PADRE NOSTRO, TI ABBIAMO CACCIATO

Intervista a Claudio Risé

di Adriano Favaro

Da Il Gazzettino, 2 Aprile 2003

 Nel suo ultimo libro Claudio Risé lancia un vero e proprio appello per il recupero della figura paterna
 

 

«PADRE NOSTRO, TI ABBIAMO CACCIATO»

«Coloro che sono stati privati della sua presenza
sono in testa alle statistiche del disadattamento»

 

di Adriano Favaro

 da Il Gazzettino del 2 aprile 2003 www.gazzettino.it

 

Perché lanciare un "appello per il padre"?

«Ci è sembrato che l'allontanamento della figura paterna dalla coscienza collettiva stesse diventando un fenomeno quasi inosservato: abbiamo voluto denunciarlo rimettendo in campo un "rimosso", che è appunto il padre».

Anche la Chiesa e la Comunità episcopale italiana hanno denunciato di recente una società senza padri. Quando appare la coscienza della "mancanza" del padre?

«Dal punto di vista scientifico una ventina d'anni fa, col libro di Alexander Mitscherlich, psichiatra e antropologo, "Società senza padri", testo tradotto in tutto il mondo occidentale. Poi arriva Robert Bly che fonda anche il "movimento degli uomini americano". Negli anni '90 il tema è affrontato nel mio libro "Il maschio selvatico", Red edizioni, un libro cult».

Che cosa fa una società quando si accorge del padre "cacciato di casa"?

«Praticamente niente, il disastro continua e si ingigantisce. Aumentano i divorzi, aumenta il sistema dell'affidamento alla madre e continua l’atteggiamento punitivo verso il padre. Anzi, questo atteggiamento è crescente».

Proprio alcun cambio?

«Negli ultimi anni ci sono stati movimenti contro questa organizzazione del costume e legislativa, che ha portato all'espulsione del padre».

Lei nel libro esprime un giudizio duro verso giudici e avvocati.

«In America quella dei divorzi è una fabbrica. Una ditta dedicata alla distruzione della famiglia e all'arricchimento delle persone che vi lavorano: dagli avvocati ai giudici, agli assistenti sociali. Negli Usa ci sono tantissimi studi su questa realtà. Gli economisti hanno calcolato che una parte considerevole del reddito nazionale viene bruciata in queste liti».

In Italia?

«Il fenomeno è meno studiato, e meno grave, anche perché da noi non salta un matrimonio su due. Però l'accelerazione è molto forte».

Finora le statistiche americane dicono che…

«I senza padre sono in testa alle statistiche di devianze, droga, disturbi alimentari, alcolismo, abusi sessuali. In Italia non esistono dati precisi su questo argomento. Da noi c'è una specie di tabù sul danno della "cacciata" del padre».

Anche in Parlamento si sta discutendo dell'affido condiviso per i figli di divorziati.

«E’ un passo verso la ricostituzione di una famiglia simbolica; anche nella psiche del bimbo, dopo il naufragio della famiglia giuridica. E’ una norma dal punto di vista psicologico importante e necessaria, già adottata in quasi tutti i Paesi europei. Ma spesso di queste cose non se ne parla per coprire gli interessi in gioco di avvocati, assistenti sociali, sociologi, giudici».

C'è un segno "archetipo" della paternità: il padre racconta ai figli della "ferita" del nonno. In tutto il suo lavoro c'è un senso di dolore fisico e metafisico verso il padre.

«Il segno del padre è anche il segno del dolore e della perdita, un dolore ed una perdita che contraddistinguono la vita umana, che comincia con la perdita della madre e finisce con la perdita della vita. L'essere umano cresce nelle perdite, nei distacchi, nelle ferite. Diventa adulto così».

In passato i riti di iniziazione aiutavano.

«Ora sono quasi scomparsi. È perdita anche il passaggio dalla V elementare alle medie. Vivendo le perdite la personalità cresce e si rafforza. Invece più si nega, meno si boccia, più si caccia il dolore dalla vita dell'uomo, cercando una paradossale ricostruzione dell'Eden, più l'essere umano si indebolisce e diventa incapace di far fronte alla vita».

Perché si è cacciato il padre?

«Era inevitabile. Il padre è il testimone del dolore e della perdita. La società occidentale ha avuto una trasformazione che la portava verso una specie di Bengodi: questo ha corrisposto alla cacciata del padre».

Freud parla di uccisione del padre e possesso della madre: siamo ancora collegati a questa idea?

«Il Freud autentico è anche accettazione della castrazione; di questa "famosa ferita" che il padre ti dà, per insegnare. Dobbiamo apprendere la ferita rinunciando al possesso della madre. Uccidere per possedere è una malattia. La terapia che Freud propone è accettare che la madre sia del padre e non tua; entrare in una dimensione di sviluppo della capacità di rinuncia. Questo è lo sviluppo psicologico adulto».

