UNO JUNGHIANO CONTRO
LA GRANDE MADRE

Di Luca Pesenti

Da Il Domenicale, anno 2, numero 11, 15 marzo 2003

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Servono padri per poter crescere pieni di certezze, per affacciarsi baldanzosamente al mondo con spirito di avventura. Non a caso scriveva Charles Peguy nella sua incompiuta “Veronique”, che l’unico vero avventuriero del mondo moderno è il padre: «Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti con la testa, che non è niente».
Niente di più inattuale, in effetti. La mitologia del nostro tempo richiede che il principio paterno, maschile, sia fatto fuori, espulso come presenza inaccettabile, ingombrante. Si sostiene insomma che l’autorità maschile e paterna sia un limite alla libertà, forse addirittura al dispiegarsi della democrazia. E la statistica sociale ci spiega il perché. Il 75% delle separazioni sono richieste da donne. Le stesse donne che detengono il potere assoluto di vita o di morte sul feto che cresce nel loro ventre, senza che il marito, il compagno, l’amante possano avere voce.
Claudio Risè, psicologo junghiano, da molti anni ormai si è addentrato nei meandri di questa società senza padri, e torna oggi a lanciare il grido d’allarme con “Il padre: l’assente inaccettabile” (San Paolo, € 9,50, p. 164), libro di sintesi della sua riflessione del quale anticipiamo un brano particolarmente significativo. Spiegandoci con argomenti convincenti che non è la donna ad aver trionfato dopo il femminismo, ma la madre. Anzi, la Grande Madre, ovvero il principio della soddisfazione del bisogno che è fondamento dell’odierna società dei consumi. Ma la Grande Madre appare anche sotto forma dell’azienda, in cui tutti competono contro tutti per poter ricevere i favori della materna azienda. È la vittoria del principio conservativo su quello evolutivo, il trionfo della certezza materna sull’avventurosa incertezza della figura paterna.
Ma il ruolo secondario dei padri non è semplicemente un dato psicologico, neppure sociologico. È lo srotolarsi della vita stessa a entrare in crisi, che determina una incapacità generalizzata a prendersi responsabilità adulte nella vita. Perché, come dimostrato in “L’eclissi del padre” di monsignor Paul Josef Cordes (Ed. Marietti), il ruolo paterno è insostituibile come strumento per il raggiungimento dell’autonomia dei figli, per renderli capaci di lanciarsi nel mondo senza paure, strappandoli dalle naturali attenzioni della madre e sciogliendo il nodo che inevitabilmente li lega. Per quanto tempo potrà fare a meno di padri questo mondo?