Pericolosa crisi del ruolo paterno

Di Marco Lombardozzi

Da Metro, 9 maggio 2003. Inviare commenti a lettere@metroitaly.it

 

Il 72% degli adolescenti omicidi, il 60% degli stupratori e il 70 % dei detenuti con lunghe condanne da scontare è cresciuto in case senza padre (dati U.S.A.). E’ quanto emerge dall’ultimo libro di Claudio Risè:”Il padre, l’assente inaccettabile” (ediz. S. Paolo).
La società senza padri, nella quale ormai vive l’Occidente, “avendo tolto di mezzo il confronto e l’apprendimento dal padre”, scrive Risè, “non sa più come contenere e trasformare la propria aggressività in funzione di un progetto, di una visione del mondo”.
Sembra proprio che l’Occidente debba rifare i conti con la figura paterna, ne va della sua stessa sopravvivenza.
Ma la “fabbrica dei divorzi” di cui scrive Risè non vuole questo perché si è arricchita di denaro e di potere, proprio con la demolizione dell’immagine del padre, perpetrata per decenni. Il padre è importante sia per gli uomini che per le donne: l’uomo non “è” ma lo diventa perché, a differenza degli animali, egli non sa per istinto come amare, come esprimere la propria sessualità e come organizzarsi nei rapporti sociali. La giovane donna anche, per sviluppare la propria personalità in modo sano, deve ricevere “quello sguardo forte e amoroso del paterno, dell’adulto che, dalla sua posizione di diversità, la apprezza e le fornisce un indispensabile pilastro alla sua autostima”.
Uomini e donne devono acquistare consapevolezza che una società senza padri porta alla disgregazione di ognuno di noi, e il mondo femminile non deve farsi abbindolare dai fabbricanti di divorzi e di figli in provetta, i quali solo con lo smembramento (letteralmente!) della figura paterna, togliendole così autorità e forza, potranno espandere il loro potere, infondendo nella donna la convinzione che sempre più potrà fare a meno del padre e quindi dell’uomo, e non è così.
Persino autorevoli femministe americane come D. Lessing e S. Faludi denunciano ora il portato di distruttività che ha avuto il male bashing: l’umiliazione del maschio e del padre.
E’ di questi giorni il triste episodio di una nonna che ha ucciso la nipotina ed è sconcertante il commento di uno psichiatra che lo definisce “atto d’amore” e altri commenti che giustificano il gesto connesso alla depressione. Mi domando e domando a tutti gli uomini e donne: perché se una madre o una nonna uccidono i figli si parla di depressione e, quindi, atti giustificabili, quando non sono addirittura “atti d’amore” e perché se un padre uccide il figlio lo fa sempre e solo perché è un mostro? Due pesi e due misure? Perché?
Nessuno riflette sul fatto che nel mondo ci sono migliaia di progetti e centri per la prevenzione del cancro della mammella ed esiste un solo programma sanitario in Europa per la diagnosi precoce del tumore della prostata che uccide 6 volte di più di quello mammario!
L’uomo esiliato, in quanto è stato esiliato il padre, vive con rabbia e aggressività oppure con indolente passività, e la società diventa sempre più aggressiva e violenta.
“Più l’individuo è consapevole del proprio valore”, scrive Risè, “più forte è la sua relazione con la vita. Per questo i figli senza padre, lesi nella propria autostima, capeggiano le statistiche dei suicidi:75%!”.
Adeguarsi alle norme e alle regole, saper reggere il confronto con la realtà, è una cosa difficilissima senza un padre.
Raccogliamo tutti insieme, uomini e donne di questo tempo, l’esortazione di Telemaco che, nell’Odissea di Omero, esclama:”Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”.