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Il 72% degli adolescenti omicidi, il
60% degli stupratori e il 70 % dei detenuti con lunghe condanne da
scontare è cresciuto in case senza padre (dati U.S.A.). E’ quanto emerge
dall’ultimo libro di Claudio Risè:”Il padre, l’assente inaccettabile” (ediz.
S. Paolo).
La società senza padri, nella quale ormai vive l’Occidente, “avendo
tolto di mezzo il confronto e l’apprendimento dal padre”, scrive Risè,
“non sa più come contenere e trasformare la propria aggressività in
funzione di un progetto, di una visione del mondo”.
Sembra proprio che l’Occidente debba rifare i conti con la figura
paterna, ne va della sua stessa sopravvivenza.
Ma la “fabbrica dei divorzi” di cui scrive Risè non vuole questo perché
si è arricchita di denaro e di potere, proprio con la demolizione
dell’immagine del padre, perpetrata per decenni. Il padre è importante
sia per gli uomini che per le donne: l’uomo non “è” ma lo diventa
perché, a differenza degli animali, egli non sa per istinto come amare,
come esprimere la propria sessualità e come organizzarsi nei rapporti
sociali. La giovane donna anche, per sviluppare la propria personalità
in modo sano, deve ricevere “quello sguardo forte e amoroso del paterno,
dell’adulto che, dalla sua posizione di diversità, la apprezza e le
fornisce un indispensabile pilastro alla sua autostima”.
Uomini e donne devono acquistare consapevolezza che una società senza
padri porta alla disgregazione di ognuno di noi, e il mondo femminile
non deve farsi abbindolare dai fabbricanti di divorzi e di figli in
provetta, i quali solo con lo smembramento (letteralmente!) della figura
paterna, togliendole così autorità e forza, potranno espandere il loro
potere, infondendo nella donna la convinzione che sempre più potrà fare
a meno del padre e quindi dell’uomo, e non è così.
Persino autorevoli femministe americane come D. Lessing e S. Faludi
denunciano ora il portato di distruttività che ha avuto il male
bashing: l’umiliazione del maschio e del padre.
E’ di questi giorni il triste episodio di una nonna che ha ucciso la
nipotina ed è sconcertante il commento di uno psichiatra che lo
definisce “atto d’amore” e altri commenti che giustificano il gesto
connesso alla depressione. Mi domando e domando a tutti gli uomini e
donne: perché se una madre o una nonna uccidono i figli si parla di
depressione e, quindi, atti giustificabili, quando non sono addirittura
“atti d’amore” e perché se un padre uccide il figlio lo fa sempre e solo
perché è un mostro? Due pesi e due misure? Perché?
Nessuno riflette sul fatto che nel mondo ci sono migliaia di progetti e
centri per la prevenzione del cancro della mammella ed esiste un solo
programma sanitario in Europa per la diagnosi precoce del tumore della
prostata che uccide 6 volte di più di quello mammario!
L’uomo esiliato, in quanto è stato esiliato il padre, vive con rabbia e
aggressività oppure con indolente passività, e la società diventa sempre
più aggressiva e violenta.
“Più l’individuo è consapevole del proprio valore”, scrive Risè, “più
forte è la sua relazione con la vita. Per questo i figli senza padre,
lesi nella propria autostima, capeggiano le statistiche dei
suicidi:75%!”.
Adeguarsi alle norme e alle regole, saper reggere il confronto con la
realtà, è una cosa difficilissima senza un padre.
Raccogliamo tutti insieme,
uomini e donne di questo tempo, l’esortazione di Telemaco che,
nell’Odissea di Omero, esclama:”Se quello che i mortali desiderano
potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”.
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