Politicamente corretto? No grazie

Di Nicoletta Polla – Mattiot

 (da Grazia, n. 2, 15 gennaio 1999)

 

La prima battaglia è semantica: no all’eufemismo zuccheroso e saccente, alla perifrasi vereconda che traveste la realtà sotto falso nome. E relega l’umanità vivace, complessa e sofferente in un limbo uniforme di portatori di adipe, di verticalmente, economicamente, psicologicamente svantaggiati, di single e di liberi. Il secondo bersaglio è il gioco affettato del volersi bene. In tempi di buonissimo ecumenico, il vero pericolo è l’aggressività inespressa. A forza di reprimere, si rischia l’esplosione efferata e violenta. E’ la politica dei buoni sentimenti che produce, nell’ombra, sette sataniche e integralismi. Con queste sovversive premesse, Claudio Risé, psicanalista e docente di Polemologia e Claudio Bonvecchio, docente di Filosofia Politica all’Università di Trieste, scrivono la loro dichiarazione di guerra al politicamente corretto: basta con l’egualitarismo vischioso e ipocrita. Basta con la melassa conciliante e perbenista. Ed ecco il colpo mortale: «Il buonismo ha rivelato ampiamente il suo lato feroce. E’ sotto gli occhi di tutti che, insistendo con le smorfie edulcorate, si diventa cattivi» (L’ombra del potere. Il lato oscuro della società: elogio del politicamente scorretto, Red). Giù la maschera dunque: malvagi non si nasce, si diventa. A forza di bontà e cinico bon ton. «Il politicamente corretto è la versione più aggiornata della società delle buone maniere, che teme la concretezza e rimuove il corpo, la natura, il sacro. Nell’Occidente maternizzato e consumista, la violenza, la forza, l’aggressività, il maschile sono tabù» spiega Risé. «Ma proprio perché ha rimosso la morte, la tarda modernità assiste a continui massacri, genocidi e stermini. Proprio perché nega la virilità registra un’escalation di stupri e delitti di “bravi ragazzi”. Non c’è come spostare nell’inconscio aspetti fondamentali dell’esistenza per renderli regrediti, arcaici e incontrollabili». Di qui l’atto di fondazione del «politicamente scorretto»: rivalutare il conflitto, guardare in faccia la realtà, chiamandola esplicitamente per nome, riscoprire il coraggio della diversità uscendo dall’uniformità conformista.

 

L’uguaglianza? Un falso mito

«Se fingiamo di essere tutti uguali, diventiamo una specie di ameba confusa e vuota», continua Risé. «La diversità del nero (come dell’uomo e della donna, o dell’handicappato) è portatrice di valori specifici. Se io comincio a glissare sul colore della pelle, sul Paese di provenienza, sulle abitudini di vita, sull’alterità, anniento l’individuo e rendo la relazione fasulla. Nella melassa indifferenziata, dove nessuno è portatore di identità, non c’è vera libertà: siamo tutti schiavi». Il politically correct contraddice sé stesso: esibisce generosità per dissimulare la volontà di controllo, millanta comprensione per conservare lo status quo. Una sensibilità di facciata, alternativamente retorica o censoria; almeno secondo il partito degli «scorretti». Così sotto il vessillo di una neospontaneità, l’esercito cattivista si allarga. Lo psichiatra Vittorino Andreoli sostiene che il buonismo è «politica dell’elemosina». Un tampone che, col pretesto di difenderli, tiene sottovuoto i diritti dei più deboli. L’economista Sergio Ricossa si spinge oltre: «Il politically correct è stupido e falso: pretende di consolare gli afflitti con le metafore e di non dar torto a nessuno. L’elogio della cattiveria è la base di ogni umanesimo non utopico. Contrariamente a quanto credono, o fingono di credere i buonisti, l’uomo non è buono per natura…», ha dichiarato in una conferenza al Cidas di Torino. «Eppure finiremo col censurare la Divina Commedia. Anzi, si finirà con l’abolizione dell’inferno da parte della Chiesa per non offendere i peccatori, i quali non saranno più peccatori bensì erranti per distrazione». Esattamente come l’invalido è diventato «ipocinetico», la mattanza è definita il «raccolto», i tagli di spesa sono «ottimizzazione», il crollo in Borsa è «un ripiegamento del capitale azionario». La rassegna di paradossi correct è lunghissima. Dal serio al faceto, l’ultimo nato è il gioco da tavola «Terzomondopoli», contraltare del competitivo, e perciò discriminatorio, Monopoli.

