| Opera di un
affermato psicologo di formazione laica, convertitosi al Cattolicesimo
nel corso delle sue ricerche, il libro ripercorre la crisi della figura
paterna in Occidente.
Il principio della crisi viene indicato dal Risé nell’istituzione
protestante del divorzio che, non contemplando più Dio come vero attore
della dinamica familiare, enfatizza e sbilancia il ruolo della madre
progenitrice a scapito del padre educatore. Si racconta come nella
modernità europea l’eclissi educativa nella vita dei figli sia coincisa
con la progressiva specializzazione del “padre” in serbatoio finanziario
del nucleo familiare, ruolo che l’ha sempre più coinvolto nel lavoro.
Gradatamente l’imprinting emotivo materno, che corrisponde all’esperienza
della realtà di cui il bimbo dispone in principio, risulta sempre
meno integrato dalla formazione progettuale maschile, che insegnava
al figlio ad ordinare le pulsioni emotive in un progetto creativo
di vita. Si tratta di un processo secolare, con momenti di straordinaria
accelerazione: le rivoluzioni francese e industriale, e le due guerre
mondiali, che lasciano sul campo milioni di capifamiglia. Vi si intravede
tuttavia anche un progetto legato a ben definiti motori culturali
della modernità europea, che rinchiudono progressivamente i padri
in posti di lavoro lontani da casa, dalle fabbriche sino ai grandi
uffici delle multinazionali, e per tempi sempre più lunghi del giorno,
mentre ne dividono il tempo libero tra amicizie di club e tentazioni
consumistiche. In questo modo scompaiono dal mondo occidentale alcuni
riti originari dell’uomo, di svezzamento del figlio e di passaggio
attraverso le età, e alla visione paterna del progetto creativo della
persona sopravvive la sola etica materna di soddisfazione dei bisogni
immediati.
Ulteriore spinta viene data nel ‘900 dalla sviluppo tecnologico e
lavorativo che, aprendo le porte alla manodopera femminile, ne enfatizza
il riscatto sociale: raggiunta l’autonomia economica della madre,
attraverso la liberalizzazione di divorzio ed aborto ed ecco arrivare
all’emarginazione del padre come pilastro familiare, in un quadro
di crisi già profonda del suo ruolo e di radicato assenteismo. All’interno
di un disegno culturale che ha portato la madre a decidere del destino
familiare del padre come di quello dei figli, prospera oggi una burocrazia
di professionisti e di addetti ai meccanismi del divorzio e dell’aborto
di massa, che opera ormai attraverso gruppi di pressione per il mantenimento
di sé stessa, con il tacito accordo dell’industria consumista.
A pochi passi dal disastro sociale in Occidente, in una società che
non genera figli ma consumi, troppo attenta alla soddisfazione dell’edonismo
personale per poter generare un cambiamento corale, si notano però
lievi segnali in controtendenza, bisogni remoti mai del tutto sopiti
che tornano alla superficie della vita umana: è il ritorno del padre.
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