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Di Luca Pesenti Da Tracce - Litterae communionis, marzo 2003
Il mondo occidentale ha
perso di vista l’importanza della figura paterna, quella cioè che
trasmette al figlio Ne
parla Claudio Risé,
psicanalista e docente di Sociologia |
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Sul finire degli anni Cinquanta Claudio
Risé è uno studente del Liceo Berchet. In cattedra incontra, tra gli
altri, un professore di religione, don Giussani. Ne resta colpito, nasce
un’amicizia, ma alla lunga non lo segue. Risé va per la sua strada,
studia a Ginevra, diventa assistente universitario di Sociologia, ma
alla fine molla tutto, torna in Italia per fare il giornalista (Espresso,
Corriere della Sera, Espansione, Il
Tempo). Eppure quel mondo non è per lui, i conti non tornano mai
e allora entra in analisi per poi diventare egli stesso analista,
folgorato da Jung e dai suoi simboli. Oggi è psicanalista di fama (poco
avvezzo però al “crepetismo” e ancor meno alla vanagloria televisiva) e
docente di Sociologia all’Università dell’Insubria di Varese. Un
avventuriero solitario, che rivendica però con orgoglio la sua
appartenenza alla Chiesa. E che, seppur da lontano, non ha dimenticato
le antiche lezioni di Giussani e continua a leggerne i libri. Cura e significato della vita«Vorrei solo rilanciare la questione delle differenze psicologiche e simboliche che un figlio dovrebbe poter distinguere. La madre - spiega Risé - trasmette la cura della vita, il padre trasmette invece l’identità e il senso di appartenenza, ovvero ciò che rientra nei significati della vita. L’esempio della vita di Gesù è in questo senso assoluto: può permettersi di sacrificare la sua vita in virtù della sua appartenenza al Padre. Nella vita degli uomini, questo significa che l’appartenenza al padre istituisce l’identità e quindi la capacità di sacrificio verso i figli, siano essi naturali o spirituali». E questo discorso ha, nel ragionamento di Risé, fondamentali (e per nulla scontati) risvolti sociologici. Primo tra tutti questo: il principio guida del mondo occidentale è quello materno, legato alla soddisfazione dei bisogni, mentre risulta marginalizzato il principio (maschile) del dono. Spiegazione: «I fondamenti dell’appartenenza sono due: puoi vivere una appartenenza identitaria, che rimanda a un padre, oppure un’appartenenza di tipo materno, che vincola strettamente al bisogno e al piacere. Di regola questi due modelli coesistono, ma l’unicum occidentale è di aver fatto fuori il primo principio, lasciando l’uomo in balìa del secondo. Il modello dominante è un modello di mantenimento conservatore dell’esistente, fondato sull’interesse e sul principio del piacere». Il suo archetipo, sostiene Risé, è la grande azienda, il trionfo della Grande Madre che appaga bisogni, distribuisce potere, non crea solidarietà, ma anzi stimola la concorrenza, per ottenerne i favori (sotto forma di benefit, incentivi, premi). Eterno adolescenteInsomma, all’uomo spinto a non appartenere a nulla in virtù del principio di autenticità individualista, non resta che appartenere ai mondi sociali imposti dal potere. Non solo l’azienda, ma poniamo pure la destra e la sinistra, o anche un certo pensiero moralista e politicamente corretto al quale nessuno può negarsi, pena l’esilio e il silenzio, pena il sentirsi irrimediabilmente alieno perché esterno alle testoriane “supercarceri della statistica”. Ma torniamo alla Grande Madre: «È l’archetipo caratteristico della prima fase della nostra vita - spiega Risé -, in cui siamo totalmente dipendenti dalla nostra mamma, alla quale è demandato il compito esclusivo di appagare il nostro bisogno primario. Ecco, il potere ha adottato questo principio a criterio di organizzazione sociale, che determina uno stallo nella maturazione personale, quel modello dell’eterno adolescente così in voga ai nostri giorni. È questa dinamica a creare un mondo di edonisti, insicuri e inappartenenti, cui l’azienda viene incontro rassicurando e fornendo significati ovviamente fasulli». Padri traditoriTutto chiaro. Ma il padre, l’assente inaccettabile, che fine ha fatto? Giovanni Testori scriveva nel 1979 sul Corriere della Sera di quei padri traditori che avevano coniato una medaglia senza rovescio, «la medaglia della facilità, che non ha ammesso in sé il suo contrario: la difficoltà», consegnata allegramente ai figli, traditi da chi li aveva generati. Padri che tradiscono, che rifiutano i figli, a ricordarci che la paternità non è un dato “naturale” ma culturale, educativo. Padre traditore, o forse semplicemente assente. «Assente - afferma Risé - lo è di certo, ma da qualche parte c’è ancora. Simbolicamente, fenomeni come quello di Comunione e Liberazione, ma anche di altri movimenti religiosi contemporanei, rappresentano una formidabile proposta paterna, l’unico antidoto vero a fenomeni materni e di consumo come il new age. D’altra parte, l’unico modo che conosco per recuperare il padre in terra è quello di riscoprire il Padre celeste: molti se ne stanno accorgendo, il potere non ha ancora vinto». Già, il potere. Quello che attraverso due leggi (sull’aborto e sul divorzio) ha condotto la cacciata del padre fuori dal mondo. «Ma anche su questi temi c’è aria di rivolta, in giro per il mondo. E guarda caso proprio a partire dai giovani, che hanno subito l’assenza dei loro padri e per questo sanno cosa vuol dire farne a meno. C’è una notizia che naturalmente non ha fatto il giro del mondo, stoppata dai grandi network. In un paesino di minatori in Scozia, nell’East Enders, a un certo punto ci si è accorti che molte, troppe ragazze (in media molto giovani) aspettavano figli al di fuori del matrimonio. I servizi sociali inglesi sono intervenuti subito, portando l’aborto come rimedio a un problema che sembrava socialmente pericoloso. Ma i maschi del paese si sono ribellati, prendendo le difese dei loro figli. E hanno vinto la loro battaglia». Una battaglia per la vita in un mondo anti-vitale. La stessa che Risé ha proposto lo scorso anno, con un “Appello per il padre” pubblicato (è davvero un paradosso?) dal settimanale femminile Grazia e contenente una proposta forte: una legge che permetta al padre di “riscattare” il figlio che la donna vuole abortire, dare al padre la possibilità di negare alla donna il diritto all’aborto. «Una proposta choc - ricorda lo psicologo jungiano -, che fu accolta da un mare di lettere di uomini entusiasti. Da parte femminile, invece, fu il silenzio, nessuna reazione». Come dire che anche l’altra metà del cielo attende il ritorno del padre, l’unico avventuriero del mondo moderno: «Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia - scriveva Péguy in Véronique - e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti con la testa, che non è niente».
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