Non solo eufemismi

Eppure non si tratta solo di una guerra terminologica. Al di là delle citazioni caricaturali e degli eccessi risibili, la stagione del politicamente corretto ha coinciso con il movimento per i diritti civili. La parità sessuale e razziale, il rispetto delle minoranze e dei diversi stili di vita sono conquiste recenti. Il tasso di intolleranza nella società occidentale resta alto: l’educazione al rispetto, non soltanto verbale, è tutt’altro che conclusa. Anche senza temere revanscismi discriminatori, è forse un po’ presto per cancellare la portata storica del politically correct con il colpo di spugna dell’ironia. «Sono convinta che il ridicolo sia nell’occhio di chi ride. Ciò che per me è comico, per un altro può essere sacro», interviene Valentina D’Urso che insegna Psicologia all’Università di Padova e ha pubblicato un libro proprio su Le buone maniere (Il Mulino). «Per questo sarei molto cauta nel liquidare il politicamente corretto come eccesso ipocrita. Tutti noi siamo animali culturali: fin dalla culla i nostri comportamenti sono dettati dal contesto. Se siamo educati precocemente alla diversità, a non considerare nessuno – donna, straniero, handicappato – come vittima predestinata del nostro scherno, come bersaglio naturale del nostro senso di superiorità, cresceremo spontaneamente nel rispetto. Le buone maniere non tolgono libertà nella misura in cui rispondono a un preciso senso etico e non sono semplici convenzioni».

Galateo di fine millennio

Un galateo profondo della convivenza: non semplice etichetta, tassonomia del si fa e si dice, ma coscienza di appartenere a una collettività che, per funzionare, ha bisogno di regole condivise. «Quanto più i precetti del politically correct sono precoci e interiorizzati tanto più si useranno senza sforzo perché fanno parte delle modalità personali di espressione. Per questo non condivido la tesi di Risé e Bonvecchio», continua D’Urso. «Ci sono principi etici irrinunciabili che la storia ha reso alla portata di tutti. Forse bisognerebbe smettere di chiamare politicamente corretto ciò che, in realtà, è umanamente corretto. Con una consapevolezza: non c’è nulla di prescrittivo. Le buone maniere non ci dicono dove andare, ci insegnano solo come andarci». Eco-compatibili, multietnici, sessualmente emancipati. Consapevoli dei diritti delle donne, dei bambini, dei gay, degli extracomunitari, degli handicappati, dei malati, delle minoranze religiose, degli animali, dell’ambiente: ma basterà tutto questo per un galateo di fine millennio? C’è chi sostiene che bisogna andare oltre.

L’ora del disincanto

«La nostra società complessa, fortemente individualista e de-istituzionalizzata, deve ancora trovare il suo stile, inventare le sue buone maniere», osserva Carlo Merletti, sociologo della comunicazione politica all’Università di Torino. «Il politically correct ha svolto una funzione importante, ma non basta più. Se lo si tiene in vita artificiosamente, si corrono due rischi. Il primo è la retorica della banalità, il cliché buonista. Quell’equilibrismo filisteo e caramelloso che si barcamena fra operatori ecologici e Barbie in carrozzella, giri di parole e bon ton. Il secondo rischio è la strumentalizzazione, l’applicazione aggressiva e giacobina. Pensiamo a certe frange radicali di animalisti o di ecologisti. In nome del politicamente corretto si arrogano il diritto di stabilire quello che è giusto e quello che è sbagliato, condannando gli altri. Non è forse un atteggiamento cupamente inquisitorio?». Di certo non ha nulla del malizioso, trasgressivo, divertito disincanto dei film neocattivisti dove ci si prende, allegramente e spudoratamente, gioco di gay e disabili, si fanno elettroshock ai cani, si scherza su cerebrolesi e bambini down. E con vitale sfrontatezza, l’eroina di turno dichiara: «Non ho un cuore d’oro e non me ne faccio di certo crescere uno». Scorretta sì, ma comica. Cattiva, purché efficace. Come due pubblicità andate in onda proprio in pieno trionfo di buoni sentimenti natalizi: protagonisti bambini che distruggono a martellate i loro giocattoli oppure non si fanno scrupolo di minacciare e ricattare Babbo Natale perché porti loro il regalo giusto. «Sono tutte manifestazioni del contemporaneo: io non mi scandalizzo. Non ho mai creduto al politicamente corretto, a quell’aritmetica dei giudizi così rigida, così americana», sostiene la sociologa Barbara Mapelli, che svolge ricerche sulle tematiche di genere e sull’educazione. «Fortunatamente gli europei sono più complessi, conservano uno sguardo “prismatico” sui problemi, li vedono da vari punti di vista. Ho l’impressione che da noi il politically correct non sia mai stato una cosa seria e si sia trasformato rapidamente in una battuta».

Il prezzo dell’autenticità

Un altro voto a favore del cattivismo, contro l’autocensura e l’abbuffata perbenista? «Credo che la posta in gioco sia molto più alta», continua Mapelli. «Dobbiamo riscrivere completamente le relazioni fra i sessi, fra le generazioni e fra le razze: è l’intero sistema di giudizi che deve cambiare perché non siamo più adeguati alla vita che facciamo, non sappiamo né valutare né affrontare gli enormi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. Finora si è tentato un adeguamento, spostando le griglie di riferimento, rendendole un po’ più ampie o un po’ più elastiche. Adesso servono nuovi modelli. Plurali, complessi». Oltre la dialettica di corretto-scorretto. Oltre le battaglie degli aggettivi e delle definizioni. Occorre un’etica, non uno stereotipo. Né buona né cattiva: autentica.

 

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