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Georg ha quindici anni. Ha fatto appena in tempo a
conoscere suo padre, morto quando lui ne aveva quattro. Di Jan Olav, suo
padre, gli è rimasto qualche vaghissimo ricordo. Rimane una lettera che il
genitore gli ha scritto poco tempo prima di morire di una morte
annunciata. Una lettera lunga, dolce, appassionata, in cui un padre si
racconta a un figlio che non potrà mai veder crescere e che, attraverso la
narrazione di una storia d’amore con una misteriosa “ragazza delle
arance”, Jan Olav introduce al mistero del senso dell’esistenza.
«Un po’ come nell’Amleto di Shakespeare», spiega lo scrittore
norvegese Jostein Gaarder, autore di La ragazza delle arance (Longanesi),
«il protagonista deve relazionarsi a un padre che gli sta parlando
dall’oltretomba». E aggiunge: «Questo romanzo è un riflesso della mia
vita. Sono sposato da 32 anni, ho due figli adulti e ora sono anche nonno.
Nella società moderna le relazioni familiari sono le più importanti».
La ragazza delle arance è un racconto d’amore, la storia a due voci di
un rapporto ritrovato – perché mai davvero perduto - , un dialogo ideale
tra un padre e un figlio.
«La caratteristica della società occidentale negli ultimi 50 anni è stata
quella di essere senza padre», spiega il professor Claudio Risé,
psicanalista, autore di numerosi scritti sulla psicologia del maschile e
sulla paternità, fra cui il più recente Il mestiere di padre (San
Paolo Ed.). «Perché il padre non c’è più, oppure perché non svolge la sua
funzione, o perché il divorzio l’ha portato fuori di casa e lontano dai
figli. Oggi, invece, si assiste a una riscoperta della figura paterna,
come mancanza da colmare, come nostalgia di qualcosa che si è perduto».
Non è un caso che, negli ultimi tempi, il panorama editoriale mostri una
chiara tendenza verso romanzi basati sulla figura paterna e sul rapporto –
vissuto come un dialogo, in alcuni casi anche come scontro – tra padre e
figlio. «Una decina di anni fa», ricorda Risé «c’è stata una grande
diffusione di libri che parlavano, in forma di denuncia, del rapporto tra
padre e figlia-femmina, con uno sguardo post-femminista». Ora un gran
numero di scrittori riscopre la relazione tra padre e figlio maschio.
Libri scritti da uomini, a volte in terza persona – come nel caso di Il
padre e lo straniero (Edizioni e/o) di Giancarlo De Cataldo – più
spesso in prima persona, dal punto di vista del figlio, con forti tinte
autobiografiche, quando non sono vere e proprie autobiografie. È il caso
di Venti giorni con Julian, brevissimo e poco noto scritto del 1851
(Adelphi), in cui Nathaniel Hawthorne, uno dei maggiori scrittori
americani del XIX secolo, ripercorre in forma diaristica i venti giorni
trascorsi da solo in casa con il suo secondogenito di cinque anni.
Autobiografico è anche Il mio orecchio sul cuore (Bompiani): Hanif
Kureishi, scrittore inglese di padre pachistano, racconta il ritrovamento
di un dattiloscritto del padre, morto undici anni prima: un romanzo mai
pubblicato, la cui lettura rappresenta per Kureishi un viaggio di scoperta
nella vita del padre, nel suo passato in India, nelle sue relazioni
familiari.
Il padre, continua Risé, è anche una figura di conflittualità, perché
rompe il rapporto simbiotico che, biologicamente, il figlio intesse con la
madre, e che non si interrompe con la gravidanza. Il padre è, dunque,
colui che provoca il distacco tra madre e figlio. L’idea del conflitto, a
livello simbolico, si ritrova nel romanzo d’esordio del gallese Ray French:
ambientato negli anni Settanta in una cittadina proletaria del Galles,
Tutto questo è mio (Einaudi) racconta in prima persona, attraverso gli
occhi di Liam, un ragazzino di dieci anni, il rapporto sofferto di un
figlio col padre, un operaio gretto e dai modi brutali, assillato dalla
minaccia immaginaria di un’invasione comunista. Diviso tra il naturale
attaccamento verso un uomo che, pur con tutti i suoi difetti, è suo padre,
e l’affetto per la madre che col marito non va più d’accordo, Liam
vorrebbe compiacere il padre, guadagnarsi la sua fiducia e la sua
ammirazione. In questo modo, però, si allontana consapevolmente dalla
madre. Un rapporto conflittuale tra padre e figlio è anche quello
raccontato in La verità su mio padre (Archinto), libro di memorie
del quarto libro di Tolstoj, Lev L ’vovic. «Per il figlio maschio
ritrovare un rapporto affettivo col padre, pure attraverso la memoria, è
un’esigenza vitale», spiega Risé. Questo recupero nella memoria è
fondamentale anche quando il padre è un uomo tirannico, un alcolista, un
violento, come nel caso di La confraternita dell’uva, capolavoro
senile dell’italoamericano John Fante, pubblicato nel 1977 e ora
riproposto da Einaudi (prefazione di Vinicio Capossela). La figura di Nick
Fante, approdato in America dall’Abruzzo nel 1901, rimane immortalata in
numerose pagine del figlio John. «Del padre c’è bisogno, per sviluppare un
obiettivo, una direzione», conclude Risé, «è una relazione forte,
profonda. Anche quando non è fisicamente presente c’è comunque stato,
perché il padre è l’immagine di te stesso». |