| Premessa |
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La sapienza degli antichi alchimisti riteneva che, per la fabbricazione
del Lapis Philosophorum, l’aurea Pietra della Grande Opera, fosse
indispensabile «estrarre dal sole la sua ombra». Secondo la lettura
junghiana dell’alchimia ciò significa che per ottenere l’esito finale
del processo della trasformazione psichica, retta dagli stessi principi
di quella alchemica, occorre operare su ciò che si presenta e appare
come il negativo, il pesante, la materia non ancora elaborata dalla luce
della coscienza. Nell’anima dell’uomo occorre dunque attraversare ciò
che appare come oscuro, e che la psicologia chiama appunto Ombra, per
giungere a quella congiunzione di opposti o complexio oppositorum che
tutte le tradizioni mitico-religiose identificano con la presenza del
divino. Infatti il divino, la totalità psichica, il Sé o la Pietra
Filosofale, come sono stati chiamati di volta in volta nella scienza
delle religioni, nella psicologia analitica o nell’alchimia,
rappresentano una sola e identica unità. Un’unità dove bene e male, luce
e tenebra non sono separabili tra loro secondo la visione della ragione
comune che divide e collega.
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