Padri, inizia la riscossa

intervista a Claudio Risé di Luca Gallesi

Da Avvenire, 10 maggio 2003

 

INTERVISTA

 Parla lo psicologo Claudio Risé: «Il nostro compito è di rilanciare un legame solido e positivo con la vita, anche nei suoi aspetti creativi. Ma esperienze come il divorzio e l'aborto testimoniano il prevalere di una prospettiva di morte. Riscoprire il ruolo maschile nell'educazione dei figli è ormai una scelta indispensabile»

 

La "questione maschile" sembra, lentamente ma tenacemente, riempire gli spazi lasciati vuoti da un femminismo sempre più vecchio e stanco. Claudio Risé, docente di Sociologia della comunicazione all'Università dell'Insubria e psicoterapeuta membro del Consiglio Direttivo dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ha introdotto in Italia lo studio psicologico sul maschile

(Il maschio selvatico, red edizioni è alla 15ª ed.), ed è autore di un recente e provocatorio saggio sulla paternità: Il padre. L'assente inaccettabile (edito da San Paolo, pagine 168, euro 9,50).

Dal libro emerge un'identità di punti di vista tra la concezione cristiana della vita, che prevede l'indissolubilità del matrimonio e il rifiuto dell'aborto, e quella di uno psicanalista laico che vede in divorzio e aborto due ferite che minano alla radice l'equilibrio degli individui, e della società .

Come nasce questa convergenza?

«La cura psicologica ha come obiettivo il risanamento e il rafforzamento della relazione con la vita, ed i suoi aspetti creativi. Ora sia il divorzio, che l'aborto, sono due esperienze di morte, nelle quali la vita viene distrutta. Questa distruzione viene registrata dall'inconscio come una perdita incancellabile, che segna profondamente l'individuo. Ora, più la cultura dominante istituzionalizza, "normalizza" queste esperienze di morte, più difficile diventa per la coscienza riconoscerne la natura mortifera, ed elaborarne quindi il pesante lutto. Respinti nell'inconscio, questi eventi di distruzione vitale "regrediscono", diventando volta a volta fantasmi persecutori, complessi, idee ossessive, paure, comportamenti distruttivi verso di sé o verso gli altri. Nella società in cui la vita e gli affetti possono essere distrutti con l'approvazione della legge, trionfa, naturalmente, il panico: la psiche viene presa dalla paura. Negando il carattere mortifero di divorzio e aborto insomma, l'attuale cultura dominante non fa altro che moltiplicarne la distruttività nella vita di chi ne fa l'esperienza».

In che termini l'"assenza del padre" può essere ritenuta responsabile di questi gravi turbamenti?

«La funzione simbolica del padre è quella innanzitutto di generatore di vita. E poi di custode della vita che è stata creata, come è ben illustrato dalla figura di Giuseppe nell'infanzia di Gesù, da lui protetto dallo sterminio dei neonati, voluto da Erode. Se il padre è psicologicamente o fisicamente assente, o perché assorbito dalla carriera, o perché espulso di casa da un divorzio, non può più svolgere le sue funzioni di creatore e custode della vita».

La sua denuncia dell'esistenza, soprattutto nelle nazioni anglosassoni, di una vera e propria "fabbrica di divorzi", ossia di un'aggregazione di persone e burocrazie che vivono organizzando la rottura delle famiglie, è molto precisa e drammatica. Ci dobbiamo preoccupare anche in Italia di qualcosa di simile?

«Sarebbe ora di farlo, dato che anche se non siamo ancora al divorzio ogni due matrimoni, come negli Usa, il ritmo di crescita dei fallimenti matrimoniali è in forte aumento, specie nelle regioni più agiate. Citerò inoltre il caso dei migliaia, ormai, di bimbi sottratti alle famiglie perché troppo povere, o in situazione problematiche, ed affidati a istituti privati, con rette elevate a carico della comunità, e trattamenti miserrimi o addirittura criminali per i bambini, come le cronache periodicamente illustrano. O i molti casi di divorzio sollecitato da assistenti sociali, con la minaccia di prelevare, altrimenti, i bimbi. O infine l'opposizione degli avvocati divorzisti alla legge in discussione sull'affido condiviso, che è un modo di reintrodurre il padre nell'educazione dei figli che ha generato».

La secolarizzazione della famiglia e il passaggio delle competenze educative alla madre viene fatta risalire, nel suo libro, a Lutero e alla Riforma protestante. Dobbiamo davvero risalire così indietro nel tempo per trovare le radici della progressiva scomparsa della figura paterna?

«La Riforma secolarizza il matrimonio, e l'intera vita familiare, sottraendola al Regno di Cristo, ed alla relazione col Padre. Da lì comincia un processo di svuotamento della presenza paterna, che si realizza poi con l'industrializzazione, e diventa infine sistema».

Come si lega la scomparsa del padre alla caduta della vitalità, che lei denuncia come caratteristica della società occidentale?

«La vitalità, il gusto per la vita, è legato nell'essere umano al senso di quest'esperienza, al suo significato. Ora, dal punto di vista simbolico, psicologico, e pedagogico, è proprio il padre colui che trasmette il sapere della perdita, costitutiva dello sviluppo umano, e insegna a utilizzarne le energie, indirizzandole verso un progetto dotato di scopo. Togliere di mezzo il padre, nella sua sostanza simbolica e non come semplice figura d'aiuto, ha dunque corrisposto allo smarrimento del significato della perdita, della frustrazione, del sacrificio, e quindi del senso stesso della vita. Come dice perfettamente la narrazione cristiana, se non si prende la Croce, facendo la volontà del Padre, non c'è nessuna ri-nascita».