che tutti – ossia noi, le nostre famiglie e i nostri figli – dobbiamo costruire.

 

QUALE PADRE IN QUALE SOCIETA’ ?

 

Molteplici sono le possibili letture dell’ultimo libro di Claudio Risè: IL PADRE l’assente inaccettabile. L’argomento – come si desume dal titolo – è quello della figura paterna, negata nell’odierna società polverizzata e secolarizzata; la trattazione è di estrema originalità. Risé – docente universitario, editorialista e psicoterapeuta – non si diletta – come avviene solitamente – a costruire melensi esercizi di dialettica sociologica da “prima pagina”: entra, piuttosto, nel vivo del problema. Lo fa con la sicurezza di chi crede fermamente in quello che scrive e con l’onestà intellettuale di chi non si cura delle critiche pretestuose e di parte che potranno venirgli. L’assunto del suo intervento è, infatti, che la figura del padre sia marginalizzata, screditata, umiliata e trascurata da una società che ha fatto proprio, acriticamente e superficialmente, il mito di una Grande Madre onnipervasiva e onnipotente. A fronte della società orwelliana del “Grande Fratello”, Risé propone la realtà di questo nuovo, allucinante, modello: quello di una società che ha introiettato i valori del femminile-materno (il sentimento, l’emotività, l’istintualità, il racchiudersi nel piccolo gruppo, il rifiuto della forza) senza però compensarli con gli altrettanto importanti aspetti maschili quali: il senso del dovere, dell’eroismo, della forza, dell’abnegazione, della lotta, del fondamento. Come si può facilmente comprendere, Risé non vuole assolutamente giocare il maschile contro il femminile, in una révanche anti femminista. Vuole piuttosto analizzare una società che, avendo – volutamente – negato il padre, rifiuta, con questa negazione, la possibilità di un equilibrio e di una armonia nei rapporti affettivi (l’amore, la sessualità, la famiglia) ed in quelli educativi, quali l’educazione dei figli ed il loro inserimento, graduale, nel novero degli adulti. Non può che risultarne una società dimidiata, parcellizzata, patologica e afflitta da una perenne instabilità individuale e collettiva. A questa impietosa radiografia del nostro presente – fatto di guerre, violenze, ansia, depressione, disprezzo per la vita, iperconformismo, droga, pornografia, rifiuto della famiglia, ipervalutazione della scienza, rifiuto della morte e così via – ma anche del nostro ipotetico, ma possibile, futuro (ipocritamente spacciato come democratico e “politicamente corretto”), Risé contrappone l’ideale di un mondo diverso più equilibrato e “normale”. È il mondo che, nella valorizzazione del padre –oggi fortemente penalizzato nelle separazioni legali, nelle decisioni sulla procreazione, nell’educazione dei figli e nel suo essere stesso – deve recuperare i suoi valori fondanti e fondamentali. Sono quelli – tipicamente maschili – del Sacro, del creativo, della responsabilità, del coraggio, del lavoro, dell’impegno, del senso della vita, della famiglia e della corretta educazione. Non sono contro il femminile. Sono – con quelli femminili – per l’uomo.
Claudio Bonvecchio