| "La Chiesa guarda con rispetto ai tentativi che
le varie religioni compiono per cogliere il volto di Dio, distinguendo
nelle loro credenze ciò che è accettabile da quanto è incompatibile con la
rivelazione cristiana". Lo ha detto Giovanni Paolo II durante 1'udienza
generale svoltasi mercoledì 13 gennaio nell'Aula Paolo VI. Questo il testo
della catechesi svolta dal Santo Padre:
1. "Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non
riposa in te", (Conf. 1,1). Questa celebre affermazione, che apre le
Confessioni di sant'Agostino, esprime efficacemente il bisogno
insopprimibile che spinge 1'uomo a cercare il volto di Dio. É
un'esperienza attestata dalle diverse tradizioni religiose. "Dai tempi
antichi fino ad oggi - ha detto il Concilio - presso i vari popoli si nota
quasi una percezione di quella forza arcana che è presente al corso delle
cose e agli avvenimenti della vita umana, e anzi talvolta si avverte un
riconoscimento della divinità suprema o anche del Padre" (Nostra aetate,
2).
In realtà, tante preghiere della letteratura religiosa universale
esprimono la convinzione che l'Essere supremo possa essere percepito e
invocato come un padre, al quale si arriva attraverso 1'esperienza delle
premure affettuose ricevute dal padre terreno. Proprio questa relazione ha
suscitato in alcune correnti dell'ateismo contemporaneo il sospetto che
1'idea stessa di Dio sia la proiezione dell'immagine paterna. Il sospetto,
in realtà, è infondato.
É vero tuttavia che, partendo dalla sua esperienza, 1'uomo è tentato
talvolta di immaginare la divinità con tratti antropomorfici che
rispecchiano troppo il mondo umano. La ricerca di Dio procede cosi "a
tentoni", come Paolo disse nel discorso agli Ateniesi (cfr At 17, 27).
Occorre dunque tener presente questo chiaroscuro dell'esperienza
religiosa, nella consapevolezza che solo la rivelazione piena, in cui Dio
stesso si manifesta, può dissipare le ombre e gli equivoci e far
risplendere la luce.
2. Sull'esempio di Paolo, che proprio nel discorso agli Ateniesi cita un
verso del poeta Arato sul1'origine divina dell'uomo (cfr At 17, 28) la
Chiesa guarda con rispetto ai tentativi che le varie religioni compiono
per cogliere il volto di Dio, distinguendo nelle loro credenze ciò che è
accettabile da quanto è incompatibile con la rivelazione cristiana.
In questa linea si deve considerare un'intuizione religiosa positiva la
percezione di Dio come Padre universale del mondo e degli uomini. Non può
essere invece accolta 1'idea di una divinità dominata dall'arbitrio e dal
capriccio. Presso gli antichi greci, ad esempio, il Bene, quale essere
sommo e divino, era chiamato anche padre, ma il dio Zeus manifestava la
sua paternità tanto nella benevolenza quanto nell'ira e nella malvagità.
Nell'Odissea si legge: "Padre Zeus, nessuno è più funesto di te tra gli
dei: degli uomini non hai pietà, dopo. averli generati e affidati alla
sventura e a gravosi dolori", (XX, 201-203).
Tuttavia 1'esigenza di un Dio superiore all'arbitrio capriccioso è
presente anche tra i greci antichi, come testimonia, ad esempio, l'"Inno a
Zeus" del poeta Cleante. L'idea di un padre divino, pronto al dono
generoso della vita e provvido nel fornire i beni necessari all'esistenza,
ma anche severo e punitore, e non sempre per una ragione evidente, si
collega nelle società antiche all'istituzione del patriarcato e ne
trasferisce la concezione più abituale sul piano religioso.
3. In Israele il riconoscimento delta paternità di Dio è progressivo e
continuamente insidiato dalla tentazione idolatrica che i profeti
denunciano con forza: "Dicono a un pezzo di legno: Tu sei mio padre, e a
una pietra: Tu mi hai generato" (Ger 2, 27). In realtà per 1'esperienza
religiosa biblica la percezione di Dio come Padre è legata, più che alla
sua azione creatrice, al suo intervento storico-salvifico, attraverso il
quale stabilisce con Israele uno speciale rapporto di alleanza. Spesso Dio
lamenta che il suo amore paterno non ha trovato adeguata corrispondenza: "II
Signore dice: Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono
ribellati contro di me", (Is 1, 2).
La paternità di Dio appare a Israele più salda di quella umana: "Mio padre
e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto" (Sal 27,
10). I1 salmista che ha fatto questa. dolorosa esperienza di abbandono, e
ha trovato in Dio un padre più sollecito di quello terreno, ci indica la
via da lui percorsa per giungere a questa meta: "Di te ha detto il mio
cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco" (Sal 27, 8).
Ricercare il volto di Dio è un cammino necessario, che si deve percorrere
con sincerità di cuore e impegno costante. Solo il cuore del giusto può
gioire nel cercare il volto del Signore (cfr Sal 105, 3s.) e su di lui può
quindi risplendere il volto paterno di Dio (cfr Sal 119, 135; cfr anche
31, 17; 67, 2; 80, 4.8.20). Osservando la legge divina si gode anche
pienamente della protezione del Dio dell'alleanza. La benedizione di cui
Dio gratifica il suo popolo, tramite la mediazione sacerdotale di Aronne,
insiste proprio su questo svelarsi luminoso del volto di Dio: "II Signore
faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. II Signore
rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace" (Nm 6. 25s.).
4. Da quando Gesù è venuto nel mondo, la ricerca del volto di Dio Padre ha
assunto una dimensione ancora più significativa. Nel suo insegnamento Gesù,
fondandosi sulla propria esperienza di Figlio, ha confermato la concezione
di Dio come padre, già delineata nell'Antico Testamento; anzi 1'ha
evidenziata costantemente, vissuta in modo intimo e ineffabile, e proposta
come programma di vita per chi vuole ottenere la salvezza.
Soprattutto Gesù si pone in modo assolutamente unico in relazione con la
paternità divina, manifestandosi come "figlio" e offrendosi come 1'unica
strada per giungere al Padre. A Filippo che gli chiede "mostraci il Padre
e ci basta", (Gv 14, 8), egli risponde che conoscere lui significa
conoscere il Padre, perché il Padre opera attraverso lui (cfr Gv 14,
8-11). Per chi vuole dunque incontrare il Padre è necessario credere nel
Figlio: mediante Lui Dio non si limita ad assicurarci una provvida
assistenza paterna, ma comunica la sua stessa vita rendendoci "figli nel
Figlio". É quanto sottolinea con commossa gratitudine 1'apostolo Giovanni:
"Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli
di Dio e lo siamo realmente" (1 Gv 3, 1). |