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«Si vis pacem para
bellum». Gli antichi avevano risolto con la massima semplicità il profondo
senso di follia, lo scacco alla ragione, che ogni guerra genera. Se vuoi
la pace prepara la guerra. Oggi la contrario, proprio in un tempo di
guerre all’apparenza solo di pace, è diventato sempre più difficile
distinguere il giusto dall’ingiusto. Si è sempre troppo velocemente
interventisti e allo stesso modo troppo insistentemente pacifisti. Anzi e
non fa difetto l’ultima guerra in ordine di tempo, quella nella
ex-Jugoslavia, le stesse nazioni, gli stessi abitanti delle nazioni
interventiste sono i primi a correre in aiuto dei colpiti. Assumendo così
la duplice veste di torturatori e medici, di aguzzini e salvatori. Ed è
inevitabile. Ripugna Milosevic e il suo odio razziale, ripugnano i
kosovari anch’essi colpevoli di numerosi eccidi, ma pure ripugnano i
missili americani, fintamente intelligenti, i progressisti fintamente
pacifisti (per gli ultimi due vale anche l’aggettivazione al contrario).
Alla coscienza dell’uomo occidentale della tarda modernità, buonista per
definizione, ripugna tutto quanto esula dal campo della ragione per
rientrare invece nel vasto e magmatico mondo dell’ombra. E quanto più si
allarga questo mondo di tenebra, come nel caso di una guerra, tanto più il
buonismo si rivela fragile e il buonista infantile: butta le bombe e
piange sui corpi morti.
Con molto coraggio, su questo tema hanno scritto Claudio Bonvecchio e
Claudio Risé e ne è uscito un saggio gustoso e fuori dei soliti schemi. Il
titolo L’ombra del potere, il lato oscuro della società reca un
sommario che chiarisce subito l’intenzione dei due professori, il primo
docente di Filosofia Politica, il secondo di Polemologia: «Elogio del
politicamente scorretto».
Sì, perché non c’è nulla di più scorretto nell’epoca del «politically
correct», in cui la coscienza dominante collettiva tende a rimuovere gli
orientamenti che la mettono in discussione, esattamente come fa ogni
personalità individuale centrata sull’Io, che sostiene invece la necessità
di un confronto con i lati negativi e oscuri del mondo. La tesi è
affascinante ed è condotta con rigore scientifico: senza la perfetta
integrazione di bene e male, luce e ombra, in sé stesso e nel mondo,
l’uomo non è in grado di conoscere né sé stesso né il mondo. Può solo
usufruire di una visione limitata, quella che gli viene fornita da dogmi,
ideologie, preconcetti culturali, assiomi dello spirito o della ragione.
Rimane comunque sempre in un limbo dove, non conoscendo la forza di ciò
che gli appare come negativo, non può di conseguenza sviluppare la potenza
del positivo. A questo proposito Bonvecchio, sulle tracce di Jung,
analizza innanzitutto l’ombra del regno, cioè da un lato il paradiso nelle
sue forme religiose (cristiana, pagana, musulmana) e in quelle laiche
popolari come il mitico Bengodi e la terra di Prete Gianni, entrambi
frutto di un comune sapere archetipico. E dall’altro il lato oscuro, il
volto inespresso e demoniaco costituito dal Vecchio della Montagna, senza
il quale paradossalmente non esisterebbe il primo.
Quindi attua una breve fenomenologia dell’odio inteso come affezione della
coscienza, come ombra che non può essere rimossa, anzi indispensabile
all’esito di quel processo di individuazione del Sé che si snoda
nell’esistenza umana, come caratteristica costitutiva dell’uomo che va
però vissuta senza esserne schiavi, senza aderirvi completamente. Infine,
sulla parte più di attualità, sulla inafferrabile e insensata tragedia
della guerra: ovvero il Cavallo Rosso dell’Apocalisse giovannea.
Spiega Bonvecchio che solo attraverso il ricorso al mito e al simbolo, che
è un ponte che rimanda sempre all’essenza riposta delle cose, si può
indagare un fenomeno come la guerra di per sé ambiguo e ancipite. Se non
comprendere totalmente, mito e simbolo almeno garantiscono un collegamento
sufficiente e appropriato tra la coscienza e un archetipo quale appunto è
l’evento bellico, in ogni epoca avvolto da un’atmosfera luminosa. «Bella,
horrida bella», come la definiva Virgilio, tragico ma possente veicolo
della restaurazione dell’ordine e dell’armonia del caos. Ma non c’è in
questa prospettiva mitico-simbolica niente della retorica bellicistica,
semmai la guerra diviene un’azione da veri uomini, avvenimento epocale,
individuale e collettivo, dell’incontro con l’Ombra, nella prospettiva per
esempio indicata da Ernst Jünger. E qui arriviamo alla guida che sceglie
Claudio Risé per la seconda parte del saggio, ovvero lo Jünger del
Trattato del Ribelle. Colui che si salva, infatti, da questo mondo
buonista e conformista, senza più padri né maestri, un mondo che ha
respinto il sacro e depredato la Natura, è proprio il Ribelle, o meglio
secondo l’etimologia tedesca di «Waldänger», colui che ha attraversato il
bosco.
Il ribelle è l’uomo che per amore di libertà mantiene il dialogo con
l’ombra rappresentata dal sacro, che si apre alle forze elementari della
natura, che non ha timori a incontrare il proprio Sé, che si contrappone
al conformismo utilitarista borghese. Che passa al bosco.
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