Un ruolo che, oggi, ha perso significato

Intervista a Claudio Risé
a cura di Antonella Bersani e Lucio Giordano

da Confidenze, 11/6/2003


 

E’ vero che oggi fare il papà è più difficile? Lo psicanalista Claudio Risé dice di sì: non solo perché i padri moderni hanno sempre meno tempo per i loro bambini, ma perché hanno rinunciato alla loro funzione chiave. Che non è quella dell’amico, ma quella della guida. A questo argomento Risé ha dedicato il suo ultimo libro: Il padre, l’assente inaccettabile (Ed. San Paolo).

   

Cominciamo dal titolo: che cosa vuol dire che il padre è un assente inaccettabile?

“Oggi molti giovani, anche inconsapevolmente, hanno nostalgia del padre. Quello vero. Che ti guardi, magari anche da lontano, ma che ti vede, ti sorride, ogni tanto ti sgrida. Un padre che non fissa continuamente l’orologio, ma guarda il figlio negli occhi per infondergli coraggio. Se questa figura manca i figli si indeboliscono. Perché il padre ha il compito di aiutarli a crescere e a inserirsi nella società”.

Ma anche la madre li aiuta a crescere. Il suo ruolo non è intercambiabile con quello del padre?

“No, perché è il padre che educa al “distacco” dalla madre, attraverso la gestione autonoma del divertimento e del tempo libero. E questo è un passaggio chiave, che permette al figlio di sviluppare l’indipendenza e il senso di responsabilità. Un passaggio fondamentale, che nelle società antiche veniva scandito da un “rito d’iniziazione” (diverso in ogni tradizione) che segnava l’entrata nell’età adulta, ma che nella nostra società sta sparendo. I bambini non sentono più tanta differenza tra la figura della madre e quella del padre”.

Quali sono i motivi di questa perdita di ruolo?

“Sono principalmente due. I ritmi di lavoro che continuano ad aumentare, sottraendo ai padri tempo da destinare ai figli. E la crescita dei divorzi. Negli Usa ormai una famiglia su due si separa, mentre le stime per il futuro dicono che nei prossimi dieci anni arriveremo a una media di due su tre. In Italia per ora i dati sono inferiori, ma in crescita”.

Allora è meglio far crescere un bambino in un clima difficile piuttosto che chiedere la separazione?

“Non dico questo. Ma mi pare che oggi molte coppie si separino con facilità. Segno che sempre meno giovani credono nel significato profondo del matrimonio e della famiglia. Inoltre è rilevante il fatto che ben il 75 per cento dei divorzi venga chiesto dalle mogli.”

Perché lo ritiene rilevante?

“Perché prova che oggi molte donne, pensando di bastare a se stesse, allontanano il padre dalla casa e dalla vita del figlio”.

Quali sono le conseguenze di questa assenza?

“Esistono studi molto precisi in tutto il mondo occidentale. La mancanza di un ruolo guida, di un punto di riferimento forte che insegni lo spirito di sacrificio e il senso di responsabilità è un fattore negativo. Che può causare ai figli problemi di vario tipo, dalla droga ad altre forme di devianza”.

Ma allora tutti i problemi nascono dal divorzio?

“No di certo. Il padre può essere assente anche nelle famiglie “unite.” Perché spesso gli viene chiesto solo di parlare di soldi, di organizzare un buon livello di vita per la famiglia, ma di tacere sui sentimenti e sulle decisioni che contano per i bambini”.    

Come deve fare un padre per recuperare il suo ruolo nella vita dei figli?

“Deve abbandonare l’illusione di poter essere padre e anche amico: i nostri figli hanno già amici e compagni. Nei genitori cercano qualcosa di diverso”.

Che cosa?

“Una guida. Secondo un’indagine recente, trasmessa anche dalla RAI, la gran parte dei papà si dichiara soddisfatta del ruolo di amico. Ma la gran parte dei bambini lamenta proprio questo eccesso di “vicinanza” con l’adulto e vorrebbe, invece, avere accanto a sé un punto di riferimento. Il padre ideale, insomma, non è quello che confida al figlio i propri problemi, ma quello che sa indirizzarlo e sostenerlo, magari senza troppe parole, ma con sicurezza”.

Che cosa consiglia per comportarsi nel modo giusto?

“Anzitutto, dimenticarsi dei modelli proposti dalla tivù e dalla pubblicità. Il buon papà non è il “mammo”, che si limita a scimmiottare la mamma. Il padre certamente dona se stesso al bambino, ma in modo diverso dalla madre. Lui dona la sua esperienza di vita e indirizza i comportamenti del figlio. Per farlo, gli è richiesta soprattutto una buona coerenza nei principi e nei comportamenti”.

Se è vero che gli uomini sono stati “tentati” da falsi modelli, potrebbe essere duro per loro recuperare questa sicurezza.

“L’importante è che siano presenti nella vita dei figli e che comincino a rendersi conto del loro ruolo. Poi, certo, ognuno di noi si comporta in modo diverso e può solo proporsi come un modello imperfetto”.

Non crede che, dando tanta importanza alla figura maschile si rischi un ritorno alla famiglia dominata dal padre-padrone?

“Non credo: il tempo non va mai all’indietro e ci sono stati troppi cambiamenti a livello sociale e psicologico perché si creda ancora in quel modello di famiglia. Quello che reclamo è piuttosto un nuovo modello di paternità responsabile”.

Un appello agli uomini?

“Sì, perché gli uomini tornino a essere consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità”.

Le sembra che ci siano risposte positive?

“Negli ultimi tre anni, i padri che chiedono l’affidamento dei figli sono aumentati in tutto l’Occidente. Diversi Paesi hanno approvato la legge che rende possibile l’affidamento congiunto. Un’inversione di rotta, che spero venga presto recepita anche in Italia. Negli Stati Uniti c’è il “convenant marriage”.

Di che cosa si tratta?

“Di un patto con cui i futuri sposi si impegnano a non risolvere il matrimonio con un divorzio, indipendentemente dalle leggi dello Stato. E’ il segnale che sta maturando la volontà di recuperare il senso profondo della famiglia”.