Padri insegnate che la vita è dono

(testo dell’intervista rilasciata da Claudio Risé a Luciano Moia per “Avvenire” del 5 febbraio 2006, www.avvenire.it)

Al sociologo e psicoterapeuta Claudio Risé, attento studioso dei mutamenti sociali della figura paterna, abbiamo chiesto di rileggere con noi il messaggio per la Giornata della vita.


D- Sport estremi, sfide in auto o in moto, uso di droghe sono comportamenti giovanili quasi inevitabili nella nostra società o pericolose derive che dovrebbero interrogare le nostre scelte educative?

R- Credo che questo fenomeno non possa essere visto come responsabilità dei giovani che vi rimangono coinvolti ma piuttosto come segno di una forte carenza educativa. L’adolescenza e la giovinezza, sono da sempre il momento in cui la persona deve fare i conti con sfide esterne e pulsioni interne. Ma i nostri giovani postmoderni non sono assolutamente preparati ad affrontare le sfide poste dallo sviluppo della personalità dall’adolescenza in poi. Troppi aspetti fondamentali, tra cui la stessa sessualità, vengono lasciati a discorsi politicamente corretti che non consentono di affrontare la vita in modo realistico, e non ideologico. Insomma non vengono minimamente educati ad assumersi consapevolmente la responsabilità del loro sviluppo.

D- I giovani che si abituano ad una “vita pericolosa”, cioè densa di emozioni estreme, saranno domani adulti insicuri, incapaci di assumere decisioni importanti come quella di costruirsi una famiglia?

R- Certamente uno stile di vita che assorbe in modo dispersivo tante energie preziose finisce per essere negativo anche in prospettiva futura. Sballo, droga e comportamenti devianti assorbono importanti risorse fisiche, intellettuali e morali che poi non sono restituite. D’altra parte non possiamo stabilire tout-court rapporti di causa-effetto. La vita ha per fortuna dei margini di mistero che ci impediscono di tracciare destini predefiniti.

D- Perché in alcuni giovani c’è la voglia irrefrenabile del rischio fine a stesso, che spesso vuol dire giocarsi la vita per una sfida, un momento di sballo, un attimo di follia?

R- La stessa Simone Weil ha scritto che l’uomo dev’essere addestrato alla forza per sapervi poi rinunciare. Intendo forza come capacità di controllo su se stessi, come addestramento a riconoscere le proprie pulsioni, come autodominio. La nostra società ha però rinunciato a questo tipo di educazione perché il concetto di forza ha assunto una valenza soltanto negativa. Dal punto di vista pedagogico si è preferito il permissivismo. L’educazione alla forza è stata ufficialmente abolita con il risultato che i giovani non sanno più riconoscere le spinte forti che si agitano dentro di loro, e certamente non le sanno dominare e guidare. Ma non lo sanno fare neppure i loro genitori e gli adulti in genere.

D- Forse perché si respira una cultura che sembra andare tutta nella stessa direzione…

R- Certo, un pessimo esempio ci viene dalla classe dirigente politica ed economica ai massimi livelli, ma anche da quelle figure che dovrebbero essere il riferimento immediato dei giovani. Quando un professore porta in piazza i suoi allievi con uno striscione che attacca il Ministro dell’Istruzione, la figura d’autorità cui si riferisce sia il suo lavoro, che quello degli allievi, non può poi pensare che quei giovani sviluppino un senso di responsabilità nei confronti degli altri, e di se stessi. Quando i maestri, e le forze politiche offrono simili esempi significa che è in atto un’azione, da parte di adulti, per far saltare sia il principio d’autorità che, insieme, quello di responsabilità. Prendersela allora con i giovani è perlomeno ingeneroso. Essi sono innanzitutto le vittime di questa situazione. Sono loro che non possono imparare né una disciplina su se stessi, né, quindi, i saperi del fare e del vivere, e che pagheranno tutto questo al momento dell’ingresso sul mercato della vita, e del lavoro.

D- Quanto ha inciso nella situazione che vivono i nostri giovani oggi questa società “senza né padri, né maestri” che sembrerebbe interessata solo al guadagno e al successo?

R- Il padre è quella figura che dovrebbe riconosce a se stesso la responsabilità di iniziare i figli alla conoscenza della forza e, in alcuni momenti, di sapervi rinunciare. Ma tutto ciò è stato rimosso sia sul piano educativo che su quello simbolico. I giovani devono purtroppo confrontarsi con questo grande vuoto. Il padre è un perno decisivo e insostituibile nel processo di crescita. Quando manca le conseguenze sono gravissime; i figli cresciuti senza un padre capeggiano ogni classifica di devianza e disagio psichico, come dimostrano i dati che presento nei miei libri.
E oggi manca sempre più spesso. A parte i padri assenti per scelta o incapacità, ci sono quelli che separazioni e divorzi hanno allontanato dalle proprie famiglie. Così l’educazione è rimasta affidata alle soli madri.
Ma nessuno può fare allo stesso tempo il padre e la madre. Il padre è, anche, la figura della norma, la madre la figura dell’accoglienza. Se si contraddicono i ruoli, si rischiano confusioni pericolosissime. E i figli sono i primi a sopportarne le conseguenze.