Ecco lo stupidario
dei perfetti divorziati

di Nino Materi

 Da Il Giornale, 23/03/03


 

Esistono luoghi comuni che – pur fastidiosi da ascoltare – non creano alcun danno concreto. La lista degli esempi è lunghissima, basti pensare a espressioni-cult del tipo: “Non ci sono più le mezze stagioni…”, “E’ tutto un magna magna…”, “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Il pallone è rotondo…”, “I soldi non sono tutto nella vita…”, “L’importante è partecipare…”, “Come si mangia in Italia non si mangia da nessuna parte al mondo…”, e via banalizzando. Ci sono poi altre frasi che rischiano invece di produrre enormi danni, perché il loro passaparola finisce col condizionare situazioni e comportamenti di vitale importanza. Lo psicanalista Claudio Risé, in appendice al suo libro “Il padre. L’assente inaccettabile”(Ed. San Paolo), le ha raccolte una per una, spiegando come esse si basino su credenze assolutamente infondate. Ecco riuniti in un piccolo “stupidario divorzista” i casi più clamorosi seguiti (nel libro, N.d.R) dalla indicazione delle ricerche (tutte americane e condotti su campioni più vasti) che li smentiscono:

1° LUOGO COMUNE: “Un buon modo per ridurre i rischi di divorzio è convivere prima del matrimonio”

2° LUOGO COMUNE: “Quando in certi momenti del matrimonio si è molto infelici, è opportuno concluderlo con un divorzio”

3° LUOGO COMUNE: “Il divorzio serve a fare esperienza. Dagli insuccessi si impara, e i secondi matrimoni tendono a riuscire di più dei primi”

4° LUOGO COMUNE: “Il divorzio può provocare problemi per i bambini coinvolti. Ma non durano a lungo, e i bambini recuperano alla svelta”.

5° LUOGO COMUNE: “Quando i genitori non vanno d’accordo, per i bambini è meglio se divorziano che se rimangono insieme”.

6° LUOGO COMUNE: “I bambini cresciuti in famiglie spezzate dal divorzio hanno lo stesso successo nei loro matrimoni di quelli cresciuti in famiglie unite. Ciò perché essi sono più cauti nell’entrare in relazioni matrimoniali, e anche perché hanno una forte determinazione di evitare la possibilità del divorzio”.

Fin qui i luoghi comuni, ma nel rapporto uomo-donna esistono altri aspetti decisamente più devastanti sul piano psicofisico. Un territorio oscuro che Claudio Risé nel suo libro cerca di schiarire con la luce di una serie di discipline che vanno dalla storia alla sociologia, dalla letteratura alla psicanalisi, dalla giurisprudenza all’antropologia. Ogni capitolo de “Il padre” si trasforma così in un viaggio al quale Risé invita però a partecipare anche loro: le mamme. A cominciare da quelle incinte e che decidono di abortire. Nessuno può fermarle. Sono loro le uniche a decidere del proprio corpo. Lo prevede la Legge 194 che disciplina l’ “interruzione volontaria di gravidanza”. Il legislatore ha inteso così seguire solo la “volontà femminile”, senza tenere in alcun conto, dal punto di vista decisionale, quella maschile.

E’ giusto? La domanda cade angosciante, ma Risé non si sottrae alla scomodità delle risposte. Tanto da sviluppare addirittura una proposta già sottoscritta da centinaia di genitori, accomunati dal desiderio di restituire alla parola “padre” il senso che ha smarrito. “L’aborto non è una tragedia unicamente femminile – sostiene Risé. Rappresenta il fallimento di un progetto di paternità che esiste nella vita reale. Un dono offerto e poi negato. Una porta sbattuta in faccia, rinchiusa su quello spiraglio di vita che anche l’uomo ha contribuito ad aprire”. Ma dove intende arrivare Risé? Se la donna non vuole, o non se la sente, non si può certo obbligarla a portare a termine la gravidanza. Ed è proprio qui che l’autore de “Il padre” sviluppa la tesi più rivoluzionaria della sua ricerca. “Fatte le opportune valutazioni sulla personalità del padre, e sulla sua capacità di provvedere al figlio, la società potrebbe attribuire ala donna il completamento di un compito, di interesse umano e sociale, che lei stessa ha consapevolmente iniziato, e che da quel momento viene socialmente riconosciuto, garantendo alla madre un riconoscimento, e una serie di tutele. In altre parole, viene sancita la consapevolezza responsabile del mantenimento della vita del bambino fino al parto”. Ma come rispondere all’accusa di “appropriarsi con la violenza di un corpo altrui?”.

