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L’appartenenza a Cristo risorto, “centro del cosmo e
della storia”, come scrisse Giovanni Paolo II nella sua prima
indimenticabile enciclica, definisce tutto l’intendimento della nostra
educazione. Così ogni gesto in noi nasce come risposta all’avvenimento di
Gesù di Nazareth e come desiderio di partecipare allo scopo per cui Egli è
entrato nel tempo e nello spazio del mondo.
Se a una persona qualsiasi, al tempo dei Vangeli, fosse stato chiesto:
«Hai sentito parlare di Gesù?» e questi, poi, incontrandoLo per le strade
polverose della Palestina, gli avesse rivolto questa domanda: «Ma tu che
nome hai, come ti chiami?», Gesù avrebbe potuto rispondere: «Io sono il
mandato (missus) dal Padre». Queste parole definiscono la natura nuova
della nostra esistenza che l’incontro con Cristo ha generato.
Siamo stati chiamati a essere come Lui i “mandati dal Padre”. Per quale
scopo? «Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà» recitiamo nel Padre
nostro: il Suo regno è la gloria umana di Cristo nel mondo, per cui
«Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio tuo
glorifichi te» (Gv 17,1).
La gloria di Gesù, come scopo del disegno del Padre, appartiene a questo
mondo, al tempo e allo spazio; è una questione di storia. Come mi diceva
padre Motta, quando ero in quinta ginnasio nel Seminario di Venegono: «Se
tu non offri questa ora di studio a Dio per Gesù, la gloria di Gesù
diminuisce nel mondo».
Ora, ci sono due termini che indicano con precisione la potenza divina che
è in questo Mistero del Padre: i Sacramenti e l’Autorità. Tutta la forza
nostra, infatti, non viene da risorse umane, ma da quella che il
Catechismo, con una parola umilissima, popolarissima, materna, paterna,
fraterna, chiama “Grazia”. Quella che il popolo cristiano in ogni epoca,
ma specialmente in momenti terribili, va a chiedere nei santuari dedicati
alla Madonna: Mater Christi, Madre dell’uomo nuovo. La Grazia è forza di
vittoria, non elimina la battaglia, ma è sorgente ultima di pace. Come
dice la Bibbia: «La nostra forza è la gioia di Dio», e questo qualifica la
nostra azione nel mondo come cammino a una vittoria, sicurezza e pace
nella certezza della vittoria. Si chiama speranza, Spe erecti, In spem
contra spem (Rm 4,18).
È poggiando i piedi su questa pietra che siamo chiamati e mandati a
percorrere la strada nella speranza, a vantaggio dei fratelli uomini che
incontreremo.
1) I Sacramenti sono un gesto umano - il mangiare e il bere, un semplice
pasto - trasformato per l’energia dello Spirito, che realizza un’efficacia
di compimento e quindi diventa sorgente di pace e di gioia. Il Sacramento
indica il metodo con cui il cristiano è presente nella lotta del mondo:
sempre vivendo la comunione con Cristo, essendo il Sacramento la grande
pietra su cui il piede del camminatore poggia con sicurezza, con speranza.
2) In questa fede nel Mistero la luce è data dalla parola dell’Autorità,
oggettivamente compresa; dall’Autorità come eco della parola degli
apostoli, passaggio della Tradizione nel proprio corpo e nella propria
anima, passaggio sicuro, perché poggia i piedi sulla roccia di Pietro.
Perciò l’autorità è tale in quanto è unita a Pietro. Non c’è alcun altro
criterio per noi che l’unità col Papa! Ogni altro criterio sarebbe
soggettivismo, personalismo.
Alla sorgente della “pietra di Pietro” la grande Presenza del Dio con noi
definisce sempre più il nostro io. Perciò si desidera che in ciascuno di
noi si avveri quello che san Paolo dice di Cristo: «Fatto obbediente fino
alla morte» (Fil 2,8). Fatti obbedienti alla parola del Papa e alla
Tradizione, fino alla morte, cioè fino a potere essere distrutti ed
eliminati; non solo non riconosciuti dal mondo, ma distrutti ed eliminati
con odio dal tempo presente, come è accaduto a padre Kolbe nel lager di
Auschwitz.
Noi siamo uomini chiamati a portare nel mondo la religiosità vera,
autentica. Altrimenti saremmo sale scipito, degno di essere calpestato.
Per questo mendichiamo di essere, come Cristo, imitatori del Padre, nella
misericordia. Noi che nella comunità amministriamo i Sacramenti,
comunichiamo la natura sacramentale dell’avvenimento cristiano:
l’Invisibile si vede in un segno. È questo che ci rende affascinati dal
Mistero della Comunione. E questo incomincia nella nostra persona, che è
realmente - anche se indegnamente - comunione con Cristo. Noi non possiamo
capire o fare capire a chi ci segue la Comunione - segno tra noi del
Mistero presente nel mondo, segno del grande segno che è la Chiesa -, se
non partiamo dalla percezione della Comunione come definizione della
nostra personalità vera.
Il sacerdozio esprime nelle ultime conseguenze quello che è il Battesimo,
il grande avvenimento che rigenera la storia e l’esistenza personale. Se
vivremo questo, avremo l’avvedutezza e la sensibilità per portare le
nostre comunità a questa esperienza di immedesimazione con Gesù.
Ma per potere fare penetrare nella nostra gente questo vero inizio del
problema cristiano - «il mio giusto vive di fede» - dobbiamo prima
sentirlo noi mordere la carne della nostra umanità. Allora, quasi senza
che ce ne rendiamo conto, saremo testimoni del Risorto, come piccoli
bambini che balbettano parole umane alla scuola segnata così potentemente
dal Santo Padre. |