La filigrana del libro è fatta di simboli, ma il simbolismo nella nostra quotidianità è deflagrato. Viviamo in un puzzle senza interpretazioni.

«I simboli sono diventati dei segni utilizzati dalla pubblicità e dalla comunicazione mediatica. Ma sopravvivono nell'inconscio».

Il padre è una figura di Dio, è l'essenza e l'azione di Dio-Paternità. Come resiste questo in una società così secolarizzata?

«La nostra tarda modernità è una società in forte ricerca di Dio. Lo dimostrano il rafforzamento di tutte le Chiese tradizionali. Persino fenomeni consumistici e superficiali come la New Age hanno potuto fiorire simulando risposte “fabbricate” alla domanda di Dio. Dio, rispetto a 40 anni fa, è molto più presente nella vita dell'Occidente. Il 55 per cento degli americani assiste ad una funzione religiosa una volta la settimana. Anche in Italia esistono molte formazioni religiosamente appassionate».

Lei sostiene che alla figlia senza padre mancherà parte della femminilità.

«Diciamo che il padre amoroso che guarda la figlia, le trasmette il suo amore e la sua approvazione, è la figura psicologica che passa alla giovane donna l'orgoglio e la sicurezza che il suo essere femmina è in qualche modo garanzia di valore».

E se non avviene è crisi.

«Perché l'autostima non si forma mai completamente se l'altro non conferma il tuo valore. La madre che dice che sei brava non è così definitivamente rassicurante come quando te lo fa sentire l'amore dello sguardo paterno».

Segnali di cambiamento "verso una società con il padre"?

«Stanno avvenendo. Hanno cominciato gli Usa, e ora si discute anche in Italia: molti giovani guardano con favore al “covenant marriage”, cioè al matrimonio indissolubile. Un patto che un uomo ed una donna fanno, anche se in quello Stato è possibile divorziare. Loro non accetteranno mai il divorzio. Indissolubile il loro legame: è questa la loro libertà, non sottostare a legislazioni divorziste. Questo patto lo approvano ormai gran parte degli Stati americani».

Lei cita il colonnello dei marines e senatore Oliver North quando dice che il grande problema per gli Usa non è vincere la guerra contro il terrorismo. Il vero problema riguarda gli uomini che non hanno più la responsabilità per i bambini che hanno generato. Ma ha mai provato a fare il padre-pendolare?

«Giusto. Non è vero che ci sia più tempo libero: dal 1930 ad oggi il tempo libero del lavoratore dipendente (compreso l'alto dirigente) è diminuito. Ma l'esercizio della paternità è solo in parte questione di tempo passato con i figli. E' molto questione di consapevolezza del ruolo del padre. Il padre è anche il testimone della ferita amorosa, dell'amore con la ferita. Se si passa poco tempo col figlio non si può dargliela vinta su tutto; o lasciarlo davanti alla televisione e non parlare di nulla con lui. Il tempo sarà poco ma quando ci sei devi fare il padre, non puoi essere il surrogato della madre o un fantasma distrutto dalla stanchezza».

Mai pensato che le sue idee sul nuovo padre diventino ideologie politiche, magari ultraconservatrici?

«Sì. Ma la faccenda mi lascia tranquillo. Sono assolutamente libero e non legato ad uno schieramento particolare. Osservo i fenomeni della società, non sono infatuato ideologicamente».


L’AUTORE

Claudio Risé, psicoanalista, docente di Sociologia all'Università dell’Insubria, scrittore, membro del comitato scientifico di Fondazione Liberal, è l'autore de "Il padre, l'assente inaccettabile", uscito in questi giorni ed edito da San Paolo. Nel libro, oltre ad analizzare l'Occidente come una società senza padri, sottoscrive con altri uomini di cultura (tra cui Stefano Zecchi), un "appello per il padre" che qui riportiamo nella sua prima parte:
"La figura del padre è stata in Occidente separata dalle sue funzioni educative e sociali. I risultati del tutto prevedibili secondo le Scienze umane sono: insicurezza e difficoltà di iniziativa nei figli; incapacità di accettare il principio di autorità; solitudine e fatica nelle donne madri nel dover assolvere da sole il peso educativo; frustrazione nei maschi adulti, svalutati in questo aspetto essenziale dell'identità maschile. Nell'insieme una situazione fonte di danni gravissimi agli individui, alla vita di relazione e familiare, alla società, alla nostra civiltà. Occorrono interventi, che ridiano dignità e responsabilità alla figura paterna.
Di grande significato affettivo, e simbolico, in questo quadro, è la posizione del padre nei confronti del figlio procreato. La prassi vigente priva il padre di ogni responsabilità nel processo riproduttivo. Una situazione paradossale, ingiusta dal punto di vista affettivo, infondata dal punto di vista biologico e antropologico, devastante sul piano simbolico. Per il bene dei figli e della società è necessario che al padre sia consentito di assumere quelle responsabilità che gli toccano in quanto coautore del processo riproduttivo".