Una società orfana per l’assenza del padre

 Intervista a cura di Caterina Diemoz

 Dal Messaggero di sant’Antonio, ottobre 2003

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“Ho tutto ormai: denaro, potere, successo. Ma una cosa mi manca: un padre per il quale provare ammirazione e rispetto”. A parlare è Keanu Reeves, abbandonato dai genitori poco più che bambino. Ma lui è molto più noto come eroe di Matrix, il thriller futuristico più celebrato del momento che esibisce una realtà virtuale dai colori dell’incubo, esito estremo di un mondo ridotto a deserto privo di senso. Chissà, forse anche Matrix e i suoi uomini-burattini sono il volto inquietante di una società smarrita, orfana della figura paterna. Certo, non mancano in giro papà affettuosi che spingono carrozzine e portano i figli a scuola o alla partita di calcio, ma i segnali di un disagio profondo non mancano: tra questi la crescita ormai esponenziale di separazioni e divorzi e l’aumento di figli genericamente bollati come “difficili” che oggi sperimentano da parte dell’adulto nuove e più subdole forme di abbandono: ad esempio, la soddisfazione rapida e acritica di ogni loro capriccio per farsi perdonare ripetute latitanze sulla scena familiare. Insomma, dov’è il padre? Se lo chiede da tempo un’agguerrita nuova generazione di psicanalisti di cui Claudio Risé, di formazione junghiana, è un convinto esponente. Già, perché oggi a puntare il dito sull’eclissi della figura paterna non è la Chiesa e nemmeno una destra nostalgica, bensì quella psicanalisi che si era prefissa la “liberazione” dell’uomo dai divieti di una società repressiva, ritenuta all’origine di ogni nevrosi. Pare invece che, crollati i tabù, la psiche “liberata” non goda affatto di buona salute. Tutti temi che Risé affronta nel suo ultimo libro Il padre. Assente inaccettabile (San Paolo Ed., 2003).

Msa. C’è una frase di Gustav Jung che lei cita nel suo libro: “All’abolizione dell’immagine di Dio segue istantaneamente l’annullamento della personalità umana”.

Risé. La prima qualità che noi percepiamo del padre è il fatto di averci donato la vita. E’ quanto, nell’esperienza religiosa, si esprime da parte della creatura nei confronti del suo Creatore e genera un sentimento di vicinanza da parte dell’uomo a quel Padre che lo accompagna nel suo destino. Senza questo affidamento è la fiducia nella vita che viene a mancare, e viene sostituita da quella smania di controllo sull’esistenza che è caratteristica della nevrosi ossessiva, dominatrice del postmoderno.

Msa. Tra i modelli di “paternità responsabile” che lei cita c’è anche quello del rapporto tra Gesù e suo padre Giuseppe. Che cosa insegna?

Risé. L’iniziazione di Gesù da parte del padre che lo presenta alla Sinagoga è una tappa fondamentale nello sviluppo di una relazione del bimbo divino, ma, in realtà di ognuno di noi, con la comunità che lo circonda. Spetta al padre guidare il figlio nell’inevitabile distacco dalla figura materna che è anche fonte di dolore. Ma per quella ferita passa la via verso l’età adulta, l’unica capace di trasformare i figli in uomini e in padri futuri.

Msa. Cos’è accaduto invece nella “società senza padri”?

Risé. Sembra proprio che la nostra società occidentale abbia deciso, per la prima volta, di fare a meno delle ferite, delle iniziazioni, dei passaggi traumatici dall’infanzia al mondo degli adulti mantenendo il figlio nel limbo di un’eterna adolescenza. Allo stesso modo si teme Dio e la sua dimensione verticale, e quella inevitabile croce che è alla base della nostra vita, ma sulla quale nessuno vuole più salire.

Msa. All’eclissi del padre lei oppone la progressiva dilatazione della figura materna in cui vede un simbolo nella società dei consumi. Cosa lega la madre a questa “Grande Madre” pronta a soddisfare ogni nostro capriccio?

Risé. Prevale, da tempo, a discapito della necessaria frustrazione sulla quale s’innesta la crescita, l’imperiosa “soddisfazione dei bisogni” tipica del rapporto materno e sempre più indotta artificialmente dai media. Così l’intera società diviene una Grande Madre il cui scopo è alimentare il circuito della produzione-consumo e l’uomo che ne deriva è quello del “pensiero debole”: privo di tensione verso il trascendente e dominato da un senso di vuoto “riempito” con l’assunzione di alcol o droghe, ma anche di ideologie politiche estreme o pseudoreligiose, tipo New Age.  

Msa. Ha delle responsabilità il femminismo e la sua demolizione ideologica della figura maschile?

Risé. Il femminismo è stato più un sintomo che una causa. L’assenza del padre è cominciata durante la guerra quando, in assenza del maschio, la donna si è assunta nuove responsabilità. Tra queste, l’educazione: oggi le donne nella scuola elementare italiana rappresentano il 94,6 per cento del corpo docente e restano in netta maggioranza alle medie e alle superiori, ma il trend è internazionale. Ormai è la figura femminile a introdurre l’uomo nella società adulta, con tutte le conseguenze che ne derivano, mentre il padre che trasmetteva il mestiere al figlio è scomparso con il trasferimento del lavoro dalle botteghe alle grandi multinazionali.

Msa. E il maschio che ne dice? Sul sito Internet che lei ha aperto si leggono decine di lettere di uomini in crisi, perfino manifesti di associazioni maschili che invitano alla riscossa. Ci parli di questa galassia inesplorata.

Risé. Di questi gruppi fanno parte persone che puntano al recupero di un’identità maschile considerata perduta, e sono oggi diffuse in America ed Europa. Ma accanto a queste ce ne sono altre, laiche o religiose, che propongono il ritorno al matrimonio indissolubile, o covenat marriage, perché sostengono che non compete allo Stato decidere per i cittadini. In particolare, in Australia, giovani sempre più numerosi, spesso figli di divorziati, si oppongono al matrimonio “usa e getta” e chiedono di sposarsi con norme che garantiscano la famiglia e non la sua distruzione sostenendo che l’esistenza stessa del divorzio demotiva la coppia, spingendola su questa strada. E il covenant marriage è già realtà in molti degli Stati americani.

Msa. Un altro obiettivo è l’affidamento congiunto o condiviso. Ce ne parli.

Risé. E’ un altro punto centrale in questo processo di cambiamento. C’è oggi una forte spinta, in tutto il mondo occidentale, verso leggi per l’affidamento congiunto dei bambini dopo la separazione o il divorzio. Anche in Italia c’è una proposta di legge che, però, trova opposizione soprattutto nelle potenti consorterie di quella che io chiamo “la fabbrica dei divorzi”. Infatti, il prevalente affido dei figli alla madre, che oggi è la prassi, consente di mantenere in piedi un meccanismo di consulenze psicologiche, assistenze sociali e attività legali, fonte di profitto per molte figure professionali che, qualora il rapporto tra separati divenisse più civile, non avrebbero più pane per i loro denti. Sarebbe un bene inestimabile per i figli se al loro padre, ridotto oggi a surrogato della madre o, al massimo, a fornitore di alimenti, fossero finalmente restituite le responsabilità che gli competono: se quel padre, che io chiamo “assente inaccettabile” in quanto figura del Padre senza il quale ogni senso è perduto, finalmente tornasse al loro fianco.

 

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