|
Esiste un lato oscuro
della psiche individuale e collettiva, un aspetto negativo, pesante,
materico, che costituisce l’ineliminabile rovescio notturno del volto
«diurno e solare» della coscienza.
Quando «esce dall’ombra» si manifesta come violenza, odio, aggressività,
oppure in forme più organizzate quali la guerra, l’ostilità ideologica, il
razzismo. Può però trovare anche un’espressione «più alta» nella
sensibilità estatica o nel sentimento religioso: tutto dipende, per dirla
con Nietzsche, da quanta «vita», da quanto «negativo» il soggetto –
individuale o collettivo – sia in grado di «sopportare». Tutto dipende da
quanto il singolo o la società siano in grado di stabilire un confronto
con quella che Claudio Bonvecchio e Claudio Risé, ricorrendo al lessico
della psicologia analitica junghiana, chiamano «l’Ombra». In una società
completamente secolarizzata come è quella occidentale della tarda
modernità, le manifestazioni dell’Ombra sono respinte negli «spazi
borderline» del patologico o dell’irrazionale. A una lettura spregiudicata
e mistificata, quale è quella tentata nell’Ombra del potere, le
pulsioni aggressive misconosciute e tabuizzate dal sistema di valori
dominante, si rivelano invece elementi fondamentali nel confronto con i
quali si gioca non solo la conquista dell’equilibrio e della maturazione
del singolo, ma su cui si sostengono anche le dinamiche del confronto
politico e dei rapporti internazionali. Una società che non sappia
usufruire del confronto maturo con il negativo, sostengono gli autori del
volume, rischia di andare incontro a un fatale indebolimento: laddove,
incontrollata, l’Ombra può degenerare fino a esplodere nelle sue forme più
pericolose.
Non è un caso – osserva Bonvecchio – che l’odio razziale, quintessenza
dell’odio moderno, si consolidi nel pieno del secolo dei lumi, quando cioè
maggiore è l’angoscia di una possibile crisi dell’integrità della
coscienza. Ma quale forma del pensiero può accedere all’Ombra che, per
natura «astuta e imprendibile», sfugge agli strumenti epistemologici
tradizionali? Per una ricognizione dell’«impensabile» gli autori ricorrono
alle figurazioni mitologiche, alla scienza delle religioni, alla simbolica
tradizionale. Ma anche al pensiero «crudele», «trasvalutante» di Nietzsche
che, significativamente attingeva al mito per dire il lato enigmatico,
inquietante «dionisiaco» della vita; o a quello «poetante» di Ernst Jünger
che, come spiega Risé nella sua lettura del Trattato del ribelle
individuava la Selva, il Bosco, come spazio in cui ritirarsi per sfuggire
al dilagare della ratio calcolante.
Se letto attraverso il mito, o la tentazione biblica, anche l’odio,
sentimento che scrive Bonvecchio «appartiene alla costituzione ontologica
dell’essere umano» rivela, accanto al suo aspetto luminoso e terrifico, un
tratto costruttivo, fondativo (la prima città è fondata dal fratricida
Caino). E la guerra, che nel pensiero preplatonico è «padre», nella
mitologia classica ha il volto luminoso di Ares e di Atena. Non è per
essere provocatoriamente «cattivi» che i due autori del saggio propongono
un «elogio del politicamente scorretto»; l’intento è piuttosto quello di
configurare quella «congiunzione di opposti» in cui luce e ombra, bene e
male, si mostrano come due diverse sfaccettature di una identica realtà. E
che «le tradizioni mitico religiose identificano con la presenza del
divino». |