Il potere ha un’ombra

di  Alessandra Iadicicco

Dal Il Sole 24 Ore, 16 maggio 1999

 

Esiste un lato oscuro della psiche individuale e collettiva, un aspetto negativo, pesante, materico, che costituisce l’ineliminabile rovescio notturno del volto «diurno e solare» della coscienza.
Quando «esce dall’ombra» si manifesta come violenza, odio, aggressività, oppure in forme più organizzate quali la guerra, l’ostilità ideologica, il razzismo. Può però trovare anche un’espressione «più alta» nella sensibilità estatica o nel sentimento religioso: tutto dipende, per dirla con Nietzsche, da quanta «vita», da quanto «negativo» il soggetto – individuale o collettivo – sia in grado di «sopportare». Tutto dipende da quanto il singolo o la società siano in grado di stabilire un confronto con quella che Claudio Bonvecchio e Claudio Risé, ricorrendo al lessico della psicologia analitica junghiana, chiamano «l’Ombra». In una società completamente secolarizzata come è quella occidentale della tarda modernità, le manifestazioni dell’Ombra sono respinte negli «spazi borderline» del patologico o dell’irrazionale. A una lettura spregiudicata e mistificata, quale è quella tentata nell’Ombra del potere, le pulsioni aggressive misconosciute e tabuizzate dal sistema di valori dominante, si rivelano invece elementi fondamentali nel confronto con i quali si gioca non solo la conquista dell’equilibrio e della maturazione del singolo, ma su cui si sostengono anche le dinamiche del confronto politico e dei rapporti internazionali. Una società che non sappia usufruire del confronto maturo con il negativo, sostengono gli autori del volume, rischia di andare incontro a un fatale indebolimento: laddove, incontrollata, l’Ombra può degenerare fino a esplodere nelle sue forme più pericolose.
Non è un caso – osserva Bonvecchio – che l’odio razziale, quintessenza dell’odio moderno, si consolidi nel pieno del secolo dei lumi, quando cioè maggiore è l’angoscia di una possibile crisi dell’integrità della coscienza. Ma quale forma del pensiero può accedere all’Ombra che, per natura «astuta e imprendibile», sfugge agli strumenti epistemologici tradizionali? Per una ricognizione dell’«impensabile» gli autori ricorrono alle figurazioni mitologiche, alla scienza delle religioni, alla simbolica tradizionale. Ma anche al pensiero «crudele», «trasvalutante» di Nietzsche che, significativamente attingeva al mito per dire il lato enigmatico, inquietante «dionisiaco» della vita; o a quello «poetante» di Ernst Jünger che, come spiega Risé nella sua lettura del Trattato del ribelle individuava la Selva, il Bosco, come spazio in cui ritirarsi per sfuggire al dilagare della ratio calcolante.
Se letto attraverso il mito, o la tentazione biblica, anche l’odio, sentimento che scrive Bonvecchio «appartiene alla costituzione ontologica dell’essere umano» rivela, accanto al suo aspetto luminoso e terrifico, un tratto costruttivo, fondativo (la prima città è fondata dal fratricida Caino). E la guerra, che nel pensiero preplatonico è «padre», nella mitologia classica ha il volto luminoso di Ares e di Atena. Non è per essere provocatoriamente «cattivi» che i due autori del saggio propongono un «elogio del politicamente scorretto»; l’intento è piuttosto quello di configurare quella «congiunzione di opposti» in cui luce e ombra, bene e male, si mostrano come due diverse sfaccettature di una identica realtà. E che «le tradizioni mitico religiose identificano con la presenza del divino».

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