Maschio guarito. Amante ritrovato


di
Cesare Medail

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 8 giugno 1995

 

Il maschio moderno si porta dentro un padre malato: ferito nella virilità come Amfortas, il Re Pescatore del mito bretone che guarisce solo quando un cavaliere lo interroga sul perché del suo dolore («Dimmi cosa ti strugge?»); il cavaliere è Parsifal, lo stesso che ha recuperato la sacra lancia, cioè il Fallo, e sa amare le donne. Analogamente, per recuperare la sua capacità di essere uomo e amante felice, il maschio dovrà chiedersi cosa tormenti l’Amfortas ferito che si porta dentro, e guarirlo.
E’ la proposta di Claudio Risé, psicoanalista junghiano, agli uomini contemporanei. «A partire dal femminismo per arrivare alla Signora Bobbit» scrive in
Maschio, Amante Felice (Frassinelli) «si è acceso per il maschio un focolaio di guerriglia che lo tiene permanentemente sotto tiro, da quando azzarda un complimento non richiesto a quando si addormenta accanto alla moglie». Contrariamente a un’opinione diffusa, però, l’infelicità virile non proviene tanto dall’aver perduto il potere patriarcale o dall’antagonismo con la femmina esigente e sempre più sicura di sé, quanto da una ferita dolorosa e castrante. A provocarla è stata la cultura contemporanea, che ha umiliato il Fallo la cui bellezza e potenza era venerata e insegnata nelle iniziazioni maschili di tutte le civiltà; umiliato al punto che «fallico» è diventato un dispregiativo che sta per «prepotente, violento, ottuso, dominatore». Ed è proprio una brutta «ferita» perché quella cultura è condivisa dagli stessi uomini: maschio è brutto insomma, e volgare. Motivo? L’eclisse del padre. I ragazzi non sono più iniziati al mondo dal genitore e da altri maschi come ovunque avveniva con l’avvento della pubertà, ma dalla madre e da altre donne: ed anche la mamma più saggia non può porvi rimedio, perché la trasmissione della maschilità non è un’operazione intellettuale ma si fonda sulla comunicazione personale e affettiva, da uomo a uomo. Ed è solo per questa via che il giovane può ereditare la «fallicità» e attingere da essa quell’energia profonda che fa essere generosi non solo sessualmente ma anche nei sentimenti, nel lavoro, eccetera. Secondo Risé, il padre (come il maestro di scuola, o di mestieri) ha cominciato ad assentarsi con l’ultimo conflitto mondiale, prima per motivi bellici e poi perché proiettato fuori di casa da altre guerre, quelle per il successo, per la carriera, il guadagno. E il ragazzo, iniziato dalle donne educatrici, ha assunto come negativi i valori legati al suo sesso.
Ecco allora una galleria di figure maschili condizionate da una cattiva percezione della virilità: per esempio
l’amico delle donne che trova ridicoli e volgari gli altri maschi e diventa confidente di ragazze che mai sentirà come potenziali amanti; oppure l’adolescente problematico, timido e malinconico, convinto di essere «più interessante» dell’amico seduttore ed estroverso, che le ragazze trovano rozzo salvo poi preferirlo come partner.
Insomma un rapporto negativo col proprio Fallo crea un maschio pauroso ed avaro, oscillante tra euforia, depressione e violenza: così avremo l’uomo in carriera infelice per avere
spostato l’attenzione dal proprio sesso ai suoi accessori, cioè alle apparenze (compagnia di modelle, generi di lusso, vacanze d’immagine); oppure il soft male (maschio dolce) assolutamente imbelle non per scelta etica ma per terrore del «guerriero» sepolto nella propria natura, un soggetto pronto a esplodere come una bomba ad orologeria carica di frustrazioni.
Fra tutti i contenuti della psiche maschile, ricorda Risé, il «guerriero» oggi è il più diffamato, comunemente associato ad aggressività e prepotenza. In realtà nello stato come in natura, il guerriero non nasce per invadere ed opprimere l’altro ma per difendere gli spazi e i confini della comunità; analogamente nell’individuo, l’aspetto psichico del «guerriero» difende gli spazi e i confini personali, senza dei quali si è esposti ad ogni sopruso come il succube Fantozzi dei film. Nel richiamare la nobiltà del guerriero, Risé ritorna senza volerlo a Parsifal. I cavalieri di Artù erano uomini d’arme capaci di amare le donne ma anche
legati da una leale, virile amicizia, tutto il contrario dei maschi moderni che smarrita la natura fallica, generosa e creatrice, sono in aspra competizione tra loro per inseguire traguardi illusori, fonte di cupidigia, d’invidia e d’infelicità, anche amorosa.
E allora, pover’uomo? Secondo Risé il maschio sta reagendo alla castrazione sistematica di cui è stato vittima per alcune generazioni in Occidente. E’ un processo già in atto, soprattutto nel mondo anglosassone, dove si moltiplicano le occasioni d’incontro e ricerca tra maschi che si pongono la domanda di Parsifal al re Pescatore («Dimmi cosa ti strugge?») per «ritrovare e celebrare l’identità virile non più trasmessa dai padri malati»: ecco dunque la riscoperta dell’amicizia, dell’uso leale della forza, della generosità, dei valori rimossi perché «maschili». In America, per esempio, sono sempre più numerosi gli uomini che, al momento della separazione, chiedono l’affidamento dei figli, avendo ritrovato dentro di sé il padre forte e amoroso al posto del bambino fragile e viziato.
Dall’identità virile recuperata all’«amante felice» il passo è breve. Ma bisogna fare i conti anche con la donna che potrebbe avere a sua volta problemi di felicità, che l’autore sfiora soltanto. Così, alla fine, dopo aver condotto il maschio alla riconquista del reame, Risé lo guida alla riscoperta della compagna: dalla conoscenza del corpo alla confidenza reciproca nell’intimità, fino all’identificazione della compagna secondo gli archetipi femminili che il mito ha scolpito nell’inconscio dei secoli. Perché «maschio sia bello», anche lei non deve avere troppi tormenti: si tratti della Dea Madre o della Prostituta Sacra.

 

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