| Non è semplice discutere con la Chiesa. Prendiamo questa "Lettera sulla
collaborazione dell'uomo e della donna", del cardinale Ratzinger.
Ci si
sente il peso di una lunga riflessione, uffici studi che hanno studiato
la questione a fondo, grande ponderazione nelle parole e negli esempi.
Di
fronte a questa "partecipazione distaccata", manifestata con lo stile dei
tempi lunghi, le risposte dei "laici" danno un'impressione di fretta,
presunzione, e orizzonte temporale ristretto. E' tutto un dire: "l'avevo
già detto io", oppure: io l'avrei scritta meglio". Luisa Muraro, ad
esempio, che pure è persona di indiscussa attenzione e profondità,
osserva (su Il Foglio, 3.8.04) "sorprendentemente Ratzinger assume e fa
proprio il femminismo della differenza".
Ma sul senso della differenza è
costruita, come ricorda la Lettera, tutta la dinamica della tradizione ebraico-cristiana, dalla Genesi ai Vangeli di Cristo. Cìò che è invece
interessante, e che finora non si è fatto, probabilmente anche per non
infastidire troppo il bellicoso mondo cattolico "progressista"
(sull'"Avvenire, ad esempio, c'è un "Lupo Rosso", che deplora la "libertà
di pagina" consentita alle "linguacce" Bonino, e Risé), è riflettere
sul perché della svolta della Chiesa. La quale, dopo aver abbondantemente
dato spazio negli ultimi trent'anni a una riflessione "di genere" che
vedeva (come la filosofia classica, e qui la Muraro ha ragioni da
vendere) l'essere umano come sessualmente neutro, fino a contaminarne,
come lascia leggere la Lettera, la stessa visione di Cristo, oggi
riscopre le differenze e le specificità. E torna quindi a parlare di
collaborazione, rispetto all'egualitarismo sommario da cui s'era lasciata
contagiare.
Le ragioni si intravedono (e qualcuna la Lettera la
dichiara: la crescente condizione di singleness, l'impennata dei divorzi,
lo smarrimento di naturalezza nella procreazione, l'infelicità per
tutti). Fenomeni che andrebbero indagati più seriamente anche dal mondo
laico, togliendo forse qualche spazio all'asfissiante spettacolo dei
viceministri, e prestando più attenzione al teatro dell'umanità
complessiva. Dove, oltre alla riflessione sulla differenza femminile (che non é certo
liquidabile come "una delle tante teorie paramarxiste", come fa Roberta
Tatafiore, L'Indipendente, 3.8.2004: in essa c'è molta più attenzione al
simbolo, che all'economia), compare anche un grosso sforzo, condotto in
campo maschile.
Di fronte alla spinta della cultura della tarda modernità
verso il genere neutro, anche gli uomini hanno reagito: il men's movement
americano ha mosso fenomeni come la One Million March di Chicago, o il
movimento dei Promise Keepers. Una parte del movimento maschile, i
cosidetti "mascolinisti" si arroccavano sulla difesa delle "parità" con le
donne, temendo il surclassamento (in alcuni campi è avvenuto, come nel
trattamento giudiziario dopo la separazione/divorzio).
Un'altra parte
invece, costituita in America dai gruppi di uomini nati al seguito del
successo di "Iron John", di Robert Bly, in Italia dai gruppi ispirati al
mio "Maschio Selvatico", o dalle iniziative seguite alle quattro edizioni
in un anno de "Il padre. L'assente inaccettabile", hanno preferito
approfondire la riscoperta di uno "specifico maschile", sia dal punto di
vista dei riferimenti simbolici, che da quello degli orientamenti
psicologici, e dello stile di comportamento.
Un mondo maschile
caratterizzato dalla ricerca di sé, anche per poter collaborare, e vivere,
con l'altra, la donna. |