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Il maschio moderno si porta dentro un padre malato: ferito nella virilità
come Amfortas, il Re Pescatore del mito bretone che guarisce solo quando
un cavaliere lo interroga sul perché del suo dolore («Dimmi cosa ti
strugge?»); il cavaliere è Parsifal, lo stesso che ha recuperato la sacra
lancia, cioè il Fallo, e sa amare le donne. Analogamente, per recuperare
la sua capacità di essere uomo e amante felice, il maschio dovrà chiedersi
cosa tormenti l’Amfortas ferito che si porta dentro, e guarirlo.
E’ la proposta di Claudio Risé, psicoanalista junghiano, agli uomini
contemporanei. «A partire dal femminismo per arrivare alla Signora Bobbit»
scrive in
Maschio, Amante Felice
(Frassinelli) «si è acceso per il maschio un focolaio di guerriglia che lo
tiene permanentemente sotto tiro, da quando azzarda un complimento non
richiesto a quando si addormenta accanto alla moglie». Contrariamente a
un’opinione diffusa, però, l’infelicità virile non proviene tanto
dall’aver perduto il potere patriarcale o dall’antagonismo con la femmina
esigente e sempre più sicura di sé, quanto da
una ferita dolorosa
e castrante.
A provocarla è stata la cultura contemporanea, che ha umiliato il Fallo la
cui bellezza e potenza era venerata e insegnata nelle iniziazioni maschili
di tutte le civiltà; umiliato al punto che «fallico» è diventato un
dispregiativo che sta per «prepotente, violento, ottuso, dominatore». Ed è
proprio una brutta «ferita» perché quella cultura è condivisa dagli stessi
uomini: maschio è brutto insomma, e volgare. Motivo?
L’eclisse del padre.
I ragazzi non sono più iniziati al mondo dal genitore e da altri maschi
come ovunque avveniva con l’avvento della pubertà, ma dalla madre e da
altre donne: ed anche la mamma più saggia non può porvi rimedio, perché
la
trasmissione della maschilità non è un’operazione intellettuale
ma si fonda sulla comunicazione personale e affettiva, da uomo a uomo. Ed
è solo per questa via che il giovane può ereditare la «fallicità» e
attingere da essa quell’energia profonda che fa essere generosi non solo
sessualmente ma anche nei sentimenti, nel lavoro, eccetera. Secondo Risé,
il padre (come il maestro di scuola, o di mestieri) ha cominciato ad
assentarsi con l’ultimo conflitto mondiale, prima per motivi bellici e poi
perché
proiettato fuori di casa da altre guerre, quelle per il successo, per la
carriera, il guadagno.
E il ragazzo, iniziato dalle donne educatrici, ha assunto come negativi i
valori legati al suo sesso.
Ecco allora una galleria di figure maschili condizionate da una cattiva
percezione della virilità: per esempio
l’amico delle donne
che trova ridicoli e volgari gli altri maschi e diventa confidente di
ragazze che mai sentirà come potenziali amanti; oppure l’adolescente
problematico, timido e malinconico, convinto di essere «più interessante»
dell’amico seduttore ed estroverso, che le ragazze trovano rozzo salvo poi
preferirlo come partner.
Insomma un rapporto negativo col proprio Fallo crea un maschio pauroso ed
avaro, oscillante tra euforia, depressione e violenza: così avremo l’uomo
in carriera infelice per avere
spostato l’attenzione dal proprio sesso ai suoi accessori,
cioè alle apparenze (compagnia di modelle, generi di lusso, vacanze
d’immagine); oppure il soft male (maschio dolce) assolutamente
imbelle non per scelta etica ma per terrore del «guerriero» sepolto nella
propria natura, un soggetto pronto a esplodere come una bomba ad
orologeria carica di frustrazioni.
Fra tutti i contenuti della psiche maschile, ricorda Risé, il «guerriero»
oggi è il più diffamato, comunemente associato ad aggressività e
prepotenza. In realtà nello stato come in natura, il guerriero non nasce
per invadere ed opprimere l’altro ma per difendere gli spazi e i confini
della comunità; analogamente nell’individuo, l’aspetto psichico del
«guerriero» difende gli spazi e i confini personali, senza dei quali si è
esposti ad ogni sopruso come il succube Fantozzi dei film. Nel richiamare
la nobiltà del guerriero, Risé ritorna senza volerlo a Parsifal. I
cavalieri di Artù erano uomini d’arme capaci di amare le donne ma anche
legati da una leale, virile amicizia,
tutto il contrario dei maschi moderni che smarrita la natura fallica,
generosa e creatrice, sono in aspra competizione tra loro per inseguire
traguardi illusori, fonte di cupidigia, d’invidia e d’infelicità, anche
amorosa.
E allora, pover’uomo? Secondo Risé il maschio sta reagendo alla
castrazione sistematica di cui è stato vittima per alcune generazioni in
Occidente. E’ un processo già in atto, soprattutto nel mondo anglosassone,
dove si moltiplicano le occasioni d’incontro e ricerca tra maschi che si
pongono la domanda di Parsifal al re Pescatore («Dimmi cosa ti strugge?»)
per «ritrovare e celebrare l’identità virile non più trasmessa dai padri
malati»: ecco dunque la riscoperta dell’amicizia, dell’uso leale della
forza, della generosità, dei valori rimossi perché «maschili». In America,
per esempio, sono sempre più numerosi gli uomini che, al momento della
separazione, chiedono l’affidamento dei figli, avendo ritrovato dentro di
sé il padre forte e amoroso al posto del bambino fragile e viziato.
Dall’identità
virile recuperata all’«amante felice» il passo è breve. Ma bisogna fare i
conti anche con la donna che potrebbe avere a sua volta problemi di
felicità, che l’autore sfiora soltanto. Così, alla fine, dopo aver
condotto il maschio alla riconquista del reame, Risé lo guida alla
riscoperta della compagna: dalla conoscenza del corpo alla confidenza
reciproca nell’intimità, fino all’identificazione della compagna secondo
gli archetipi femminili che il mito ha scolpito nell’inconscio dei secoli.
Perché «maschio sia bello», anche lei non deve avere troppi tormenti: si
tratti della Dea Madre o della Prostituta Sacra.
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