“Nessuna violenza – replica lo studioso -. Il corpo femminile è, e resta, della donna. Nessuno ne rivendica il possesso. Quel corpo ha comunque accettato un’unione che poi ha portato al concepimento. E adesso il corpo centrale è quello del bambino. Lui incarna il diritto primario, il diritto di vivere”.

Ma ne “Il padre” c’è posto pure per una dura denuncia nei riguardi della “fabbrica dei divorzi”, cioè quello che Risé definisce un “organismo multiforme, dotato di enorme potere che influenza, impiega e muove una buona fetta del reddito nazionale per disperdere le famiglie esistenti”. Un’esagerazione? Non per Risé che prova – documenti alla mano – i guasti causati dagli impiegati della “fabbrica dei divorzi”. E ce n’è per tutti. Giudici, psicologi, assistenti sociali, periti di vario genere, amministratori di una quantità di enti: protagonisti delle più potenti lobby contemporanee in grado di imporre separazioni e divorzi che si concludono quasi sempre “con l’espulsione dei padri da casa e con la rottura, o il grave indebolimento, del loro rapporto con i figli”. Eppure tra le pagine de “Il padre” non c’è mai posto per il risentimento, anzi l’indagine di Risé è spesso pervasa da momenti che nulla hanno a che fare con un’olografia da “Guerra dei Roses”, Un atteggiamento di cui il lettore si convince fin dall’introduzione, dove ad accoglierlo trova questa frase: “Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”. E’ Telemaco, il figlio di Ulisse, a parlare così nell’Odissea. Egli è una delle prime figure che nelle grandi narrazioni dell’umanità testimonia dell’angoscia del figlio senza padre. Dopo di lui ne vennero molti altri. E oggi sono legioni. Tutti con in fondo al cuore un messaggio che palpita dello stesso sentimento: la nostalgia dello sguardo paterno. Di un padre che ti guardi magari anche da lontano, ma che ti veda, ti sorrida, ogni tanto ti sgridi. Di un padre di cui si possa cogliere il gusto per la vita e la fatica, la gioia e il dolore. Questo padre però – a giudizio di Risé – oggi è assente. Innanzitutto perché di solito non ha avuto, a sua volta, un padre che gli insegnasse ad essere tale: “Parli pure di soldi, organizzi senz’altro un buon livello di vita per la famiglia, ma quanto al resto, per cortesia taccia”. Per tutte queste ragioni il padre è oggi emotivamente assente, spesso addirittura respinto in una “grigia terra di nessuno”, da cui non può più guardare, comunicare coi figli, né loro con lui. “Quest’assenza tuttavia è inaccettabile – spiega Risé -. La figura del padre è, infatti, costitutiva della creazione, della vita, e del suo sviluppo. Senza una significativa presenza paterna, l’organismo vitale tende a indebolirsi, e a perdere interesse alla stessa esistenza. Tutto l’umano assume una forma definita, e acquista il suo dinamismo, nel segno del padre che lo genera. Così come acquista tranquillità e sicurezza affettiva nell’esperienza della madre positiva, che lo accoglie. Ecco perché oggi proviamo tutti più o meno consciamente, nostalgia di questa presenza”. L’intenzione è di contribuire a una speranza: che il padre ritorni.